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8 settembre 1943, il proclama Badoglio e la fuga del Re con ministri e generali

L’8 settembre 1943 è una data cruciale della storia italiana, che segna uno degli eventi più traumatici e decisivi della Seconda Guerra Mondiale per il nostro Paese. Quella sera, l’Italia venne a conoscenza dell’armistizio firmato con gli Alleati, un evento che ebbe conseguenze immediate e drammatiche. Alle 19:42 dell’8 settembre, dai microfoni dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), il maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo dopo la caduta di Mussolini, lesse un breve e ambiguo comunicato. Il proclama informava la nazione che l’armistizio, in realtà già firmato segretamente il 3 settembre a Cassibile (Siracusa), era entrato in vigore.

Il testo recitava: “Il Governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta, ha chiesto un armistizio al generale comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

L’annuncio, improvviso e poco chiaro, colse di sorpresa non solo la popolazione, ma anche l’esercito italiano, che non aveva ricevuto direttive precise su come comportarsi. Il proclama, infatti, non specificava cosa fare in caso di reazione da parte delle truppe tedesche, le quali, già presenti in gran numero sul territorio italiano, si aspettavano un tradimento da parte dell’ex alleato. Già all’incontro del 19 luglio 1943 a Villa Gaggia tra Hitler e Mussolini, i tedeschi non si fidavano più dell’alleato italiano, tant’è che fecero sostituire i mobili della villa temendo potessero nascondere un ordigno. Dopo l’8 settembre, le truppe tedesche, che avevano già preparato un piano di emergenza (l’Operazione Achse), iniziarono immediatamente a disarmare e catturare i soldati italiani. Centinaia di migliaia di militari vennero fatti prigionieri e internati in campi di concentramento in Germania (diventando i cosiddetti I.M.I., Internati Militari Italiani).

Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, il re Vittorio Emanuele III, Badoglio e altri membri del governo e dello stato maggiore fuggirono da Roma a Pescara per imbarcarsi a Ortona e rifugiarsi a Brindisi, sotto il controllo degli Alleati. Questa fuga fu vista come un abbandono del popolo e dell’esercito, contribuendo al caos generale. Sebbene l’esercito ufficiale si dissolvesse, in alcune città come Napoli e Roma si verificarono tentativi di resistenza armata da parte di militari e civili contro l’occupazione tedesca. Tuttavia, la rapida reazione tedesca portò all’occupazione di gran parte del territorio italiano, specialmente nel centro e nel nord.

L’occupazione tedesca e la successiva creazione della Repubblica Sociale Italiana (la “Repubblica di Salò”) nel nord, con a capo Mussolini liberato, diedero inizio a una vera e propria guerra civile. Il Paese si divise tra chi aderiva alla Repubblica Sociale e chi combatteva al fianco della Resistenza e delle forze alleate per la liberazione. Dal caos dell’8 settembre nacquero le prime formazioni partigiane, che avrebbero poi costituito il nucleo della Resistenza italiana. Il Regno del Sud, con il governo Badoglio, si schierò formalmente al fianco degli Alleati, diventando un “cobelligerante” e combattendo contro i tedeschi e le forze fasciste repubblicane.

L’8 settembre 1943, dunque, non fu la fine della guerra per l’Italia, ma l’inizio di un periodo di profonda incertezza, divisione e violenza che durò fino alla Liberazione nel 1945.

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