HomeCronaca/PoliticaCahiers de doléancesIl Paradosso Olimpico: se lo sport non è più "per tutti"

Il Paradosso Olimpico: se lo sport non è più “per tutti”

C’è un’ironia amara, quasi grottesca, nel guardare alla storia delle Olimpiadi. Nel 1936, nel cuore della Berlino nazista, il CIO permise a Jesse Owens di gareggiare e di smentire sul campo, con quattro ori, le folli teorie sulla superiorità razziale davanti agli occhi di Hitler. All’epoca, l’idea era che lo sport dovesse trascendere i regimi, offrendo agli atleti la possibilità di sfidare il potere con il talento.

Oggi, verso Milano-Cortina 2026, la musica è cambiata. In nome della “pace” e della “sicurezza”, si scelgono punizioni collettive che colpiscono gli atleti russi e bielorussi, esclusi o ammessi solo come “fantasmi” senza bandiera né inno.

Se nel 1936 Owens fu l’arma della verità contro il nazismo, oggi gli atleti russi vengono usati come capri espiatori per colpe dei loro governi.

È davvero questo il progresso e la civiltà?

La neutralità a targhe alterne: Mentre Mosca e Minsk subiscono il pugno di ferro per il conflitto in Ucraina, il CIO non sembra usare lo stesso metro per altri conflitti globali, creando una gerarchia di “guerre accettabili” e “guerre imperdonabili”.

Il tramonto dell’universalismo: escludendo intere nazioni, le Olimpiadi smettono di essere il palcoscenico dei migliori al mondo per diventare un club privato regolato dall’opportunità politica del momento.

Se un tempo il podio era lo spazio per dimostrare che l’eccellenza non ha passaporto né ideologia, oggi sembra essere diventato l’ennesimo ufficio visti, dove il diritto di gareggiare dipende più dalla geopolitica che dal cronometro.

- Advertisement - Roberto Denart
- Visite -

Pausa caffè

Sport & tempo libero

Giro d’Italia 2026, Feltre entra nella Settimana Rosa

Eventi, ospiti e grande attesa verso la partenza della Feltre - Alleghe (Piani di Pezzè) del 29 maggio Feltre, 24 maggio 2026 - La settimana...