Belluno, 09/03/2026 – Si è tenuta ieri mattina la commemorazione dei dieci partigiani impiccati il 10 marzo 1945 al Bosco delle Castagne (Belluno) quando, per rappresaglia, i nazisti cercarono di soffocare nel sangue il desiderio di libertà nei territori occupati. Quest’anno, a dare voce al ricordo e a tracciare una rotta per il futuro è stata l’orazione civile del professor Marco Borghi, storico e studioso del Novecento, che ha trasformato la commemorazione in una profonda riflessione sul valore politico e sociale della memoria.
Nel suo intervento, Borghi ha subito messo l’accento sull’importanza fisica del ricordo. “Se oggi abbiamo una memoria pubblica importante e radicata della Resistenza, lo è perché ci sono i luoghi”, ha esordito lo storico. Mentre le persone passano e i testimoni diretti ci lasciano, sono gli spazi come il Bosco delle Castagne a restare come “spazi della comunità che si rinnova anno dopo anno”. Il bosco non è dunque solo un cimitero senza lapidi, ma una radice viva che tiene salda l’identità collettiva.
Il passaggio più incisivo dell’orazione ha riguardato il legame indissolubile tra ricordo e libertà. Borghi ha ricordato come la memoria non sia un esercizio sterile rivolto al passato, ma un vero e proprio “presidio del presente”. “Senza memoria non si può essere una democrazia”, ha ammonito il professore, spiegando come ogni dittatura, storicamente, cerchi come prima mossa di togliere ai cittadini la parola e il passato. “Si azzera tutto per costruire qualcosa di nuovo (di autoritario). Per questo dobbiamo tenercela stretta, questa memoria”.
Borghi ha poi affrontato il tema della “memoria condivisa”, termine spesso abusato nel dibattito pubblico. Per lo storico, la memoria non deve essere un’imposizione o un’egemonia, ma una “rete vera di persone che si riconoscono intorno a dei valori e dei principi”. L’obiettivo della cerimonia di quest’anno è stato proprio quello di “attualizzare” il sacrificio dei dieci martiri, facendolo uscire dai riti e dalle formalità che rischiano di allontanare le nuove generazioni.
Ricordando i nomi di Mario Pasi “Montagna”, Giuseppe Santomaso “Franco”, Francesco Bortot “Carnera” e dei loro compagni, Borghi ha concluso il suo intervento con un augurio che è anche una responsabilità: “Ricordiamo a noi stessi da dove veniamo per capire dove vogliamo andare”.
Un messaggio chiaro che ha risuonato tra i rami del bosco: la Resistenza non è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma un impegno quotidiano a difesa della parola e della partecipazione democratica.
I fatti
Il 7 marzo 1945 al poligono di tiro di Belluno un ordigno piazzato dai partigiani provocò la morte di un ufficiale, due sottufficiali ed un militare tedesco, oltre a 14 militari feriti e altri 4 poi deceduti a seguito delle ferite. Il 10 marzo, per rappresaglia, il maggiore Schroeder comandante del battaglione omonimo formato da altoatesini si fece consegnare 10 partigiani detenuti nelle celle allestite dalle SS nella caserma “D’Angelo” di Belluno. Ne voleva uccidere 50, ma il tenente Georg Karl comandante della Gestapo di Belluno gliene concesse 10. Che vennero condotti al Bosco delle Castagne e lì impiccati ai rami di alcuni alberi, oggi monumento alla barbarie nazi-fascista e luogo di commemorazione di quanti persero la vita in nome della Libertà.
In quel triste giorno del 1945 si contano però 11 vittime, giacché i nazisti, resisi conto di uno scambio di persona, rientrati in caserma provvidero a fucilare nel cortile il partigiano inizialmente indicato nell’elenco delle vittime.
Questo l’elenco delle vittime: Mario Pasi “Montagna” (nato nel 1913), Joseph (soldato francese non meglio conosciuto), Francesco Bortot “Carnera”(1921), Marcello Boni “Nino”(1921), Pietro Bertanza “Portos” (1925), Giuseppe Como “Penna” (1925), Ruggero Fiabane “Rampa” (1917), Giovanni Cibien “Mino” (1925), Giovanni Candeago “Fiore” (1921), Giuseppe Santomaso “Franco” (1920). Fucilato in caserma: Cibien Giuseppe.
