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Le ultime rivelazioni del conte bellunese de Rudio al Corriere della Sera

Carlo di Rudio

Il 14 settembre 1908 da Los Angeles, Carlo de Rudio, maggiore in congedo dell’Esercito federale degli Stati Uniti, unico complice ancora in vita dell’attentato di Felice Orsini all’imperatore Napoleone III° nel 1858, scrive al Corriere della Sera. L’ex ufficiale bellunese 76enne, che vive negli Stati Uniti dal 1864 ha vissuto per oltre 40 anni in California una vita riservata, con la sua famiglia, la moglie Elisa Booth, le figlie Roma, Italia America e il figlio. La sua presenza negli Stati Uniti infatti rimane ignota. Solo il quotidiano L’Italia di San Francisco si occupa di lui nel giugno 1908 in relazione alle cerimonie che si stanno preparando in Italia in memoria di Felice Orsini. Tre anni prima, il 9 dicembre 1905 in occasione delle sue nozze d’oro, alcuni giornali americani pubblicarono il resoconto della sua festa in famiglia che Carlo Rudio inviò poi alla sorella 82enne che abitava a Venezia, e che pare sia stata fidanzata al generale Pier Fortunato Calvi. La donna fece riprodurre gli articoli su qualche periodico veneto, e fu solo così che si seppe in Italia dell’esistenza in America del compagno e complice di Felice Orsini. Così, il notaio Paolo Mastri di Gatteo (Forlì) scrive a Carlo Rudio invitandolo ad inviare i suoi ricordi sull’episodio dell’attentato all’imperatore Napoleone III°. Lo scritto sarebbe poi stato inserito in un numero unico pubblicato in occasione dell’inaugurazione in Italia di un monumento in ricordo di Felice Orsini. Ma Carlo Rudio risponde dispiaciuto che ha già affidato l’incarico di scrivere le sue memorie al suo amico giornalista Cesare Crespi e che quindi non gli sembrava delicato anticipare nulla prima dell’uscita del libro. Del resto, Carlo Rudio non aveva mai voluto fare chiasso intorno a questa faccenda. Era stato il Crespi che, saputo della presenza a Los Angeles del Rudio lo incontrò e dopo non poche difficoltà lo convinse a dettargli le sue memorie quale contributo alla storia. Al rifiuto del Rudio il notaio Mastri gli scrive nuovamente e scrive anche al Crespi affinché uno convincesse l’altro ad intervenire. Ecco quindi che scaturisce la famosa lettera, che il notaio Mastri vede poi pubblicata con sua sorpresa sul Resto del Carlino, e poi ripresa dal Corriere della Sera. A redigere la lettera – racconta Ettore Patrizi sul Corriere della Sera del I° ottobre 1908 – fu il Crespi, che forse in qualche frase non riprodusse il pensiero autentico del cospiratore. Rudio, infatti, da 44 anni non frequenta che americani, benché “nel linguaggio conserva un lieve e simpatico accento veneto, ma non di rado gli escono parole in un inglese italianizzato”. Tale circostanza e la salute malferma, spiegano la necessità dell’intervento del Crespi, pur essendo il Rudio lucidissimo.

Non fu il Rudio, insomma, a voler battere la grancassa su quei fatti che gli procurarono dolori inauditi – precisa il cronista del Corriere della Sera – come ad esempio uno degli appunti mossi dal Luzio: “Perché il conte Rudio ha rotto solo ora il semi-secolare silenzio, per lanciare d’oltre oceano una narrazione dei fatti del tutto disforme dalle risultanze processuali”? Luzio si riferisce alla velata accusa del Rudio nei confronti di Francesco Crispi quale complice materiale della congiura. “Egli avrebbe dovuto farlo – scrive Luzio – quando Crispi era ancora vivo e potente e nell’apogeo della sua fortuna, non oggi, in cui appare più ingeneroso l’attacco velato ad un estinto”.

Rudio risponde dicendo che con le allusioni da lui fatte alla possibile complicità del Crispi, “egli non intendeva offendere o ledere la memoria del defunto. Anzi, quella complicità sarebbe una rivendicazione perché, quale che sia il giudizio finale che la storia darà intorno al celebre attentato, nessuno potrà mai negare che coloro i quali lo prepararono e lo condussero, non obbedirono ad altro impulso che a quello di uno sterminato amore per la sventurata patria italiana”. “Io non scrissi e non dico – prosegue Rudio nella lettera al Corriere della Sera – in modo assoluto che Crispi lanciò la terza bomba, feci però una franca allusione tendente a far credere che Crispi sia stato l’autore della terza esplosione. Io insisto sull’autenticità dello scambio di parole fra me e Orsini poco prima dell’attentato mentre uscivamo dalla Rue Le Pelletier. L’italiano che ci passo da presso e che chiese sottovoce ad Orsini se tutto andava bene, era Francesco Crispi. Orsini, lo ha rammendato anche il Luzio, ammise nel suo interrogatorio di aver consegnato una bomba ad un italiano in via Le Pelletier. Io posso aver negato il fatto, come risulterebbe dalle risultanze processuali, ma questo non significa nulla, al processo si potevano avere delle ragioni speciali per rispondere in un senso piuttosto che in un altro. Ora, tornando alla questione se quest’italiano incontrato poco prima dell’attentato fosse stato Crispi, io ripeto che costui era Crispi, che io non conoscevo personalmente, ma che conoscevo ottimamente di vista, per averlo incontrato molte volte, prima a Genova, poi, e più di frequente a Londra. E se io mi fossi ingannato sull’identificazione del misterioso personaggio, quando dissi a Orsini che in quell’incognito avevo riconosciuto Francesco Crispi, quegli avrebbe potuto smentirmi anziché dirmi: credevo che non lo conoscessi”. All’altra contestazione fatta che Crispi non poteva accordarsi con Orsini, dopo il rumoroso e violento distacco di costui dal Mazzini il Rudio risponde: “I dissensi di Orsini con Mazzini non escludono affatto la partecipazione di Crispi all’attentato, dissensi che non erano affatto profondi, che si riferivano a questioni personali più che di partito. Comunque, fortunatamente, i patrioti italiani i quali più o meno avevano tutti qualche discrepanza tra di loro, sapevano allora quando erano in gioco gli interessi della patria, far tacere i loro dissensi e i loro rancori personali per lavorare di comune accordo. Difatti Mazzini, nonostante i suoi tesi rapporti con Orsini, difese nobilmente quest’uomo dopo l’attentato su molti giornali. E lo stesso Mazzini quando lo incontrai nuovamente a Londra nel 1859 un anno dopo l’attentato quando ero da poco evaso dal carcere, si mostrò con me molto dolente per non essere stato messo al corrente della cospirazione di Orsini. Io gli rammentai allora, che appunto pochi giorni prima dell’attentato, avendolo incontrato a Londra mente era in compagnia di un’altra persona, gli avevo chiesto un appuntamento per un affare della massima importanza. Appuntamento che attesi per qualche giorno, finché, sollecitato da Orsini, partii per Parigi dove questi mi aspettava. A questo il Mazzini mi rispose che mai più credeva che l’affare di cui volevo parlargli fosse di questo genere. Il Luzio – prosegue il conte Carlo Rudio – nell’intento di dimostrare l’impossibilità e l’assurdità della complicità del Crispi, afferma che questi fu arrestato e detenuto per poche ore senza che la polizia avesse raccolto alcun indizio a suo carico. E la stessa polizia francese, che fece una ‘inchiesta abilissima’ non si sarebbe appagata di così blande misure se avesse avuto in mano elementi positivi. Ebbene, ciò non significa nulla. Anche a me toccò la stessa sorte di Francesco Crispi. Dopo prove e controprove, io lanciatore della seconda bomba, venni rimesso in libertà. Ma mentre uscivo libero dalla camera degli interrogatori, dall’uscio della sala adiacente veniva introdotto da una guardia il Gomez, che lanciò la prima bomba, il quale nel vedermi, alquanto esaltato e confuso com’era, commise la grande e innocente imprudenza di lasciarsi sfuggire l’esclamazione: ‘Siamo perduti’! Parole pronunciate sottovoce, ma non tanto da non essere udite dalla guardia che mi accompagnava la quale disse forte: “Ah, dunque vi conoscete”. E così fui subito riarrestato e seguì quel che è noto”. Rudio termina la sua ipotesi di complicità del Crispi riaffermando le dichiarazioni della prima lettera al Resto del Carlino: vide e intese il Crispi parlare con Orsini poco prima dell’attentato; Crispi venne arrestato la stessa notte al pari degli altri cospiratori e venne rilasciato come lui venne rilasciato; la terza bomba non fu lanciata né da Orsini, né da Gomez né da lui e nemmeno dal Pieri che venne arrestato prima dell’attentato; quindi non è temerario né assurdo supporre che sia stato il Crispi a lanciare la terza bomba.

Anche Enrico Comitti, inoltre, referendario della Corte dei Conti, nella sua testimonianza al Corriere d’Italia, avvalora l’ipotesi del Rudio e dichiara che Felice Orsini non gettò alcuna bomba. Inoltre Cesare Orsini, fratello di Felice, promise al Crispi di non pubblicare certi documenti in suo possesso sull’attentato, se non dopo la morte del Crispi.

La figlia di Felice Orsini, Ernestina, vedova del maestro di musica Eugenio Spadoni, in una intervista al Corriere della Sera del 17 agosto 1908, pur rammaricandosi della prima lettera del Rudio nella quale sottintendeva la partecipazione fisica del Crispi all’attentato, dichiarava altresì di essersi rivolta nel 1895 al Crispi attraverso lo zio Cesare Orsini per ottenere un aiuto a fronteggiare le spese per l’educazione dei figli. “Prima che movessi passo alcuno – dichiara Ernestina – mi incoraggiò dicendo che Crispi non avrebbe potuto negare nulla alla figlia di Orsini, dal quale, durante il tempo critico della sua permanenza a Londra era stato soccorso e anche perché aveva avuto parte non trascurabile nell’attentato contro Napoleone III°. Mio zio mi indicò quale intermediario il senatore Finali, che si adoprò subito cosicché nello stesso anno ottenni un modestissimo assegno vitalizio. Lo zio Cesare mi lasciò intravedere allora di sapere molte cose e di possedere documenti sulla partecipazione di Crispi all’attentato. Ma escludo che abbia mai detto che Crispi avesse avuto una parte materiale diretta. Quanto alle sue carte, zio Cesare dispose che venissero consegnate al signor X”.

(rdn) 5 – continua

Fonte: Archivio storico Corriere della Sera

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