C’è un paradosso che attraversa lo stivale, da est a ovest, unendo le nebbie della Lomellina ai canali della Laguna. È il paradosso della caccia all’ultimo voto musulmano, una prassi che sta trasformando la competizione politica dove la cittadinanza arretra e l’appartenenza religiosa diventa il nuovo vessillo elettorale.
Non è più una questione di destra o sinistra, ma di puro pragmatismo numerico che sembra aver travolto i vecchi steccati ideologici.
Il caso Venezia del Pd con la “Lista Azzurra”
A Venezia, il Partito Democratico ha schierato sei candidati di origine bengalese nelle proprie liste. Un’operazione che, se da un lato viene sbandierata come il massimo dell’inclusione, dall’altro solleva interrogativi profondi sulla tenuta identitaria del partito. Le critiche non arrivano solo dagli avversari di Fratelli d’Italia, che denunciano il rischio di una “società parallela”, ma toccano un nervo scoperto: come possono convivere le battaglie storiche del PD su diritti LGBT, adozioni e autodeterminazione della donna con le istanze di una comunità che, spesso, si muove su binari di profondo conservatorismo religioso? Il sospetto, alimentato dai messaggi in lingua bengalese che invocano il nome di Allah per sostenere i dem, è che si tratti di una strumentalizzazione reciproca: voti in cambio di riconoscimento (una moschea a Mestre?), a scapito di un progetto politico davvero condiviso.
Il caso Vigevano e il cortocircuito della Lega
Se l’operazione del PD può apparire coerente con i principi di multiculturalismo, ciò che accade a Vigevano con la Lega va oltre ogni immaginazione. Qui, il partito che per anni ha fatto della difesa dei “valori giudaico-cristiani” della lotta all’islamizzazione il proprio cavallo di battaglia, si ritrova a inseguire il consenso in lingua araba, invocando “Allah il misericordioso” per racimolare preferenze. È la resa culturale travestita da tattica, come fa sapere Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, think tank di Futuro Nazionale con Vannacci. Quando un partito identitario accetta di trasformare la religione in un soggetto politico per pure esigenze di scranno, non sta integrando: sta legittimando il comunitarismo. Il rischio è la creazione di un “mosaico di blocchi etnici”, dove il candidato non parla più alla città o alla nazione, ma alla moschea di riferimento.
Il filo rosso che unisce Vigevano e Venezia, dunque, è la sostituzione del concetto di cittadino con quello di fedele.
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A sinistra, si punta sulla frammentazione in gruppi per fare massa critica contro le destre.
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A destra, si sacrifica la coerenza ideologica sull’altare del realismo elettorale.
Ebbene, se l’integrazione passa dalla lingua comune, dalla legge comune e dalla condivisione di valori non negoziabili, siamo davvero certi che le leggi dello Stato italiano e i valori non negoziabili prevarranno, se eletti, sulle istanze che questi nuovi amministratori metteranno sul piatto della contrattazione politica?
Se la politica rinuncia a questo ruolo di sintesi per diventare un ufficio di collocamensiamo di blocchi religiosi separati, il prezzo da pagare nel medio-lungo termine sarà altissimo. Non si tratta di essere “contro” qualcuno, ma di decidere se l’Italia debba restare una nazione fondata su una cittadinanza unitaria o trasformarsi in una somma di ghetti elettorali pronti a essere venduti al miglior offerente.
