Tra le grida indignate della Meloni e i silenzi complici dell’Europa, la contabilità dell’orrore su Gaza supera i 75mila morti. Ma dietro la retorica umanitaria non c’è una sola sanzione, né il coraggio di una politica estera indipendente. Assistiamo all’ennesima replica di una recita collaudata: parole durissime, aggettivi ricercati nei dizionari della finta fermezza, e il vuoto pneumatico sul piano delle azioni concrete.
Le recenti dichiarazioni della premier Giorgia Meloni e dei suoi ministri nei confronti dei crimini perpetrati dal governo israeliano non sono altro che aria fritta, fumo negli occhi per coprire una totale e manifesta complicità fattuale. Solo quando il popolo statunitense ha visto innalzarsi il costo della vita e ha fatto pressione per invertire la rotta sulla loro politica estera fallimentare, palesemente sotto ricatto di Israele, anche il teatrino italiano si è mosso. I soldi, insomma, le ripercussioni economiche della guerra, non già il macello spaventoso dei 75mila palestinesi uccisi a Gaza hanno determinato questo lento risveglio di facciata.
E allora anche la seconda violenta aggressione in acque internazionali contro la Freedom Flotilla in appena sette mesi, fa registrare un sussulto della nostra diplomazia. Abbiamo visto il ministro Tajani con la faccia feroce rispolverare termini come “inaccettabile” e avventurarsi nel dichiarare spavaldamente che è stata “superata la linea rossa”. Gli ha fatto eco il ministro Crosetto parlando di “vergogna”. Mentre la stessa Meloni si è spinta a pretendere “scuse” da Tel Aviv per il trattamento disumano, le sevizie e le molestie inflitte agli attivisti internazionali sequestrati, molti dei quali cittadini europei.
Ma superata questa cortina fumogena e notificata a mezzo stampa questa indignazione prêt-à-porter, rimane il vuoto. Nessuna azione concreta. Nessuna sanzione economica o politica è stata comminata a chi sta portando avanti un vero e proprio sterminio.
Al contrario, proprio mentre si consumava l’ennesimo insulto al diritto internazionale, la maggioranza di governo in Italia e le forze centriste in Europa bocciavano senza remore la richiesta delle opposizioni progressiste per un embargo immediato e totale sulle armi a Israele. Non si bloccano le vendite, non si disdettano le intese commerciali nazionali, e si continua a fare muro contro la proposta di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele. L’incoerenza diventa persino grottesca se si guarda al panorama europeo. Le tre “grazie” di Bruxelles – Von der Leyen, Kallas e Metsola – appaiono perennemente indaffarate a confezionare il 21mo pacchetto di sanzioni contro la Russia, mostrando un attivismo formidabile per un conflitto esterno ai confini dell’Unione. Quando si tratta di Israele, però, la macchina sanzionatoria si inceppa di colpo.
L’unica debole iniziativa europea caldeggiata dal nostro esecutivo è la richiesta di sanzionare singolarmente ministri estremisti come Ben-Gvir. Una mossa ridicola, utile solo a scaricare la colpa sul “sadico di turno” per salvare la facciata dell’intero governo Netanyahu. Questo doppiopesismo non si limita alla gestione della crisi mediorientale, ma svela una più profonda e strutturale subalternità geopolitica che penalizza i cittadini italiani ed europei. Mentre ci si barrica dietro la retorica del riarmo europeo – una spesa folle che vede, peraltro, il Partito Democratico tristemente allineato alla maggioranza meloniana – l’Italia rinuncia a qualsiasi barlume di sovranità economica. In un momento in cui le imprese e le famiglie avrebbero un disperato bisogno di mercati aperti e di canali commerciali favorevoli, specialmente guardando a Est riaprendo i canali commerciali storicamente più vantaggiosi, i canali della distensione rimangono sbarrati per motivi puramente ideologici.
Si preferisce mantenere l’economia in una morsa di stagnazione e inflazione piuttosto che osare un’apertura al libero mercato globale che metta al primo posto l’interesse collettivo e la cooperazione internazionale.
Evidentemente la cambiale sottoscritta nel 1943 con la resa incondizionata non è ancora scaduta.
Siamo immersi in una realtà surreale, costantemente bombardati da una narrazione mediatica mainstream quasi totalmente asservita a Palazzo Chigi, impegnata a nascondere le notizie scomode (come i veti incrociati nelle coalizioni interne) e a minimizzare i peggiori crimini contro i beni comuni e il diritto delle genti. Si rifiuta persino il riconoscimento puramente simbolico dello Stato palestinese e si nega l’autorizzazione alle rogatorie della Procura di Roma per processare i militari israeliani che sequestrano i nostri attivisti.
Gridare oggi alla “linea rossa” violata, senza far seguire alle parole il congelamento degli accordi commerciali o lo stop alla cooperazione tecnologica e di cybersicurezza tuttora appaltata a Tel Aviv, è l’atto finale di una politica estera ridotta a messaggistica social. Come ha lucidamente sintetizzato Marco Travaglio, ci troviamo di fronte a una postura politica che è riassumibile in tre sole verità: troppo tardi, troppo poco, troppo comodo.
