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70 anni fa il raccapricciante omicidio di Silvia Da Pont, la ragazza di Cesiomaggiore

dal settimanale Oggi

A dare la notizia del ritrovamento del corpo senza vita di Silvia Da Pont sulle pagine del Corriere d’Informazione del 29 ottobre del 1951 è Oreste Del Buono, giornalista e futuro scrittore e critico letterario. Sarà in capitano Mongelli, comandante della Stazione dei Carabinieri di Busto Arsizio, città dove si svolgono i fatti, a ricostruire la vicenda e risolvere il caso, dopo che la denuncia della sparizione della ragazza resa alla polizia dalla signora Nimmo, presso la quale Silvia lavorava come domestica, stava per essere archiviata. A contribuire alla svolta delle indagini sarà anche la sorella maggiore della vittima, Maria Da Pont, babysitter a Zurigo, che indaga da sola a Busto Arsizio. Mongelli imbocca subito la pista giusta da seguire e mette sotto torchio l’insospettabile Cavalier Candiani, un 70enne del luogo benestante, due volte vedovo, ex commerciante di macchine per cotonifici, appassionato di farmacologia ed erboristeria. Candiani abita nella villetta di sua proprietà in via Galilei a Busto Arsizio, all’interno della quale Adelchi Nimmo, dipendente della compagnia aerea TWA aveva in locazione un appartamento dove viveva con la moglie e i due bambini, oltre alla camera di Silvia che si trovava al piano superiore, nel sotto tetto. Bastano tre giorni di interrogatori serrati al capitano Mongelli per far crollare il cavalier Candiani. Che sottoscrive una prima confessione dove dice di aver fatto uno scherzo alla ragazza cogliendola alle spalle all’improvviso, facendola svenire. Dichiara di aver provato a rianimarla, ma lei muore. Così si fa aiutare dal suo socio in affari dicendo di dover spostare una cassa di libri dalla soffitta alla cantina, dove poi verrà ritrovata. Mongelli non gli crede e prosegue gli interrogatori. Candiani fa una seconda confessione, dice di aver preso alle spalle la ragazza e di averla narcotizzata con del laudano, un derivato dell’oppio ed etere e di averla tenuta nascosta in cantina in stato di sedazione alimentandola con qualche cucchiaino di vino e latte. Dopo 44 giorni di agonia Silvia che era una ragazza in buona salute di 1 metro e 70 del peso di 70 chili muore consumandosi perdendo 30 chili. Dino Buzzati scriverà che il Candiani l’ha “tenuta nascosta come una sorta di bambola vivente, tutta per sé”. Il “delitto di Busto Arsizio” così viene chiamato dalla stampa, finisce su tutte le prime pagine dei giornali dell’epoca e ad occuparsene sono dei cronisti di razza come Mario Cervi che segue le perizie tossicologiche degli esperti ed Egisto Corradi che sul Corriere della Sera definisce quello del Candiani “Un tenebroso amore per una statua di carne”. E’ sicuramente un caso atipico nella casistica criminale, tant’è che gli esperti dell’epoca faticarono a trovare episodi simili nella letteratura forense e nella criminologia. Candiani viene accusato di ratto, sequestro di persona, omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere. Al processo di primo grado a Milano, divenuto uno spettacolo con le corriere che arrivano da Busto Arsizio, Candiani nega le precedenti confessioni rese a suo dire sotto pressioni psicologiche del capitano. Ma non gli eviterà una condanna a 25 anni di reclusione inflittagli dalla Corte d’Assise di Milano il 30 aprile del 1953 dopo la spietata requisitoria del PM De Matteo. La pena viene ridotta in secondo grado a 14 anni il 4 novembre del 1953 dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano dove il reato di omicidio volontario viene derubricato in omicidio preterintenzionale. E poi confermata dalla Cassazione il 10 novembre del 1954 con il ricalcolo della pena a 13 anni per amnistia. Candiani morirà nel carcere di San Francesco a Parma il 9 agosto del 1957 all’età di 76 anni.

(Dal libro “Il delitto di Busto Arsizio” di Roberto De Nart)

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