In queste settimane il livello dello zero termico ha toccato un nuovo record sulle Alpi: 5.400 metri, ben al di sopra della vetta del Monte Bianco (4.808 m). Un dato senza precedenti: significa che nessun ghiacciaio alpino, nemmeno il più alto, è stato al riparo dalla fusione. È come se l’intera catena alpina fosse rimasta senza “zona fredda”.
La montagna che crolla: il caso Marmolada
La fragilità crescente degli ambienti montani si è mostrata in tutta la sua drammaticità il 3 luglio 2022, con il crollo del seracco della Marmolada, costato la vita a 11 persone.
Quel ghiacciaio, il più esteso delle Dolomiti, è diventato il simbolo del collasso: ha perso il 70% della sua superficie e l’85% del volume dal 1905 a oggi. Solo nell’estate 2022 ha perso oltre 4 metri di spessore. Se le attuali condizioni persistono, secondo l’UNESCO la Marmolada potrebbe sparire del tutto entro il 2040. Intanto, si tenta di rallentare la fusione con teli protettivi artificiali, ma è solo una misura temporanea. La vera risposta può essere solo una: tagliare drasticamente le emissioni climalteranti.
Il ghiaccio racconta il clima, non solo il meteo
Mentre il meteo ci parla del caldo di oggi, i ghiacciai ci parlano di decenni di squilibri accumulati: inverni sempre più secchi, estati sempre più lunghe e afose, e un bilancio energetico globale fuori controllo. Lo scenario che stiamo vivendo in quota è parte di un quadro allarmante delineato da Italy for Climate, che documenta con chiarezza come la crisi climatica non sia più un rischio futuro, ma drammaticamente contemporaneo e che colpisce duramente un Paese già fragile come l’Italia, tra i più esposti d’Europa alla crisi idrica e alla perdita di ghiaccio.
I ghiacciai italiani: un collasso in atto
Secondo l’ultimo Inventario Glaciologico Italiano del CNR e del Comitato Glaciologico Italiano (CGI), oggi in Italia si contano 872 ghiacciai, frammentati e in gran parte di piccole dimensioni. La superficie complessiva è scesa sotto i 360 km²: negli ultimi 70 anni, abbiamo perso oltre il 30% della superficie glaciale.
Un dato ancora più impressionante: negli ultimi 20 anni, i ghiacciai alpini italiani hanno perso 50 km³ di acqua. Per capirlo: è come se fosse evaporata una città fatta di ghiaccio alta otto piani e grande il doppio di Roma.
E la tendenza è globale. Secondo il rapporto 2024 del WMO, nel solo 2023 i ghiacciai del pianeta hanno perso una quantità d’acqua pari a cinque volte quella contenuta nel Mar Morto. È la più grande perdita di ghiaccio mai registrata dal 1950.
L’acqua che manca, oggi e domani
I ghiacciai non sono solo paesaggio o meta escursionistica: sono serbatoi naturali di acqua dolce. Accumulano neve e ghiaccio d’inverno e rilasciano acqua gradualmente d’estate, alimentando fiumi, agricoltura, centrali idroelettriche e biodiversità. La loro scomparsa minaccia direttamente l’equilibrio idrico di intere regioni. L’Italia, già oggi tra i paesi europei più vulnerabili allo stress idrico, ha visto ridursi del 20% la disponibilità d’acqua rispetto all’inizio del ‘900. I ghiacciai alpini, in particolare, svolgono un ruolo cruciale nel bilancio idrico del bacino del Po, che coinvolge 8 regioni e 20 milioni di abitanti. Ma qualcosa si è rotto: le fusioni iniziano sempre prima, già tra aprile e maggio, mentre gli inverni — sempre più asciutti — non garantiscono un adeguato rifornimento nevoso. Il risultato? Una perdita netta anno dopo anno. Nel 2024 il Centro Studi CIMA Foundation ha stimato una riduzione del 36% della riserva idrica nevosa nei principali bacini italiani rispetto alla media 2011-2022. In Italia la crisi climatica continua ad accelerare ad una velocità doppia rispetto alla media globale: nel 2024 le temperature sono aumentate di 1,52 °C (rispetto al periodo 1991-2010), mentre a livello globale l’aumento è stato di +0,72 °C (Fonte dei dati: Ispra e Copernicus).
