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Pesticidi nei vigneti. L’articolo di Simona Zollet pubblicato sulla rivista accademica Journal of Rural Studies

Simona Zollet

La rivista accademica Journal of Rural Studies (una delle più note pubblicazioni nel campo dello studio delle aree rurali e delle loro dinamiche territoriali, sociali ed economiche) ha di recente pubblicato l’articolo di Simona Zollet “Resisting the vineyard invasion: Anti-pesticide movements as a vehicle for territorial food democracy and just sustainability transitions”.

Il titolo, un po’ provocatorio, si può tradurre come “Resistere all’invasione dei vigneti: movimenti anti-pesticidi come veicolo per la democrazia del cibo a livello territoriale e per una transizione ‘giusta’ verso la sostenibilità”. L’articolo esamina infatti le vicende legate all’espansione dei vigneti in provincia di Belluno e dei movimenti di protesta che si sono sviluppati in risposta. È ormai passato più di un decennio da quando sono emersi i primi problemi legati alle monocolture intensive in provincia di Belluno (vigneti, meleti).

“Non è mia intenzione dare una visione negativa della viticoltura in sé – precisa Simona Zollet – , che può certamente essere uno dei tanti elementi di un progetto di transizione ecologica a livello territoriale, come dimostrano i molti piccoli viticoltori che operano in regime biologico e/o utilizzano varietà resistenti. Tuttavia, la progressiva espansione di vigneti di grandi dimensioni per il Bellunese, coltivati con metodi che prevedono un elevato utilizzo di fitofarmaci di sintesi, rappresenta il sintomo più visibile di dinamiche agricole e territoriali di più ampio respiro, che destano sempre maggiore preoccupazione tra la popolazione locale”.

L’articolo inizia con la ricostruzione storica dei movimenti “anti-pesticidi” in provincia, effettuata grazie alla testimonianza diretta di chi vi ha partecipato e all’analisi di 380 articoli di quotidiani locali che negli anni hanno trattato la vicenda: dalle prime controversie legate ai meleti in zona Cesiomaggiore nel lontano 2008, passando per la nascita del movimento Terra Bellunese nel 2014 e la connessa campagna Liberi dai Veleni, fino all’adozione del nuovo Regolamento di Polizia rurale a partire dal 2016. L’articolo dà particolare spazio alla creazione del Regolamento da parte di Terra Bellunese, e al processo attraverso il quale si è poi giunti alla sua adozione in numerosi comuni della provincia.

“Mi soffermo in particolare sul processo di democrazia partecipativa sviluppatosi all’interno del Comune di Feltre – prosegue l’autrice – culminato con l’approvazione all’unanimità del nuovo Regolamento. La parte di ricostruzione storica si conclude con un breve esame dei problemi tuttora esistenti, in particolare l’incapacità di giungere ad una visione comune di sostegno all’agricoltura sostenibile come unico possibile futuro per il territorio Bellunese, soprattutto a fronte dei sempre più frequenti disastri ambientali legati ai cambiamenti climatici. Un tema che viene accennato nell’articolo, ma che merita sicuramente più spazio, è quello dei tentativi, finora fallimentari, di creare di un biodistretto in provincia di Belluno. Il biodistretto rappresenta una potenziale soluzione all’attuale impasse che vede il nuovo e più restrittivo Regolamento di Polizia rurale applicato solo in una parte dei comuni della provincia”.

Vigneti trattati con diserbante glifosato

L’analisi sociologica effettuata nell’articolo tenta poi di andare oltre la semplice ricostruzione storica, collegando le vicende connesse ai movimenti anti-pesticidi con tematiche più ampie e sempre più attuali: la transizione ecologica, la resilienza e sovranità alimentare e territoriale, e la democrazia partecipativa come nuova forma di governo del territorio, come dimostrato dal caso del comune di Feltre.

 

“Per quanto riguarda la provincia di Belluno – dichiara Simona Zollet – ci troviamo di fatto davanti ad un crocevia: con la zootecnia sempre più in difficoltà e il crescente abbandono del territorio, una delle possibili via di ‘sviluppo’ è quella di svendere il territorio e lasciarlo in mano agli interessi (prevalentemente economici) di pochi. Questa è la strada dell’intensificazione e dell’espansione delle monocolture convenzionali (meleti, vigneti, noccioleti) un fenomeno in aumento in molte aree interne sia in Italia che in Europa. Si pensi per esempio al fenomeno del land grabbing (accaparramento di larghe estensioni di suolo agricolo da parte di attori non-locali, spesso grandi produttori o corporazioni) che un tempo era considerato solo un problema dei paesi del Sud del mondo ed ora in aumento anche in Europa. E si tratta solitamente di processi che interessano territori ‘vulnerabili’ (dal punto di vista socio-economico ma spesso anche ecologico) quali le aree interne, dove la terra costa poco ed è spesso vista dai residenti come un peso e un costo, lasciandola vulnerabile alle speculazioni.
L’alternativa  – sostiene Zollet – è quella di opporsi a questo modello di sviluppo miope che guarda solo al profitto nel breve periodo, e di incoraggiare un’agricoltura e dei sistemi alimentari in sintonia con il territorio: questo, per il Bellunese, significa un’agricoltura diversificata di media-piccola scala, e ad un ripensamento settore zootecnico, per esempio verso modelli di pascolo rigenerativo che possano dare una risposta al problema dell’abbandono del territorio e al contempo contribuire a contrastare i cambiamenti climatici. Ci sono numerosi esempi di questa transizione in atto: dai ‘nuovi agricoltori’, che introducono nuovi metodi di produzione (biologico, biodinamico, biointensivo) e nuove produzioni, agli sforzi fatti negli ultimi anni per preservare e promuovere la biodiversità coltivata. Penso per esempio al gruppo Coltivare Condividendo, all’Istituto Agrario, a DolomitiBio, ai vari consorzi di tutela, al Parco delle Dolomiti Bellunesi. Sul fronte dei consumi, un lavoro importante viene portato avanti dai vari GAS (Gruppi di Acquisto solidale) che operano in provincia, e da nuovi modelli di economia solidale quali le CSA (comunità a supporto dell’agricoltura).
Non è un caso che i soggetti sopracitati siano stati i principali promotori delle attività contro le monocolture intensive e l’utilizzo di fitofarmaci, a dimostrazione del ruolo fondamentale svolto dall’attiva mobilizzazione della società civile e delle organizzazioni locali che rappresentano l’agricoltura sostenibile. Il caso della provincia di Belluno è poi particolarmente interessante, anche dal punto di vista accademico, per due motivi: il primo è l’estensione territoriale delle mobilitazioni, molto più ampia rispetto a casi analoghi di mobilitazioni anti-pesticidi; il secondo è il modo in cui la campagna è stata costruita, con momenti sia di protesta e mobilitazione popolare che di incontro e sensibilizzazione della popolazione. Degna di nota è soprattutto la volontà di costruire, dal basso in modo partecipativo, uno strumento concreto quale il nuovo Regolamento di polizia rurale: un processo che può essere traslato al di fuori del contesto Bellunese e da cui c’è molto da imparare. A contribuire al successo de si è unita la sensibilità di molte amministrazioni locali, che hanno recepito le istanze della popolazione e preso una posizione netta riguardo al futuro dell’agricoltura all’interno dei propri confini.
Questo processo riflette una tendenza in aumento, che vede una sempre maggiore partecipazione della società civile nella definizione delle politiche agroalimentari – perlomeno a livello locale – dovuta all’aumentata consapevolezza riguardo al legame tra produzione agricola, ambiente e salute, ma anche alla crescente importanza di pratiche di democrazia partecipativa (si veda per esempio il più famoso caso di Malles in Alto Adige).

Si tratta di dinamiche ancora agli inizi – conclude Simona Zollet – , come dimostra il caso del biodistretto, di cui si parla dal lontano 2012 senza che si sia riusciti a porsi obiettivi comuni e creare strumenti operativi atti a concretizzare questo progetto. Questo è dovuto sia alla mancanza di un coordinamento a livello provinciale che all’apparente incapacità delle varie parti – soprattutto politiche e imprenditoriali – di mettere da parte differenze ideologiche e campanilismi per collaborare alla definizione di una visione comune. Si tratta di una debolezza fondamentale che deve essere risolta, e la strada tracciata dai movimenti che in questi anni si sono battuti per mantenere l’integrità del territorio bellunese e tutelare la salute della sua popolazione mostra l’importanza di avere una ‘spinta dal basso’. La partecipazione popolare quindi si delinea come elemento fondamentale per giungere finalmente alla creazione di un biodistretto. Questo è il primo passo per la definizione di forme di sviluppo territoriale che non vadano a beneficio di pochi, guidate da dinamiche di potere derivanti dalla ‘marginalità’ economica e politica della provincia, ma che guardino in modo integrato a forme di economia ecologica e circolare e alla tutela della salute pubblica e dei beni comuni”.

“Come ricercatrice, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno partecipato allo studio e donato il loro tempo per le interviste. Inoltre, per approfondire il tema consiglio la lettura dell’articolo ‘I regolamenti di polizia rurale per tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini’ di A. Galantin, E. Pierobon, G. Pislor, L. Solinas, C. Vigna, M. Zanini, in Poli, D. (2018). Territori rurali in transizione: Strategie e opportunità per il Biodistretto del Montalbano. SdT Edizioni”.

 

Simona Zollet

E’ originaria di Feltre, ha studiato Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura presso l’Università degli Studi di Udine, per poi conseguire la laurea specialistica nel programma internazionale Joint International Master in Sustainable Development all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca presso l’università di Hiroshima (Giappone) con uno studio comparativo sull’agricoltura biologica in Italia e Giappone come leva per la transizione agroecologica nelle zone di montagna. Si interessa inoltre dei processi di migrazione di ritorno verso le zone rurali, soprattutto in relazione al fenomeno dei ‘nuovi agricoltori’. Attualmente lavora come assistente professore presso l’università di Hiroshima, ma sta sviluppando progetti di ricerca internazionali sui temi della resilienza delle aree rurali e dei sistemi di produzione e consumo sostenibili.

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