
“Il 2011 è stato l’anno della continuità della crisi iniziata nel 2008. Se nel primo periodo dell’anno vi erano stati dei deboli segnali di ripresa, questi sono stati ben presto sostituiti da una nuova recessione. Le due manovre finanziarie di Luglio ed Agosto non sono bastate a correggere la tendenza negativa. Si è giunti, così, alla manovra finanziaria di Dicembre che, sommata alle due precedenti, dovrebbe correggere la curva del debito di circa 80 miliardi e far raggiungere per il 2013 il pareggio di bilancio al nostro paese”. Lo scrive in una nota il segretario provinciale della Cgil Renato Bressan. “Abbiamo criticato l’impianto complessivo per il quale manteniamo un giudizio severo – prosegue il segretario della Camera del Lavoro di Belluno – , ma abbiamo anche espresso un giudizio positivo rispetto ai provvedimenti legati alla lotta all’evasione fiscale. In particolare l’obbligo di comunicazione al fisco di tutte le movimentazioni bancarie e finanziarie. Infatti, la commissione Istat ha rilevato che la black economy ammonta al 17,5% del Pil per circa 275 miliardi. È stato calcolato che se in Italia, a partire dal 1970, si fossero pagate le tasse come in Gran Bretagna o Stati Uniti il rapporto debito pubblico/Pil sarebbe dell’80% al posto del 120% attuale. Servono, quindi, azioni decise di lotta all’evasione soprattutto se si tiene conto del fatto che a fronte di una diminuzione del fabbisogno statale di 5,5 miliardi alla fine del 2011 rispetto al 2010, rimane ancora uno scoperto di oltre 61 miliardi che per effetto del vincolo del pareggio di bilancio dovremmo azzerare nel prossimo biennio. Questo a maggior ragione se si tiene conto che non potremo contare sull’aumento delle entrate da lavoro vista la recessione in corso. Altro terreno sul quale investire, in termini di sviluppo economico, riguarda la liberalizzazione delle professioni. Non è più accettabile che dei veri e propri sistemi di protezione feudale garantiscano pochi e impediscano a molti la mobilità sociale penalizzando intere fasce di giovani che non riescono ad accedere a quelle professioni per quei meccanismi di esclusione sociale ancora oggi esistenti. Come vanno abolite le cosiddette tariffe minime che hanno consentito sino ad oggi agli ordini professionali di attuare dei veri e propri cartelli in disprezzo ad ogni elementare principio di concorrenza. Il Governo ci vuole provare attraverso una sorta di scambio che riformi il mercato del lavoro. Affronteremo la discussione col Governo, sperando in un raccordo unitario, cercando di disboscare quella selva di contratti atipici presenti nel nostro ordinamento. La Cgil propone di ridurli dai 46 attuali a 5. Tenuto fermo il lavoro a tempo indeterminato, che deve tornare ad essere il rapporto di lavoro comune, al fine di salvaguardare le esigenze produttive legate alle stagionalità, e i necessari percorsi formativi, si possono regolamentare l’apprendistato, il contratto di re-inserimento, il contratto a termine ed il part-time. Questa semplificazione, tesa ad eliminare le forme precarie, va accompagnata da una riforma degli ammortizzatori sociali riducendoli dagli attuali sette a due soli strumenti per tutti i settori: Cassa Integrazione nel caso di situazione di crisi aziendale e sussidio di disoccupazione, con aliquote unificate per tutti le qualifiche, nel caso di cessazione del rapporto di lavoro per avvenuto licenziamento. Sullo sfondo, però, si scorge, ancora una volta, l’antico motivo intitolato articolo 18. Ora, al di la del fatto che l’abolizione o la sua sospensione risulterebbe utile solo a demolire il diritto fondamentale alla stabilita’ di impiego senza, peraltro, produrre nessun vantaggio di tipo economico, l’articolo 18 non impedisce di licenziare semplicemente ne individua le ragioni. E’ di qualche giorno fa il rapporto OCSE col quale si evidenzia come per licenziare un dipendente in Italia sia molto più facile rispetto ad un imprenditore Ceco, Polacco e ungherese, mentre risulta molto più difficile in Germania e più in generale nei paesi del nord. La verità è che si tenta così di nascondere le incapacità di una classe imprenditoriale che dopo aver preteso uno dei più alti tassi di flessibilità al mondo oggi si trova a fare i conti col più alto tasso di precarietà e il più basso tasso di occupazione giovanile mai registrato nel nostro paese. E’ arrivato il momento – conclude Bressan – che la Presidente di Confindustria e tutti quei politici che chiedono a gran voce ulteriore flessibilità e precarietà ne prendano atto.
