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domenica, Ottobre 25, 2020
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Il reportage. Afghanistan, 18 anni dopo…  * di Giovanni Cipolotti

Giovanni Cipolotti

Il dottor Giovanni Cipolotti, medico rianimatore, anestesista, già responsabile del Suem 118 di Verona, Treviso e Belluno, da metà settembre si trova a Kabul (Afganistan) come medico volontario per Emergency e vi rimarrà fino a metà dicembre. Era già stato per una missione di 6 mesi 18 anni fa e ha deciso di ritornarvi.

Lo abbiamo contattato per raccogliere la sua testimonianza.  

 

 

Sono tornato in Afghanistan 18 anni dopo la mia prima esperienza fatta con Emergency a Kabul, per una missione in uno dei tre ospedali, quello della capitale, che viene gestito dall’ONG fondata da Gino Strada e Teresa Sarti nel 1994. Dopo una vita professionale spesa in uno dei sistemi sanitari del mondo occidentale, sono dell’opinione che, per chi lo sente, possa profilarsi un periodo della propria vita da impiegare in una “restituzione” nei confronti di chi, meno fortunato di noi, non si può avvalere di una sanità gratuita e di qualità.

L’Afghanistan è un paese devastato da decenni di guerra, che hanno cancellato il sistema sociale e sanitario del paese, oltre a lasciare il territorio disseminato di ordigni inesplosi, con quotidiani scontri fra forze armate e gruppi di talebani; l’ospedale di Kabul accoglie esclusivamente le vittime civili di guerra, e la penosa verità è che, nonostante le notizie che arrivano in Occidente sembrano suggerire l’arrivo di una pace imminente, in realtà il numero di ricoveri ed interventi per patologie di guerra è, dal 2017 ad oggi, in costante aumento.

L’ospedale gestito da Emergency si trova al centro della capitale, e riceve pazienti che giungono dal territorio o dalla rete dei FAP (Posti di Primo Soccorso) che operano intorno a Kabul e nel territorio montuoso del Panshir (in questa zona sono presenti 30 FAP); in questa valle, che dista un paio d’ore di macchina da Kabul, è presente il primo ospedale costruito da Emergency, che attualmente tratta soprattutto casi pediatrici o ostetrico-ginecologici. Inoltre, nella capitale, Emergency gestisce 7 cliniche che svolgono la loro attività fra orfanotrofi e prigioni.

L’ospedale di Kabul ha 118 posti letto (che a causa del Covid 19 sono stati ridotti a 75), ed è strutturato in un Pronto Soccorso, tre sale operatorie costruite ed attrezzate con standards occidentali, una Terapia Intensiva ed una Subintensiva, i reparti di degenza ed i servizi necessari, quali fra l‘altro una TAC, una delle poche strutture del genere presenti nel paese.

Emergency opera con l’obiettivo di portare nei paesi in cui è presente la migliore sanità possibile, in termini di qualità e sostenibilità: i protocolli di cura sono simili a quelli che si applicano nei nostri ospedali, fatto che ha permesso, negli anni, tramite un accordo con il Governo Afghano, di istituire un corso di training per i medici specializzandi in emergenza e area critica, che vengono istruiti e valutati dal personale internazionale.
La quasi totalità dei medici e degli infermieri che operano all’interno delle strutture di Emergency, sia come sanitari che come addetti ai servizi, sono afghani: oltre che garantire un sostegno economico alla popolazione, questo fatto permette anche di pianificare, nel tempo, un graduale trasferimento della gestione dell’ospedale stesso alle Autorità Locali.

Come tutti gli ospedali, anche quello di Kabul accoglie feriti 24 ore su 24: ad ogni ora del giorno e della notte, la radio che avvisa dell’arrivo di nuovi pazienti può interrompere la cena o il riposo; eppure, quando si viene a lavorare in questi contesti, chiaramente motivati da una spinta interiore, quello che si incontra tra i colleghi che condividono la propria esperienza è un livello di motivazione molto elevato, che permette i noti risultati che sono descritti nei report che Emergency pubblica periodicamente riguardo ai propri progetti.

L’ospedale di Kabul ha iniziato la sua attività nel 2001, e da allora sono stati effettuati oltre 76.000 interventi chirurgici: è centro di riferimento per le vittime di guerra della capitale e delle aree circostanti, nel 2019 ha ricoverato 3700 feriti, un terzo dei quali hanno meno di 18 anni; in relazione alla situazione del Paese, non si è purtroppo assistito, in questi anni, ad una diminuzione del numero dei pazienti che afferiscono all’ospedale, dovendo purtroppo evidenziare, invece, che le persone che vengono maggiormente colpite sono donne e bambini, quei soggetti deboli che vengono tecnicamente definiti, purtroppo, gli “effetti collaterali” delle guerre moderne.

Giovanni Cipolotti 

Chi volesse conoscere ulteriori informazioni sui progetti di Emergency, o fare una donazione, può visitare il sito:
www.emergency.it

 

 

 

 

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