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lunedì, Aprile 19, 2021
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La montagna, la fatica e le donne

Tre Cime di Lavaredo (foto Nicola Grandesso)
Tre Cime di Lavaredo (foto Nicola Grandesso)

Una domenica di sole: forse una delle ultime con questa luce stupenda di tardo settembre. Sicuramente la prima di autunno. La stagione che in montagna ci riserva splendidi paesaggi dai colori caldi: nel tetto verde dei prati primaverili ed estivi si sono infiltrati il giallo, il rosso, l’arancione e il violetto. Dall’alta quota dove i larici si tingono di giallo fino ai paesi sul fondovalle è tutto un ventaglio di sfumature. Larici, castagni, faggi: da un giorno all’altro ogni albero esibisce la sua variopinta tavolozza di tonalità, mentre i sentieri vengono ricoperti da un tappeto di foglie e aghi.
Gli amici sono lontani dalla montagna, stanno ad uno dei tanti festival letterari che si tengono nelle città della pianura. Io questa volta, li ho snobbati, stanca di una settimana di lavoro e di impegni. Ho preferito venire a rivedere alcune tra le montagne più belle del Bellunese: le Tre Cime di Lavaredo. Parcheggiata l’auto ai piedi delle Tre splendide Cime inizio l’escursione lungo una strada sterrata con il numero 101 che, sempre in piano, conduce alla parte opposta delle Tre Cime. Mi fa compagnia il rumore dei ciottoli che sposto…il resto è cielo azzurro e sole. L’aria pizzica un po’, ma non ci faccio caso: so che mi farà crescere l’appetito che già di mio non mi manca…Dopo circa 15 minuti di cammino arrivo ad una chiesetta dedicata a Maria Ausiliatrice e poco dopo al rifugio Lavaredo (2344 m).
Proseguo lungo la strada sterrata fino alla forcella Lavaredo (2454 m) che raggiungo di buon passo in 45 minuti. Arrivata in cima alla forcella eccole le splendide vette con la loro forma classica di tante foto. In lontananza si intravvede il rifugio A. Locatelli (2405 m): nell’insieme il panorama è uno spettacolo mozzafiato. In questi momenti mi chiedo perché mai molti di noi si ritrovino ogni mattina in coda nel traffico in una città inquinata, tra smog e stress; prima o poi migreremo qui tra le montagne! Mi fermo a sfogliare la mia guida: è un libriccino che racconta un po’ di aneddoti sulla montagna, fatti storici e curiosità.
Leggo con meraviglia di una certa Anna Ploner, che a soli 18 anni, il 19 settembre di molti anni fa – era il 1874 – con le guide Michel Innerkofler e Luigi Orsolina scalò la Cima Grande lungo il versante sud. Anna Ploner era figlia del famoso Georg Ploner.
II nome di Georg Ploner oggi è ancora vivo come toponimo sulla cima principale del Cristallo. Lì infatti ci sta il cosidetto Baston de l’ Ploner, un aereo terrazzo formato da un lastrone piatto, sul quale si narra che l’oste (era questa la sua professione) avesse dimenticato l’ “alpenstock” durante una salita. La montagna sorprende sempre. Continuo poi la lettura e scopro che Anna compì anche una delle prime ripetizioni del Cristallo, conquistato anni prima da Paul Grohmann con le guide ampezzane Santo Siorpaes Salvador e Angelo Dimai Déo.
Mi sento fiera che una rappresentante del genere femminile avesse un tale coraggio e avesse dimostrato di essere pari agli uomini: una cosa è farlo oggi, impresa più grande nell’Ottocento.
Rifletto sulle donne di qui, le donne della montagna, da sempre avvezze alla fatica, alla vita all’aperto, al lavoro duro sui prati che continuava poi in casa, a rimestar la polenta, ad accendere e controllare il focolare, a seguire i figli. Donne cui la montagna deve molto. In fondo – rifletto tra me e me in solitaria – anche le Tre Cime sono femminili, no? chissà se è solo una coincidenza.

Bruna Mozzi

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