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Il discorso del sindaco di Longarone, Roberto Padrin, al Raduno dei Soccorritori del Vajont domenica 15 settembre 2013

Roberto Padrin
Roberto Padrin

Cari Soccorritori….

Signor Ministro, prefetto Gabrielli, presidente Zaia, presidente Serracchiani, Autorità civili e religiose, Organi dello Stato e Corpi della sicurezza pubblica, rappresentanti delle Associazioni di volontariato, a tutti voi presenti,

Sono onorato di potervi rivolgere il più caloroso benvenuto in questa circostanza, anche a nome dei sindaci di Castellavazzo, Erto e Casso e Vajont, a 50 anni da quella tragica giornata che ha segnato indelebilmente la vita di queste comunità.

Perché nessuno può riuscire a elaborare pur con tutta la profondità della propria riflessione una vicenda quale quella vissuta da queste popolazioni, perché le cicatrici della tragedia sono rimaste impresse e palpabili nel cuore e nell’anima delle persone che l’hanno subita, ma anche di quanti ne siano venuti a contatto per altre ragioni. Non ha importanza che sia ieri o 50 anni fa perché quello che è successo ci ha cambiati, lasciando il segno anche sulle nuove generazioni dei nostri “piccoli grandi paesi”.

Mi è difficile celare l’emozione che provo mentre, doverosamente, mi tocca parlarvi in rappresentanza delle nostre comunità colpite, e di quelle persone che dopo il 9 ottobre, nella diaspora, hanno preso dimora in altre località, ma che tornano regolarmente al luogo natio, perché un cordone ombelicale indissolubile, mai reciso, li lega per sempre alle nostre montagne, allo scorrere del Piave, al Vajont.

Sono consapevole che le sole parole non possono alleviare le sofferenze dei nostri cuori feriti e nemmeno misurarsi con la profondità del senso di riconoscenza e gratitudine che desideriamo esprimere.

Penso a quanti, fin dalle prime ore di quei momenti terrificanti, nel correre a soccorso, senza esitazione, nell’impossibilità di comprendere e di capire le ragioni di quanto si approntavano a svolgere, hanno intrapreso un compito che fino a quel momento non avrebbero mai immaginato. Una “missione impossibile”, che con straordinarie doti di coraggio e umanità, oltre 10.000 soccorritori hanno svolto ordinatamente riuscendo a diventare determinanti nel soccorso alle nostre popolazioni.

A chi ha svolto con dedizione il proprio lavoro perché aveva un ordine da eseguire e perché quell’opera doveva essere svolta. A chi è accorso semplicemente perché ha sentito la “chiamata” della propria coscienza, senza pensarci su. In quei momenti non c’è tempo per riflettere.

Il “dentro” di un soccorritore e impregnato di sensazioni, emozioni, pensieri e soprattutto di “gesti” che le persone compiono all’insegna di un reciproco riconoscimento di appartenenza solidale nell’umanità.

Questi gesti di altruismo, queste azioni sono state compiute, con grande pietà e misericordia dopo le 22.39 del 9 ottobre 1963: tanti i corpi senza vita, ricomposti e lavati per restituire loro la dignità della sepoltura, le bare accolte negli obitori.

In questo caso la tempestività, la preparazione, la forza d’animo degli ANGELI che ci sono venuti in soccorso – come più volte ho definito i soccorritori del Vajont perché tali sono – si sono resi utili, quasi sempre, a recuperare corpi di vittime innocenti. Offrendo e donando se stessi al prossimo. Senza indugio. Senza chiedersi perché.

……e la spiegazione sta nel fatto che il “dono” e il “donarsi” sono frutto del cuore e non della ragione.

Tanti i feriti, sopravvissuti, soccorsi e portati in salvo, le tende preparate per i superstiti e i sopravvissuti – loro stessi vittime e soccorritori – i pasti preparati, i vestiti donati, i chilometri percorsi.

Non so dirvi quanti e per quanto tempo, ma quello che posso dirvi è che tutte queste persone, oggi presenti, allora c’erano – VOI ci siete stati – dall’inizio alla fine, nel mezzo solo sacrificio, duro lavoro, stringendo i denti e………con tanta rabbia per la impossibilità di capire il “PERCHE” di quanto accaduto.

Espressioni come GENEROSITÀ e ALTRUISMO sono troppo spesso oggetto di citazioni generiche, di sentimenti dati per scontati di cui spesso ignoriamo la complessità, la fragilità e soprattutto il valore. Le esperienze raccolte nei giorni successivi alla tragedia ci restituiscono, una dopo l’altra, l’impressione di una estesa, corale, testimonianza sulla vita. E’ su questa emozione che si attestano le testimonianze più intense raccolte con grande passione, rispetto e sensibilità, nel volume curato da Viviana Capraro, disponibile da oggi.

È dunque questa l’occasione per rinnovare ancora una volta – e non ci stancheremo mai di farlo – la nostra gratitudine verso tutti coloro che in quei giorni giunsero a Longarone armati di vanghe e picconi, ma soprattutto con un grande cuore.

Grazie per non averci lasciati soli nel nostro dolore, per averci dato tutto il vostro conforto e per esservi fatti carico di quella parte di tristezza che potevamo condividere intimamente solo con voi. Grazie per aver pianto con noi e per aver stretto forte i nostri bambini, per aver curato le nostre ferite e alleviato il nostro dolore. Grazie per averci dato quel sostegno e quella forza senza i quali non avremmo mai potuto rinascere.

La nostra comunità ha un grande debito di riconoscenza nei vostri confronti. Il 9 ottobre 1963 la nostra identità era stata infranta, questa mancanza è ancora fortemente presente, la percepiamo e la respiriamo ogni giorno, ma nella tragedia, nella disperazione più totale, nella morte e nella distruzione, abbiamo trovato mani amiche pronte a sostenerci.

Come ho già fatto più volte, in altre occasioni, vorrei ribadire che il Vajont è quella tragedia che ha tatto emergere la parte peggiore, quella del profitto sopra ogni cosa, ma anche la migliore dell’uomo, quella della fratellanza e dell’altruismo disinteressato. Vedervi qui così numerosi, uniti, dopo cinquant’anni, offre il senso di quanto forte sia stata la partecipazione e la solidarietà e quindi, per contro, di quanto grande sia stata la tragedia.

Desidero sottolineare quindi il valore e l’importanza della solidarietà, che, sebbene si manifesti particolarmente in momenti di così intensa tragicità, è lì, latente, come un fuoco nascosto sotto la cenere. La solidarietà è un sentimento altamente civico e cristiano che si manifesta proprio nell’opera di soccorso, con un’anima, una passione, con senso del dovere e grande sensibilità, che trovano nell’organizzazione istituzionale l’efficienza e la concretezza nell’esprimersi a favore degli “altri”.

Non credo di esagerare nell’affermare con convinzione che il disastro del Vajont ha di fatto segnato la nascita del sistema nazionale di protezione civile. Un sistema di protezione civile entro il quale il volontario ne rappresenta l’anima più vera, quella della coscienza civile, quella della consapevolezza e della necessità di partecipare e metterci le proprie esperienze.

In quei giorni difficili, cari amici soccorritori, siete stati fonte di ispirazione con le vostre storie di sacrificio, forza e risolutezza, la dimostrazione che una parte di positivo nell’uomo c’è e che oggi vogliamo simbolicamente suggellare con il passaggio del testimone dai Soccorritori del Vajont ai nuovi volontari della Protezione Civile, perché questi ultimi ne possano raccogliere anche lo slancio e permeare nuove generazioni di volontari, sempre pronti, ma con la speranza che non debbano più essere allertati se non per le esercitazioni.

Voi ci avete ricordato e ci ricordate che cosa conta nella vita. E questo è ciò che ci deve caratterizzare nelle azioni quotidiane e nell’impegno civile.

Abbiamo voluto intensamente questa giornata con la dovuta centralità tra gli eventi celebrativi del cinquantesimo anniversario della catastrofe, per rendere la dovuta gratitudine ai nostri “primi amici” e…per non dimenticare qualcuno mi esimo dall’elencare quanti intervennero e le relative appartenenze.

 

Lo voglio fare leggendo una lettera che il Sindaco di Longarone dell’epoca, e qui in sala li ringrazio i sindaci miei predecessori Arrigo Galli, Ilario Ventuali, Gioachino Bratti e Pierluigi De Cesero, per la presenza il compianto Terenzio Arduini, scrisse al comandante, generale Carlo Ciglieri, al quale il Comune di Longarone ha dedicato una propria Via pubblica e conferito la cittadinanza onoraria, e ai reparti del IV corpo d’armata.

La lettura di questa lettera, intensa e ricca di riconoscimento, rappresenta bene quell’opera di soccorso….e mi induce a chiedere un minuto di silenzio per ricordare anche quanti, come il generale Ciglieri, oggi non ci sono più e nella loro rinnovata vita continuano da…Angeli.

Nella sua lettera il Sindaco Arduini scriveva: “Noi ricostruiremo Longarone e in Longarone vi dovrà essere un segno bronzeo di riconoscimento della vostra opera…”. I longaronesi hanno ricostruito il proprio paese, ma non hanno ancora edificato un monumento ai soccorritori, come Terenzio Arduini auspicava. Quell’impegno me lo assumo oggi io, con Voi, perché, certo di interpretare il pensiero dei miei concittadini e dei miei colleghi Sindaci di Erto e Casso, Castellavazzo e Vajont, desideriamo che quando tornerete in questi luoghi possiate trovare, oltre al nostro affetto, anche un luogo dedicato dove il monumento al soccorritore faccia riflettere fortemente le nuove generazioni sul valore, sul messaggio e il monito, che quell’esperienza ha rappresentato per l’Italia intera.

Tante sono le cose che vorrei, che vorremmo, ancora dirvi, quali amministratori di questi Comuni, ma mi piace concludere con un messaggio che mi ha particolarmente colpito e che vorrei condividere con voi di Papa Francesco: “Non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza!”.

La vita è fragile, ma quando c’è la consapevolezza della solidarietà, la speranza, deve essere proprio l’ultima a venire meno.

 

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