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Attentato a Napoleone III°. Il nipote di Crispi smentisce, avvalorato dallo scritto del Mayor: “Aveva un animo troppo gentile per un atto individuale di strage”

Attentato a Napoleone III°

Il 17 agosto 1908 interviene il nipote di Francesco Crispi sul Messaggero per smentire la partecipazione attiva dello zio all’attentato contro Napoleone III°. L’ex deputato Palamenghi-Crispi sostiene che “l’ipotesi di partecipazione del Crispi a quell’atroce attentato è inammissibile, perché partecipazione non vi fu. Di Rudio racconta una fiaba dicendo d’aver veduto Crispi la sera dell’attentato. Fra le carte che religiosamente mio zio raccolse e custodiva, e ora attendono non so quale mercato, vi sono documenti del 1858 sull’argomento. Non potendo citare quelli, giova riferire una pagina della biografia di Crispi che Edmondo Mayor (Francesco Luigi Edmondo Mayor Des Planches, barone, diplomatico e politico italiano ndr), attuale ambasciatore d’Italia a Washington, cominciò e non finì negli anni che con Francesco Crispi ministro degli esteri, ebbe consuetudini quotidiane alla Consulta. Il Mayor, profittando dei momenti di riposo a tavola o in ferrovia, interrogava o scriveva. Così, molti racconti da lui raccolti, hanno il suggello dell’autenticità”. Così riferisce Palamenghi-Crispi ciò che gli disse Mayor: “Il 14 gennaio 1858 aveva luogo l’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III°. Francesco Crispi allora abitava al Boulevard Pigalle, presso la barriera di Clichy, un quartiere di emigranti. V’andavano verso le 8, conversavano soprattutto di politica, poiché questa non cessava d’occupare gli spiriti. Si scambiavano le notizie che venivano da fuori, ciascuno avendo i propri corrispondenti, e si facevano progetti per l’avvenire. Inutile dire che i più assidui a tale riunione, erano tutti più o meno sospetti alla polizia francese. La sera dell’attentato Crispi, che secondo la sua abitudine aveva cenato frugalmente in casa, attese invano i suoi consueti visitatori. Il tempo era assai freddo e non invitava a venire da lontano in un quartiere eccentrico. Nessuno comparve. Crispi lavorò fino a una data ora. Un nipote, che divideva il suo modesto appartamento, era rincasato. Era tardi e andarono a letto. Crispi aveva conosciuto Orsini a Londra nel 1855. Conosciuto è dir troppo: l’aveva trovato dal Mazzini, ma non aveva stretto nessuna relazione con lui. Si sentiva poco attratto verso un personaggio che gli sembrava troppo indisciplinato per ben difendere una buona causa. Nel momento in cui si preparava l’attentato in via Le Peletier, Crispi ignorava che Felice Orsini fosse a Parigi. Tutto era quieto presso l’esule italiano, quando, verso la mezzanotte, colpi violenti all’uscio di casa lo svegliarono di soprassalto. Polizia, aprite in nome della legge”. Segue la perquisizione, il sequestro delle carte e la traduzione del Crispi in Prefettura, così descritta dal Mayor. “Alla Prefettura di polizia il Crispi non rimase che poche ore. Il commissario che l’aveva arrestato fece il suo rapporto. Le carte sequestrate furono esaminate. Seduto nell’anticamera di Pietri, il prefetto di polizia, Crispi assisteva silenziosamente all’andirivieni degli agenti. Del resto, si erano raccolte in suo favore delle deposizioni concludenti. Era provato che non aveva messo piede fuori casa in tutta la serata. Non poteva dunque avere avuto una parte diretta nell’attentato e nulla dal canto suo aveva tradito la minima conoscenza del fatto. Le risposte erano state chiare e perentorie. Crispi fu messo in libertà verso le 4 del mattino. E le sue carte gli furono restituite dopo alcuni giorni”. “Crispi – conclude il nipote Palamenghi-Crispi, commentando lo scritto del Mayor – fu un audace cospiratore, lo dimostrò nei due viaggi che, travestito, fece nel 1859 in Sicilia, dove pesava su di lui una condanna capitale. Ma il suo animo era troppo gentile per un atto individuale di strage”.

(rdn)

fonte: archivio Corriere della Sera

3-continua

 

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