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Caso Sappada. Bard: “Il no del consiglio provinciale, un capolavoro masochista”

Sulla bocciatura ai voti di martedì in consiglio provinciale per il passaggio di Sappada in Friuli, oggi pubblichiamo l’analisi del Movimento Bard Belluno autonoma Regione Dolomiti.

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Movimento Belluno autonoma Regione Dolomiti
Movimento Belluno autonoma Regione Dolomiti

La delibera del Consiglio provinciale di Belluno sul referendum di Sappada pone tre gravi problemi. Il primo. La Costituzione italiana per il Governo e per il Consiglio provinciale, si osserva se fa comodo. I cittadini di Sappada hanno svolto un referendum regolato dall’art 132 della Costituzione per il loro trasferimento in Friuli, hanno avuto il parere favorevole di due Consigli regionali (Veneto e Friuli) di due Consigli provinciali (Udine e Belluno), hanno unificato i due disegni di legge (951 e 1082) in commissione Affari costituzionali al Senato, seguendo l’iter legale previsto per dare attuazione alla volontà popolare, che è il fondamento della Repubblica. Senza rispetto della legge c’è solo l’arbitrio, la prepotenza, il conflitto.

Il secondo.  Il modello previsto dalla legge 56/2014 (Delrio) per l’elezione dei Consiglieri e del Presidente provinciali è un fallimento. I Consiglieri provinciali, Sindaci di due comuni referendari (Taibon e Fodom), hanno vissuto sulla propria pelle il conflitto di essere Sindaci eletti dai loro cittadini e consiglieri “eletti” da altro limitato corpo elettorale. Hanno dovuto astenersi dal voto perché legati a due doveri di rappresentanza inconciliabili. Così, su Sappada, hanno preso una decisione cinque consiglieri su dieci, più il Presidente. Soggetti che non hanno alcun potere in merito al referendum di un altro Comune. Così il parere di alcuni Sindaci (di Longarone, Sedico, Alano, Feltre, Perarolo, Auronzo) ha ostacolato l’esercizio di un diritto costituzionale di un altro Comune. Questo è un reale elemento di disgregazione della solidarietà tra istituzioni e comunità provinciali. Altro che i referendum.

Il terzo.  La voluta debolezza dell’ex ente provincia, derivante dall’assenza di sovranità, l’ha esposto all’uso strumentale che ne ha fatto chi ha l’interesse a lasciare le cose come stanno. L’ordine del giorno approvato ieri non è stato scritto a palazzo Piloni ma a Roma. I Consiglieri hanno votato un documento che è servito a togliere dall’ordine del giorno della Commissione Affari costituzionali in Senato la votazione su Sappada. Cosa che è puntualmente avvenuta ieri. E tutto ciò in cambio di nulla.

La richiesta di attuazione dell’artt. 116-177 Costituzionali fatta dal Consiglio è patetica. In essi c’è possibilità di riconoscere ulteriori forme di autonomia, su alcune materie (istruzione, tutela beni culturali e paesaggistici, territorio e protezione civile),  alle Regioni a statuto ordinario, purché esse siano in equilibrio di bilancio. In essi non si fa alcun cenno agli enti di area vasta, si abolisce ogni riferimento alle Province (comunque denominate). La nostra ex provincia, non avrà riconoscimento costituzionale, non sarà più titolare di funzioni amministrative proprie (118), nè di autonomia finanziaria, né di entrate proprie né di partecipazione al gettito di contributi erariali, né di un proprio patrimonio (119). Non essendo più Ente locale costituzionale non si potrà applicare lo Statuto del Veneto e della LR 25/2014 che riconosce alla Provincia la specialità.

Il Consiglio ha offerto, su un piatto d’argento, alla Regione la possibilità di rinviare in eterno la modifica dello Statuto e la sua applicazione. Quale istinto politico suicida abbia colpito alcuni Consiglieri provinciali non è dato sapere ma è certo che hanno assunto una responsabilità gravissima. Dietro al nobile intento di salvare l’unità amministrativa di un Ente già in dissoluzione, hanno eliminato l’unico strumento legale esistente, per porre al Parlamento e ai Governi nazionale e regionale, il dovere di dotare le comunità dolomitiche di strumenti di auto governo e di amministrazione locale efficienti ed adeguati. Tutte le comunità dolomitiche sono in gravissime difficoltà sociali ed economiche. Il coraggio e la tenacia dei referendari di Sappada ha avuto la forza di portare in Parlamento il problema.

Il Consiglio provinciale, con una debolissima e sgangherata delibera, ha dato al Governo lo strumento per togliere al Parlamento l’opportunità di discutere e votare. Un capolavoro masochista.

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