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L’attentato di Orsini a Napoleone III° e la testimonianza del conte bellunese Carlo di Rudio

Carlo di Rudio

La sera del 14 gennaio 1858 verso le 20:30 a Parigi, tre bombe con innesco a fulminato di mercurio, riempite con chiodi e pezzi di ferro colpiscono la carrozza dell’imperatore Napoleone III in avvicinamento tra la folla all’ingresso dell’Opéra Le Peletier, dove va in scena l’opera lirica Guglielmo Tell di Gioachino Rossini. L’attentato provoca una carneficina: 12 morti e 156 feriti. La carrozza dell’imperatore è blindata, Napoleone III rimane illeso. Anche l’imperatrice Eugenia è salva, benché sbalzata a terra e coperta dal sangue delle vittime. A lanciare le tre bombe, secondo la storia ufficiale, sono nell’ordine Antonio Gomez, Carlo di Rudio e Felice Orsini. A guidare il gruppo di congiurati è Felice Orsini, che sarà ghigliottinato alle sette del mattino del 13 marzo 1858 nella piazza della Roquette di Parigi dal boia Jean-François Heidenreich, dopo del Pieri, il quarto uomo che non partecipò materialmente all’attentato perché era stato arrestato e identificato come clandestino dalla polizia. di Rudio e Gomez vennero condannati all’ergastolo, e rinchiusi alla Caienna. Carlo di Rudio, sfuggito alla ghigliottina grazie all’influenze della sua famiglia nobile, riuscirà ad evadere dal carcere e proseguirà la sua vita avventurosa. A Gomez venne risparmiata la vita perché rese piena confessione, consentendo la cattura dei responsabili.
Dopo le sue straordinarie avventure, raccontate nel libro di Cesare Marino 
Il conte Carlo di Rudio, che ha conseguito il grado di maggiore dell’Esercito federale degli Stati Uniti, torna a far parlare di sé con una lettera da San Francisco in California dove abita, al Resto del Carlino e al Corriere della Sera del 10 agosto 1908. La sua testimonianza, come si leggerà, mette in dubbio la versione ufficiale dei fatti. A provocare questa lettera è uno studioso, il notaio Paolo Mastri di Meldola (Forlì) che chiede a di Rudio i particolari della congiura.
Ecco cosa scrive di Rudio, nel 1908, ultimo testimone in vita dell’attentato a Napoleone III° del 1858.

La vasta congiura e il piano d’azione
“L’aberrazione mentale di Felice Orsini – scrive di Rudio – era condivisa dalla maggioranza dei repubblicani francesi e dai più noti agitatori d’Europa. Accennerò solo, per amore di brevità, a Kossuth, a Ledru Rollin e a Giuseppe Mazzini, capi del Comitato rivoluzionario europeo. Radunatisi costoro a Londra, convennero tutti che una insurrezione europea era destinata a soccombere, quando la Francia non ne pigliasse l’iniziativa, e che in Francia il tentare novità era impossibile fin quando non si fosse tolto di mezzo Napoleone III°. Felice Orsini seppe dei risultati di quel convegno e si decise ad agire. Io conoscevo da parecchi anni Felice Orsini e fui anche suo compagno nello sfortunato tentativo di Maloggia. Ciò che però lo decise a farmi compartecipe della congiura fu una mia lettera scritta sin dal 1854 da Parigi al Mazzini che trovavasi a Londra. In essa io domandavo al Maestro il suo consiglio, appunto sopra un attentato contro Napoleone III° che io mi proponevo di compere da solo. Giuseppe Mazzini mi rispose, pel tramite di Pianciani che i tempi non erano maturi. Felice Orsini, intimo allora del Mazzini, ebbe sentore di quella mia lettera e avuto il mio indirizzo, mi scrisse chiedendomi un abboccamento. Il progetto primitivo fu di procurarci, con certo mezzo a nostra portata, un invito a un ballo di Corte e di sbarazzare il mondo con armi silenziose tra l’una e l’altra danza. Si pensò poi che i sostenitori dell’impero avrebbero potuto chiudere le porte delle Tuileries e impedire il divulgare dell’accaduto, quel tanto che bastasse alla Reggenza per prevenire qualsiasi tentativo insurrezionale. Si concretò quindi il piano già noto. Io pero dubitavo, nel mio intimo, dell’abilità di Felice Orsini nel suscitare, per propria influenza, un moto che completasse l’opera nostra e divisai di farne parola a Giuseppe Mazzini. Avvicinarsi al Mazzini allora, era più difficile che non ottenere un abboccamento con la regina d’Inghilterra. Volle però il caso che io lo incontrassi per via. Lo fermai, ma non era solo, e dovetti accontentarmi di dirgli che desideravo parlargli per affari urgenti della massima importanza. Mi rispose che il ….. mi avrebbe indicato il giorno, l’ora, e il luogo preciso dove avremmo potuto abboccarci senza terzi incomodi. Ora, il ….. era un uomo inviso, reo di furto e sospettato di spionaggio, cosicché con Mazzini io non ebbi più, se non dopo la mia fuga dai lavori forzati, abboccamento alcuno; né da lui mi pervenne invito di sorta”.

Crispi sapeva?
“Le bombe che servirono all’attentato, furono fabbricate non a Londra, come generalmente si crede, ma nella fonderia Taylor a Birmingham e sono dovute all’ingegno inventivo di un ex colonnello dell’artiglieria austriaca Egassy barone di Torocfalda. Tra i patti ben stabiliti della congiura c’era questo: Orsini doveva conoscere tutti i congiurati, ma i congiurati non dovevano in modo assoluto conoscersi l’un l’altro. L’Orsini, più coraggioso che prudente, mancò a questo patto e mi presentò liberamente al Pieri e al Gomez. Compresi subito la gravità dell’imprudenza e, non trovandovi altro rimedio, proposi all’Orsini di non arrischiare inutilmente tante vite e di lasciarmi compiere l’attentato da solo. Mia intenzione era quella di procurarmi una uniforme da sergent de ville, di mischiarmi al momento propizio alle guardie delegate alla difesa di Napoleone, di aprire io stesso, come comportava la costumanza, lo sportello della carrozza imperiale e di compiere l’attentato nel punto in cui l’imperatore metteva, per scendere, il piede sul predellino. Ma Orsini non accettò. Mezz’ora prima dell’attentato, e precisamente mentre io e l’Orsini si scantonava in via Le Pelletier, un uomo dai lunghi baffi, fattosi a noi d’appresso, domandò sottovoce all’Orsini: “come va la faccenda? Tutto bene”? “Tutto bene”! rispose l’Orsini non meno sottovoce. L’uomo dai lunghi baffi gli strinse la mano e frettolosamente s’allontanò. “Quello è Francesco Crispi!”, osservai all’Orsini. Ed egli, con una leggera tinta di contrarietà in viso “Diamine – disse – credevo che tu non lo conoscessi”! La congiura era più vasta di quanto accennino le storie, e parecchie altre persone, oltre a quelle cui si narra, erano appostate. Le bombe preparate erano dodici. Tre sole vennero lanciate. La prima fu quella del Gomez, scoppiata lontano dal segno in cui doveva essere diretta. Essa uccise un buon numero di soldati che facevano cordone lungo il marciapiede, dinanzi al posto ove eravamo l’Orsini ed io. L’Orsini ne rimase ferito sopra l’occhio, e come il sangue colando l’accecava, egli per asciugarsi posò a terra la sua bomba che era avvolta in un fazzoletto. Fu trovata la sera stessa da un viandante che per poco, con un calcio, non la fece scoppiare. Egli la consegnò alle autorità. Io passai sui cadaveri tra il cordone scompaginato. Mi feci presso la carrozza imperiale e gettai la seconda bomba. Fu quella che sconquassò il veicolo, uccise i cavalli e qualche ciambellano. L’imperatrice rimase leggerissimamente ferita. Pieri, arrestato prima dell’attentato, in quei terribili momenti era al sicuro, in carcere. Chi dunque lanciò la terza bomba? Lascio questa incognita all’indagine degli storici meticolosi”.

La grazia ai piedi del patibolo
“Lessi su più di un volume che la Corte d’Assise della Senna condannava l’Orsini e il Pieri alla pena di morte; il di Rudio alla deportazione a perpetuità; il Gomez alla galera a vita. La verità è che tra i condannati alla ghigliottina, quel tribunale includeva anche me. Io debbo la mia vita a mia moglie. Elisa Booth, una inglese tutt’ora vivente, la quale riuscì ad interessare alla mia sorte il Times di Londra. L’influenza di quel potente giornale indusse la regina Vittoria ad adoprarsi per ottenere la mia grazia all’imperatrice Eugenia. Io pure subii la toilette che precedette l’esecuzione. Pieri, in quella tragica circostanza, volle specchiarsi. Egli rimarcò sorridendo che l’avevano conciato “come una vecchia prostituta francese”. Felice Orsini, durante la prigionia, incanutì completamente. Si procedette verso il patibolo. Pieri doveva essere giustiziato per primo, io per secondo, e l’Orsini reputato il maggior colpevole, doveva assistere al nostro supplizio ed essere decapitato per ultimo. Avevamo le mani legate dietro le reni, e vincolate anche ai piedi, portavamo la camicia scollata, pioveva e nevicava ad un tempo. Io fumavo una pipa. Non appena il lugubre corteo sbucò dal portone del carcere, da un gruppo di persone nereggianti sul tetto di una casa fiancheggiante la piazza della Rocchetta, partì una gran voce: “Popolo giù il cappello! Vengono tratti alla morte tre eroi”! Successe un po’ di parapiglia. Frattanto, da un altro lato della piazza si era penosamente avanzato a cavallo un personaggio con il petto coperto di decorazioni. Con viva sorpresa mi venne vicino. La neve cadendomi sulle spalle nude mi metteva i brividi. Egli mi domandò cortesemente se avevo freddo. “Piuttosto” gli risposi “ma non mi lasceranno il tempo di pigliare un raffreddore”. Egli parlò all’orecchio del capo-guardia e immediatamente mi condussero verso il portone del carcere. In quel momento il Pieri, salita la scala del patibolo, era giunto sul palco. Felice Orsini mi passava allora d’accanto. Mi disse “Che è questo”? Risposi che l’ignoravo. Ed egli: “Meglio in due che in tre”! Furono le ultime parole che ci fu dato di scambiarci. Ed oggi ancora, dopo mezzo secolo, fremo pensando alla fallacia della giustizia umana. Felice Orsini e Giuseppe Pieri, i due più severamente puniti, i due decapitati, erano fra i quattro processati i soli che non avessero gettato bombe, che non avessero sparso sangue”.
Ma non finisce qui. (1 – continua)

Roberto De Nart

(Fonte: Archivio del Corriere della Sera)

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