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La contestazione degli anni ’70 e l’innalzamento della spesa militare a 38 miliardi di euro l’anno di oggi

C’era molto fermento nelle scuole, anche in quelle bellunesi, negli anni ’70 del secolo scorso. Eravamo pronti a scendere in piazza ad ogni chiamata. Nell’ottobre del 1970, da matricola all’Istituto Tecnico Industriale “G. Segato”, preside l’ingegner Sebastianelli, ho avuto il “battesimo di fuoco” con un formidabile sciopero ad oltranza per l’abolizione dell’orario spezzato. Noi studenti dell’Iti e anche quelli delle Professionali, andavamo in aula il mattino e il pomeriggio a differenza dei Licei, la Ragioneria e le Magistrali. Si cominciava a parlare anche di occupazione, ma un professore ci avvisò “attenzione che commettereste un reato”. Qualcuno però intuisce la nostra determinazione nello sciopero e che non saremmo più rientrati a scuola finché non sarebbe stato adottato l’orario unico come nelle altre scuole superiori. Così, nel giro di una settimana o poco più tra manifestazioni e collettivi interclasse, avvenne la svolta epocale delle 36 ore settimanali con l’ora di 50 minuti. Eravamo nel periodo della contestazione giovanile sull’onda lunga del ’68. Si contestava tutto e tutti. Dante diventa un restauratore del sistema feudale che critica ma esalta il papato. Manzoni è quello che si affida alla divina provvidenza anziché lottare. Leopardi un poeta che protesta chiuso nel suo individualismo. Non sono migliori i giudizi nei confronti del potere costituito e della classe insegnante. Tutta la prima metà degli anni ’70 prosegue così, sotto l’ala della contestazione e dello sciopero generale. Si scioperava contro la fame nel mondo e contro la guerra nel Viet-Nam. Con qualche “diversivo di servizio”, perché c’era sempre qualcuno che chiamava i carabinieri da una cabina telefonica dicendo che c’era una bomba nella scuola. Ed eravamo ancora tutti in piazza… per ragioni di sicurezza. Ci furono delle esagerazioni? Non credo. Qui a Belluno non ricordo siano avvenuti episodi gravi. Il massimo si toccò a Feltre nel novembre del ’71 con l’arresto di alcuni contestatori, i più politicizzati, e la sospensione di un insegnante. Ma nel Bellunese la contestazione fortunatamente si fermò agli slogan, senza degenerare nel sangue degli anni di piombo. Ebbene, questa carellata di ricordi oramai sbiaditi per porre infine un interrogativo. I giovani degli anni ’70, studenti e lavoratori, avrebbero assistito con indifferenza alla sceneggiata di un capo del governo che, in una situazione economica del Paese come quella di oggi, sale al Quirinale a piagnucolare dinanzi al capo dello Stato per sostenere l’innalzamento della spesa militare dall’1,4% al 2% del Pil, ossia portare a 38 miliardi di euro l’anno la spesa militare dai 21,4 miliardi del 2019, con un Parlamento ingessato, in una democrazia bloccata?
Roberto De Nart

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