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Vajont. Tre serate con Filippo Melis. Intervista all’autore

filippo-melisFilippo Melis, laureato in Lingue e Letterature straniere a Cagliari, docente a Girona (Catalogna – Spagna). Ha pubblicato due raccolte poetiche, Mare e amare – Mar y amar (2011-2014) e AQVA (Non ci sarà la morte).

In questi giorni è qui a Belluno per presentare i suoi libri. Primo appuntamento giovedì 6 ottobre ore 19 al bar Insolita storia di Belluno. Segue martedì 11 ottobre ore 19 al Caffè Deon di Belluno. E mercoledì 12 ottobre ore 21 in Sala parrocchiale di Cavarzano (Belluno).

Lo abbiamo incontrato casualmente questa sera a Belluno e gli abbiamo chiesto se ci può dare qualche anticipazione delle serate.

Innanzitutto qual è il legame tra un professore sardo di nascita che lavora in Spagna, con il Vajont?

“Come disse Publio Terenzio “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” che significa “sono un uomo e nulla che sia umano mi è estraneo”.

D’accordo professore, ma in tal caso dovrebbe occuparsi di tutto lo scibile umano. Qual è stato il dettaglio a far scattare la sua curiosità sul Vajont?

E’ successo nell’aprile del 2009 a Girona, mentre guardavo il film di Martinelli in spagnolo, quando per caso sento il nome Francesco Sensidoni, l’ingegnere che nel 1963 in Vajont era capo del Servizio dighe. Conoscevo bene quel nome perché negli anni ’50 Sensidoni aveva alloggiato in casa di mia nonna in Sardegna. Inizia così quella che io chiamo la mia vajontite, ossia questa spinta ad approfondire il caso Vajont”.

Quando e come inizia a scrivere le poesie sul Vajont?

La prima poesia l’ho scritta in aeroporto. Poi a Girona nel gennaio del 2014 ho trovato un concorso letterario promosso da dei giovani di Longarone. Ho inviato i versi e sono arrivato secondo”.

AQVA Non ci sarà la morte, è il titolo della prima raccolta con prefazione di Lucia Vastano, che presenterà giovedì sera. Cosa significa e qual è il messaggio?

Non ci sarà la morte, è una frase dell’Apocalisse di Giovanni. La morte è stata un passaggio, poi tutto è stato ricostruito. Il messaggio è di rabbia e dolore. Sono 35 poesie con varie citazioni. Sofocle, ad esempio, che si scaglia contro la tracotanza delle persone. La diga è una costruzione contro la natura, una sfida agli dei. Che ci hanno dato il senno.

Delle 35 poesie, 33 riguardano la passione, la 34ma è riferita alla tragedia provocata dall’incuria dell’uomo nel 2013 in Sardegna, uno tsunami che provocò 14 vittime. E la 35ma parla del fiume che ritorna al suo letto. Delle speculazioni che hanno l’acqua per protagonista. Ma anche traduzioni inedite di autori vari, spagnoli, portoghesi e polacchi, con tema l’acqua benigna e l’acqua matrigna. Varie testimonianze di superstiti e sopravvissuti. Oltre a personalità che si sono occupate a vario titolo del Vajont. Come l’avvocato Cenestrini, il regista Martinelli, l’onorevole Paolo Cacciari, il generale Cauteruccio”.

E dell’altra raccolta Mare e amare – Mar y amar cosa ci dice?

Riguardano la mia odissea, nella quale io sono Ulisse che ritorno alla mia Itaca. Questo libro l’ho realizzato in collaborazione con il Circolo dei sardi”.

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