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mercoledì, Febbraio 28, 2024
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Reperti archeologici e loro collocazione * di Eugenio Padovan

Eugenio Padovan
Eugenio Padovan

A seguito della diffusione degli strabilianti risultati scientifici, conseguiti dagli studi dell’Università di Ferrara nella persona di Marco Peresani che ha proseguito l’opera di Alberto Broglio, sulla tomba della Val Rosna, risalente a ben 14000 anni dall’epoca presente (non 12000, come era ritenuto all’epoca della scoperta), vi è l’auspicabile speranza che le ricchezze culturali, come la presente, costituiscano un’imperdibile occasione e motivo di sviluppo della nostra storia e archeologia.

Infatti, se teniamo nella dovuta considerazione di come questo ritrovamento, risalente al 1988, si debba alla tenacia, impegno e competenza del volontario, Aldo Villabruna (a cui si deve con Carlo Mondini la scoperta della preistoria bellunese) , dell’Associazione Amici del Museo di Belluno e sia il frutto della conoscenza, amore per la ricerca verso le antichità della nostra provincia. Non possiamo passare sotto silenzio l’occasionalità nei confronti della tutela del settore, mantenuta per troppo tempo dagli istituti competenti. Atteggiamento (mutato nei primi anni novanta con l’arrivo del Soprintendente, oggi Direttore Generale delle Antichità, Luigi Malnati) ma che, a macchia di leopardo, è rimasto inalterato anche in questi ultimi 3,4 anni. Allora, nel 1988, al tempo della straordinaria scoperta che annovera, la prima volta nel mondo, pietre dipinte, con ocra rossa, in un contesto di sepoltura si era, qui da noi, nel pieno della stagione delle scoperte preistoriche. Dall’industria litica del Monte Avena, l’uomo mesolitico di Mondeval e altre ancora, che dimostravano la presenza dei cacciatori raccoglitori e primi agricoltori, nei nostri territori montani e vallivi risalenti a partire dai 40 000 anni. Purtroppo non altrettanta attenzione e apertura scientifica, erano riservate dall’Istituto di tutela alle citate grandi potenzialità e ricchezze celate dal sottosuolo.

Si proseguì, invece, con una politica dissuasiva e di poco interesse e coinvolgimento delle intelligenze locali, finendo col rinsecchire gli interessi e aspettative che potevano essere rivolte ai progetti e finanziamenti reperibili, come quelli europei. Tutto questo e molto altro poteva essere incentivato dal costante contributo di esperti e addetti ai lavori che dovevano operare , come a Trento e Bolzano in un ufficio provinciale per i beni archeologici, mai aperto e voluto. Le uniche caparbie presenze furono quelle di un certo numero di volontari, troppe volte mortificati, e dei ricercatori dell’Università di Ferrara come Alberto Broglio, Antonio Guerreschi, Marco Peresani tanto per ricordarne alcuni.La vicenda, che più di ogni altra stigmatizza questo agire, attiene la casuale scoperta, da parte del locale parroco, del castelliere di Noal (Sedico) mentre, sulla collina che domina la cittadina, cercava le tracce del castello di Mirabello.

Difatti, resti murari a secco venuti in osservazione, nel 1986, riguardavano un villaggio fortificato d’altura e quelli con malta appartenenti a costruzioni più recenti, furono fatti immediatamente ricoprire, dalla Soprintendenza di Padova, cassando sul nascere la possibilità di analizzarli tempestivamente e comprenderne la loro funzione. Dovettero trascorrere diversi anni ed essere inoltrate molte perorazioni perché le indagini fossero riaperte e si giungesse alla valorizzazione del villaggio fortificato risalente all’età del bronzo. Episodi di una pressoché totale assenza diffusione e utilizzo complessivo delle scoperte antiche potrebbero continuare con le mancate pubblicazioni d’interventi di scavo in tanti luoghi.

A fare da battistrada vi sono la città di Feltre e il Feltrino, dove mancano all’appello pubblicazioni di decine e decine di scoperte registrate in città e nei paesi circostanti negli ultimi trent’anni. Tuttavia le clamorose rivelazioni sul cacciatore della Val Rosna, morto, 14000 anni fa, all’età di 25 anni, ci costringono a puntare, allo stesso tempo, l’indice contro le amnesie, miopie, incapacità e inadeguatezze dei nostri amministratori e politici che si sono susseguiti, nel caso di specie, alla guida della città di Belluno. Le colpe a loro addebitabili sono sotto i nostri occhi. Si esemplificano con lo stato in cui è rimasto per decenni il Museo civico nel quale, solo due piccole sale, sono state riservate, sino a oggi, alle collezioni archeologiche parte delle quali, provenienti anche da altri centri della provincia. Solo in questi anni, finalmente, si sta provvedendo, grazie ad un finanziamento della Fondazione Cariverona, al restauro di palazzo Fulcis –De Bertoldi (nel cui androne sono state scoperte, nel 2008, tombe longobarde con ricchi e preziosi corredi, ma anche gravi devastazioni dovute alla mancata tutela archeologica), per assicurare una degna sistemazione, almeno alla pinacoteca. Liberando alcune sale da destinare ai reperti ritrovati nei tanti interventi di archeologia urbana cittadina dovuti pure a volontari come Virginio Rotelli.

Tenute presenti le necessità espositive dell’archeologia di Belluno, sarebbe illusorio voler rivendicare spazi del Museo civico cittadino per esporre reperti, anche importanti ,ritrovati in altrove e quindi, da lasciare ed esporre, nelle rispettive zone di competenza. Altrimenti, com’ è avvenuto sinora, si perpetuerebbe la pratica, tristemente nota, del loro inutile ammasso nei magazzini. Al contrario, sarebbe più efficace, che con la sua nuova sistemazione, la funzione fosse pure quella di motore pubblicitario per i vari musei e collezioni archeologiche, sin qui opportunamente aperte, per promuovere culturalmente e turisticamente i vari centri espositivi, vallivi e montani, della provincia di Belluno.

Eugenio Padovan

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