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Recovery Fund e Piano di Ripresa. 210 miliardi della UE da spendere e rendicontare entro il 2026. L’Italia sarà in grado? Probabilmente no

Europa
Parlamento Europeo – Strasburgo

Il 2020 anno nefasto causa pandemia. Risalire si può, con le risorse UE (Recovery Fund e Piano di Ripresa e Resilienza Next Generation EU), ma occorre osservare un percorso programmato, progettato, parametrato e valutato.
Il Covid 19, saltando dalla Cina all’Asia e poi dall’Asia in Europa a partire dall’Italia, ha rilevato le forti fragilità del nostro sistema. Il consueto tran-tran, fondato su migliaia di incoerenze, contraddizioni e storture presenti in tutta l’impalcatura istituzionale, ma ben estese e radicate anche nelle aggregazioni identitarie di rango economico-sociale e culturale; è stato scosso fin dalle fondamenta. Cammin facendo, si capirà se e quanto questa dolorosa vicenda costata la vita a decine di migliaia di concittadini (82.544 ad oggi), è stata colta per migliorarci, oppure ne usciremo peggiori, o infine, tali e quali come prima, unicamente arricchiti nel lessico da qualche vocabolo inglese. L’opportunità dataci è unica e per la sua causale, sperabilmente, non ripetibile. Osservando la realtà e a quasi un anno data dal primo lock down, luci ed ombre sostanzialmente si equivalgono. Certo, la vita è salva (finora) mentre pe la borsa dipenderà molto anche da noi.
Di fronte all’evento inaspettato (Covid19-Pandemia), tutte le nazioni contagiate -chi prima chi dopo- hanno preso coscienza della necessità di dover reagire per non soccombere. La consapevolezza di avere un “nemico esterno” da sconfiggere, ha fatto rivelare anche agli europei che l’agire da “sovranisti” (ognuno per sé), sarebbe stato un comportamento da perdenti. Il Covid-19 andava aggredito tutti assieme; privilegiando – in questa triste classifica – chi aveva pagato pegno più di tutti gli altri, l’Italia ad esempio. Diversamente da tante altre occasioni, le 27 nazioni ed i loro governi scopersero (per mera coincidenza) di far parte di un unico continente, noto da secoli con il nome di Europa, e che accanto alla contiguità territoriale sconosciuta al Covid-19, erano perfino soci di uno stesso club, di origine più recente, chiamato Unione Europea. Davanti al virus, alla morte ed al tracollo della ricchezza interna prodotta, i governanti europei, fulminati sulla via per Bruxelles, dopo una serie di incontri, riunioni e conseguenti decisioni a luglio 2020 hanno dato l’okay per mettere “in comune” qualche centinaio di miliardi in euro, tratti dal bilancio comunitario pluriennale 2021-2027.
Grazie al Covid-19, nacquero due strumenti programmatici-finanziari, Recovery Fund e PNRR, due facce della stessa medaglia: il primo rappresenta l’entrata ovvero da dove arrivano i soldi da spendere, chi li garantisce, come sono recuperati; il secondo è invece l’uscita, a chi sono dati, perché, in che misura, cosa occorre fare per meritarseli, tempistica e metrica per vederseli liquidati.
Il Recovery Fund, letteralmente “fondi di recupero”, è finanziato tramite l’emissione di recovery bond, obbligazioni comuni con la garanzia del bilancio UE. La liquidità raccolta con tale meccanismo viene distribuita ai paesi membri. Trattasi di un forte innesto di risorse necessarie e urgenti, strettamente intrecciate con la contabilità UE degli anni a venire, 2021- 2027. In questo modo la condivisione del rischio vale solo per il futuro, senza una vera mutualizzazione sui debiti del passato. Questo è il compromesso raggiunto alla fine del negoziato, che ha permesso l’approvazione dei paesi del fronte del Nord come Olanda, Austria, Svezia, Finlandia e Germania, da sempre contrari ad una classica condivisione degli oneri legati ai debiti. Non a caso, queste obbligazioni sono chiamate anche “Ursula bond” dato che la leader della Commissione li ha fortissimamente voluti (assieme ai restanti Paesi per lo più dislocati nel Sud Europa), premiando così chi ha contribuito ad eleggerla nel ruolo e funzione di Presidente (luglio 2019). Segnatamente per l’Italia cinque stelle e PD, oltre a Forza Italia già parte della coalizione di Centrodestra di cui la Von Der Lien è espressione. In sintesi e come si dice, la UE ha già dato, spetterà ora ai destinatari delle provviste in cascina, agli atti l’Italia è il maggior beneficiario, dimostrarsi all’altezza della situazione. Altra annotazione, non di minor rilievo, è che il Recovery Fund è uno strumento “temporaneo” cioè termina il 31.12.2026; difficilmente prorogabile specie se chi ne deve trarre vantaggio, il riferimento voluto è proprio l’Italia, non l’ha saputo sfruttare appieno e per bene.
Complessivamente, il Recovery fund offre un pacchetto da 750 miliardi di euro, articolati in sovvenzioni e prestiti: 390 miliardi di euro di sovvenzioni, 360 miliardi di euro di prestiti.
Il Prof. T. Monicelli, economista, sulla voce info di fine dicembre 2020 segnalava che ”Nel nostro paese si è diffusa la convinzione che, almeno in parte, il Recovery Fund sia una specie di “pasto gratis”. Non è proprio così, anzi approfondendo la questione lo stesso autore avverte i governanti ed i governati che “La parte di sussidi non è però un regalo a fondo perduto, come si sente spesso dire. All’inizio del processo la Commissione Ue si indebita per 750 miliardi, raccogliendo risorse dai fondi pensione americani, dalle famiglie norvegesi, dagli investitori giapponesi. La Ue raccoglie risorse sul mercato, dunque, e non dai paesi membri. Una parte delle risorse è girata come trasferimenti a Italia, Spagna e altri paesi. Ma certamente non a “fondo perduto”. Perché la Commissione dovrà prima o poi ripagare agli investitori internazionali quegli iniziali 750 miliardi. E saranno ovviamente i vari paesi membri, inclusa l’Italia, a farlo attraverso il bilancio comunitario”. Banalmente si osserva che gli uffici governativi non hanno finora prodotto un’analisi comparativa costi/benefici, vantaggi/svantaggi, tra condizionalità esistenti nel Recovery a fronte di quelle vigenti nel MES-Sanità cui potremmo attingere circa 35 miliardi di euro su 410 a base europea. La comunicazione istituzionale del pur ottimo Casalino in forza alla Presidenza del Consiglio sul punto tace, chissà perché. Nel dibattito pubblico, nei mass-media e nei social che così tanto orientano l’opinione di chi non sa, questi aspetti occupano spazi residuali o sono del tutto emarginati. Verosimilmente, il sonno durerà fintantoché avremo un brusco richiamo alla realtà e da parte dei “Paesi frugali” e dagli investitori che hanno acquistato gli “Ursula bond”. In base alle consuetudini, quando ciò avverrà ci penserà il Governo in carica nel 2024-26 (chissà chi ci sarà) e nessuno si ricorderà che la partita è stata impostata, con gravi lacune fin dal suo nascere, da parte del Governo Giallo-Rosso.
La fetta della torta accreditata all’Italia derivante da citato fondo ammonta a 196,5 miliardi di euro, di questi 68,9 miliardi sono in sovvenzioni e 127,6 miliardi in prestiti; integrando la somma disponibile con altre della programmazione comunitaria, la cifra arriva a 210 (209.9) miliardi di €. (pnrr CdM aggiornato al 12.01.2021). L’Italia si avvantaggia da predetto fondo per una percentuale pari al 26,2; i restanti 26 (ventisei) Paesi UE del 73,8.
Sul versante uscita, cioè spesa pubblica, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede che il 70% delle risorse dovrà essere impegnato nel 2021-2022, la quota rimanente nel 2023. L’allocazione dei circa 210 miliardi di euro, sono suddivisi tra i progetti delle varie missioni nella seguente misura: 144,2 miliardi di euro spettano ai nuovi progetti, 65,7 miliardi di euro sono destinati ai progetti in essere; in particolare per gli investimenti pubblici sono destinati il 70% degli incentivi; il 21% è invece la quota riservata agli investimenti privati. In ogni caso, il tutto dovrà essere rendicontato entro il 2026. La “temporaneità” dello strumento in dotazione, dovrebbe indurre i decisori politici a “fare presto, fare tutto e fare bene”, ma cosi non è.
La costruzione del PNRR è imperniata su tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale. A questi si aggiungono tre priorità trasversali: le donne, i giovani, il Sud. Su queste basi sono congegnate sei missioni, aree tematiche strutturali di intervento, che a loro volta gemmano 16 componenti, a ognuna delle quali vengono destinati dei fondi. Infine, le componenti si articolano in 47 linee di intervento che presentano progetti più specifici. La componente che riceve più fondi è “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” (29.35 miliardi), mentre quella che ne riceve meno è quella degli interventi speciali di coesione territoriale (4.18), all’interno della missione “Inclusione e Coesione.

La marcia dei primi cinque mesi è stata zoppicante ed i precedenti non sono affatto positivi.
A partire da 17 settembre 2020, la Commissione UE ha reso noto agli stati membri le linee guida ed annesse puntuali indicazioni per redigere i PNRR, suggerendo che entro il 20 di ottobre si poteva far pervenire un progetto preliminare perfezionato con l’osservanza di parametri, indicatori, risultati attesi e quant’altro, per una prima presa visione da parte degli uffici competenti. Il dossier contenente le istruzioni per come fare la domanda di partecipazione alla botta di soldi in arrivo da Bruxelles, è stato altresì trasmesso al comparto Regioni-Autonomie locali ed in ogni caso era (è) scaricabile in italiano dal sito internet diretto da Fabrizio Barca: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/.
I primi battiti del PNRR sono dati dal Conte 2 in data 7 dicembre 2020 con una prima “bozza” riservata e una seconda altrettanto “riservata”, ma scaricabile da internet già nel pomeriggio del giorno 12 gennaio. I commenti più benevoli affermano che sono stati prefigurate le strategie, i settori, gli obiettivi generali e una lista di tabelle con l’allocazione delle risorse nelle principali linee di spesa, però siamo ancora lontani da progetti specifici valutabili e rendicontabili secondo le aspettative di Bruxelles. In tal senso è significativa una dichiarazione del Commissario Affari Economici P. Gentiloni del 18 u.s. “il PNRR è da rafforzare” (ancora non ci siamo) ricordando l’ex – premier italiano, che da febbraio prossimo potranno essere presentati i Piani dei singoli Paesi; di modo che a giugno sarà possibile erogare la prima tranche di denaro. Il termine finale di presentazione del PNRR è il 30 aprile. Probabilmente solo il 10 per cento dei fondi del Recovery Plan sarà erogato in tempi brevi, entro fine 2021, per avviare la messa in opera dei primi progetti. Il rimanente 90 per cento sarà invece condizionato al raggiungimento degli obiettivi economici stabiliti in partenza (frutto del negoziato Commissione-Governo) e pur avendo a disposizione sei anni, questo è uno spazio temporale breve in relazione alle reali capacità gestionali dell’apparato amministrativo, centrale e periferico.
In genere gli interlocutori privilegiati dalla Commissione UE sono gli esecutivi degli stati membri. Il Conte 2 ha preferito – sulla base di un atto d’indirizzo approvato dal Parlamento – diventare “ufficio proponente” spettando l’ultima parola in tema di PNRR al Parlamento. Sicuramente data l’enormità delle risorse in ballo, gli eletti dal popolo dovevano essere consultati, così come le autonomie locali e le forze sociali. Certo è che altre modalità erano possibili, senza dover eccessivamente allungare l’iter tenuto soprattutto presente che -a tutt’oggi- manca sia l’elenco puntuale dei progetti specifici già in essere ma finanziabili, che quelli che dovranno essere oggetto delle risorse programmate. Stante poi la situazione politicamente in costante fibrillazione, alla fine chi decide in via ultimativa con riguardo ai progetti annessi e per eventuali correzioni e/o integrazioni e/o nuovi inserimenti: il Governo e/o il Parlamento (un organismo promiscuo?), dando per acquisita la preziosa e proficua collaborazione del Ministro degli Affari Europei.
Altre questioni non di metodo ma di merito vanno indicate, a futura memoria. La prima concerne le aspettative che la Commissione ha in tema di riforme organiche attese dall’Unione Europea da oltre vent’anni e che l’Italia ha continuativamente disatteso. In caso di ritardi accumulati nella fruizione dei soldi messi a disposizione, questa volta, la partita non sarà giocata solo dai players istituzionali nazionali ed europei, ma anche dall’andamento sul mercato finanziario dei recovery bond influenzati non tanto dai giochini politici “domestici”, quanto piuttosto attenti al portafoglio-clienti e ai rendimenti prospettati e cedole incassate.
Prendendo dal solito gruppo di “suggerimenti”, il posto d’onore spetta alla improcrastinabile esigenza di snellimento delle procedure e di efficientamento della Pubblica Amministrazione. Stando in argomento, annota il docente bocconiano già citato “La condizionalità (sulla tempistica n.d.r.) è un elemento di grande importanza del Recovery Plan. Soprattutto per un paese come l’Italia, che è scandalosamente incapace di spendere i soldi dei fondi strutturali Ue. Per capire, nel periodo 2014-2020 l’Italia ha ottenuto 44,8 miliardi di fondi strutturali e ne ha spesi non più del 38 per cento, peggio di noi ha fatto solo la Croazia” Questo è il dato di fatto, al di là delle consuete doglianze e declamazioni da talk show dette anche nelle aule parlamentari, che spesso echeggiano contro l’Europa alla quale noi versiamo tanti soldi, ma ci vengono restituite solamente briciole. In questo scenario è semplicemente ridicolo che si siano persi due mesi per discutere di una “task force”, l’ennesima da attivarsi con circa 300 consulenti, invece che prender atto, una volta per tutte, che non esistono soluzioni miracolistiche ad uso dell’ufficio stampa e propaganda. Occorre potenziare e valorizzare ad esempio il CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), integrato – se risulta carente – di professionalità specifiche. Il compromesso raggiunto nella versione di metà gennaio, è stato quello di decidere di non decidere, rinviando ad altro provvedimento da discutere in Parlamento la “governance” di processo e di prodotto finale del PNRR. Un modo come un altro per far decorrere i giorni, le settimane ed i mesi.
Sulla stessa lunghezza d’onda è l’assenza marcata del Governo Giallo-Rosso (in attesa di colorazione aggiuntiva) in materia di “riforma fiscale”; già incluso nel programma del Conte 2 e facente sempre parte del bouquet UE condizionante il Recovery Plan. Attualmente le due competenti commissioni di Camera e Senato suppliscono alle lacune dell’esecutivo e conducono un’indagine conoscitiva utile a rimodulare l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e altri aspetti del sistema tributario. Il lettore è esentato dal rimanente “de iure condendo”, alias proposte di legge sparse qui e là nei Palazzi Madama e Montecitorio. Non v’è dubbio che tutto sarà in ordine e stampato in Gazzetta Ufficiale prima del 30 aprile 2021, nonché letto anzitempo anche a Bruxelles.
Aspettando Godot, ovvero “partiam partiam” dal coro dell’Aida di Verdi il legislatore italico è sempre lì in punta di penna, oggi, con il dito sul pulsante pronto a votare le norme chieste dall’Europa. In genere il parto è quasi sempre ritardato di decenni, ciò non significa che la classe politica si esima da produrre codicilli che sono serventi “questioni particolari”, che vanno a sbattere contro regole e criteri codificate da tempo nei trattati e nelle direttive comunitarie. Il riferimento è alla vicenda delle concessioni demaniali marittime prorogate in capo agli stessi imprenditori fino al 31.12. 2033, causa pandemia-covid (forse sono anche gli stessi che si lamentano perché non ricevono i ristori). La Ue sta attendendo dal 1996 che le concessioni siano messe a gara, vabbè dovrà pazientare ancora poco più di una decina d’anni. Alzi la mano, chi è contro la piccola e media impresa che agisce liberamente sul mercato dei servizi turistici, garantita nella parte terreno utilizzato da una quota parte di demanio pubblico pagato allo stato (canone concessorio) una pipa di tabacco? Nessuno; infatti, la norma censurata è stata votata a partire da Leu a finire a Fratelli d’Italia oppure fate voi il percorso inverso, a partire da destra per finire a sinistra.
Altro dossier bollente è quello della “nuova” Alitalia che stando alle indiscrezioni ( money.it) , la compagnia può non decollare se non risolve le seguenti questioni: cessione di handling e manutenzione, predisporre una gara per la gestione di Millemiglia, chiarimenti sulla strategia multi-hub, fornire un’analisi delle sostenibilità delle rotte; cessione di slot, chiarire la sostenibilità dei contratti di leasing; chiarimenti su impiego di risorse statali prima della newco, delucidazioni su passaggio degli asset da Alitalia alla nuova compagnia. L’operazione datata 2008 vede quale primo attore un noto impresario milanese, assieme ai “capitani coraggiosi”, della serie un seguitarsi di false partenze e fallimenti evitati ricorrendo alle casse dell’erario. Ma qualcuno ha pagato e paga le previsioni del tutto errate? No, nessuno, ovvero paga Pantalon detto anche cittadino-contribuente. Secondo tradizione, fatta la frittata, l’affaire Alitalia dal centro destra è transitato al centrosinistra per approdare – infine – alla new entry, i 5 stelle; quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Da notare 2008-2021, 13 anni e 13 miliardi buttati in “aria”.
Tornando al titolo dell’articolo: l’Italia sarà in grado di spendere al 100% i 210 miliardi del Recovery Fund/Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza della UE entro il 2026?. La risposta è semplice: “NO”.

21 gennaio 2021 Enzo De Biasi

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