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La demografia d’impresa nelle province di Treviso e Belluno al 30.6.2020. Dimezzate iscrizioni e cessazioni. Pozza: “La quiete prima della tempesta”

Mario Pozza

Treviso, 17 luglio 2020 – Dai dati sulla demografia d’impresa relativi al II trimestre 2020 era attesa una contrazione del numero di imprese, considerato l’impatto Covid sull’economia come rappresentato dai diversi indicatori congiunturali. Accade invece il contrario: tra marzo e giugno lo stock delle sedi di impresa risale di +1.562 per il Veneto, di +157 per Treviso, di +17 per Belluno.

Nessuna illusione di scampato pericolo: questa risalita degli stock pare più che altro figlia di una significativa discontinuità nei flussi di iscrizioni e cessazioni d’impresa, che praticamente risultano dimezzati nel II trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Prendendo a riferimento il Veneto le iscrizioni totali del II trimestre 2020 si riducono del 40,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre le cessazioni si riducono del 41,6%. Dinamiche analoghe accadono a Treviso e Belluno. Ne discende un bilancio demografico apparentemente in positivo, ma del tutto anomalo: una “nati-mortalità” congelata dal lockdown e dai suoi postumi.

Il commento del Presidente Mario Pozza

Sono dati che vanno commentati con tutte le prudenze del caso – avverte il presidente della Camera di Commercio di Treviso-Belluno, Mario Pozza: sono apparentemente positivi, rispetto a quanto atteso, ma potremmo anche collocarli sotto il titolo: “la quiete prima della tempesta”.

I tecnici del nostro ufficio studi – continua il presidente – spiegano bene cosa sta succedendo: c’è un vistoso calo dei flussi di iscrizioni e cessazioni, soprattutto di queste ultime, che va a generare un bilancio della demografia d’impresa del tutto anomalo, se lo confrontiamo con quanto solitamente succede nel periodo in esame. Trarre conclusioni da una natalità mortalità pressoché dimezzata risulterebbe del tutto improprio.

Le dinamiche settoriali, positive o negative, sono ridotte al lumicino – dice Pozza rinviando alle tabelle e ai grafici prodotti dall’ufficio studi camerale. Di fronte ad un settore martoriato dal lockdown come il turismo, non si può che sospendere il giudizio a fronte di flessioni, in provincia di Treviso, di -5 sedi nella ristorazione e di -4 nell’alloggio, rispetto alla situazione registrata a marzo 2020 (e a Belluno succede più o meno lo stesso).

Resta più penalizzato il commercio al dettaglio: perde 28 sedi d’impresa e 9 unità locali in tutta la Marca, mentre a Belluno risulta stabile. In scia ad un trend negativo che dura da trimestri. Ma, per quanto detto prima, può essere questo un bilancio attendibile, rispetto alle serrande chiuse che constatiamo nelle nostre città, ai dati sul calo dei consumi?

Semmai – aggiunge Pozza – viene da interrogarci su quali siano le cause di questi minori flussi: in aprile ha inciso sicuramente la fase più acuta del lockdown, che ha pressoché azzerato le pratiche lungo tutta la filiera che va dall’impresa, agli studi dei commercialisti, al nostro Registro Imprese (che pur lavorava in remoto). Vediamo però che tra maggio e giugno sono ripartite le iscrizioni, sempre meno che in passato (resta bassa la voglia di fare impresa), mentre le cessazioni stentano a riallinearsi sui volumi fisiologici del trimestre.

Con questa asimmetria dei flussi, non mi precipiterei a dire che abbiamo segnali di tenuta – sostiene Pozza – visto il contesto. Semmai qui si può realisticamente ipotizzare che una quota parte delle minori cessazioni dipenda da alcuni fattori dissuasivi alla chiusura d’impresa: su tutti, i vincoli legati alle procedure di scioglimento ove comportino licenziamenti; inoltre, con riferimento alla microimpresa senza dipendenti, anche l’accesso ai sussidi può essere un motivo che induce l’imprenditore a prendere tempo, prima di chiudere, per capire se migliorano le condizioni di mercato.

Sono tutti elementi che ci devono portare a ragionare – conclude Pozza – sugli effetti di questa economia incentivata a pioggia. Io, sia chiaro, sono ben felice che il tessuto produttivo tenga. Ma deve essere una tenuta competitiva, non alterata dall’assistenzialismo. Perché poi il problema è solo rinviato, e quando scoppia, diventa un danno per tutti, per lo stesso sistema delle imprese sane, per i lavoratori, per la collettività.

Altro e ultimo interrogativo che mi sento di porre: in questo anomalo bilancio di mezza estate, tra marzo e giugno aumentano non solo le sedi di impresa ma anche le unità locali: +526 in Veneto (i dati di Treviso e Belluno sono meno significativi), crescita polarizzata per il 26% nei servizi alle imprese, per il 23% nel commercio, per l’11% nell’alloggio e ristorazione, per un altro 11% nel manifatturiero. Abbiamo sempre guardato con interesse a questi fenomeni di plurilocalizzazione e/o di acquisizione d’impresa, che non sono in sé da demonizzare: però mi permetto di dire che in questa fase diventa ancora più stringente il monitoraggio del fenomeno, per capire nel post-Covid come cambiano le strategie di rete delle nostre imprese e i legami di comando e controllo.

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