La notizia della morte del lavoratore sudanese Mukhata Dowh, di ritorno da una notte di lavoro in un supermercato bellunese, in bicicletta, nell’oscurità della notte, mi ha immensamente ferito.
Abito a Chiesurazza e quotidianamente osservo passare di fronte a casa mia decine di immigrati che in bicicletta si recano al lavoro, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Vivono in condizione di promiscuità nella zona di Orzes e quotidianamente percorrono un tratto di oltre dieci chilometri, pericolosamente esposti al passaggio di auto, autocarri e corriere, che li sfiorano inconsapevoli del pericolo che costituiscono.
Giustamente si parla di “invisibili”, dei quali il più delle volte non si conosce nome, cognome, provenienza ed attività. Persone che svolgono umilmente mansioni che noi e i nostri figli non vogliamo eseguire e che il più delle volte neppure conosciamo.
Nel mio piccolo, esattamente il 1 ottobre 2016, scrissi ai quotidiani bellunesi una lettera proponendo l’istituzione del “Registro delle lingue madri”, cioè un registro di bellunesi di origine straniera, adeguatamente istruiti sulle regole di convivenza ed amministrative locali e nazionali, che dovrebbero essere di aiuto nei numerosi casi in cui ci sarebbe necessità di comprensione immediata e precisa con stranieri che qui giungessero per innumerevoli necessità.
Uno di questi casi potrebbe essere appunto l’incontro con un immigrato che avesse bisogno di districarsi nei meandri del mondo del lavoro, naturalmente in una sede sindacale riconosciuta.
La presenza di un connazionale potrebbe essere di aiuto, ma ancor più di conforto. E forse anche potrebbe essere preparatoria per un corretto utilizzo dei mezzi di trasporto, anche individuali. Simili tragedie potrebbero essere evitate? Mi piacerebbe pensarlo.
Mi permetto quindi di riporporre quell’idea.
Tomaso Pettazzi
