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giovedì, Luglio 18, 2024
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La “quarta dimensione” dell’artista Michela Ianese

C’è un’artista, in una delle più belle valli del Bellunese, quella del Comelico, che sta elaborando quella che lei stessa chiama “la quarta dimensione”: il tempo. Come si può mettere su tela uno dei concetti che, più di tanti altri, ha interrogato filosofi e poeti, artisti e religiosi? Lo chiama la «mia quarta dimensione, riferendosi al tempo e definisce la sua una «non-art». Si tratta di una nuova serie di lavori dell’eclettica artista di San Nicolò di Comelico, Michela Ianese. Già celebri i suoi ritratti che imprigionano l’attualità: dalla Fallaci a Montanelli, la Terri Schiavo con la smorfia che par chiedere: lasciatemi stare. Ai volti di somale o agli occhi della donna del suo Velo di Kabul. «Quando ragiono su un’opera devo fermarmi e trovare il mio baricentro. Devo ancorarmi», spiega anticipando qual è il suo
concetto del tempo. «Non lo vivo, ecco perché lo ricerco. Dentro me sembra di vivere il non tempo. Vivo con un infinito, che emerge, si perde, si trasforma, muta intorno di continuo». Da qualche tempo la sua concentrazione è fissa sulle sue texture, quelle trame che crea il tessuto, come una sorta di modulo che viene ricreato e ricreato. «Mi fa pensare alla vita, all’atomo. Tutto si ripete in luce, in forme.
Dopo anni in cui ho usato i colori, sto elaborando la quarta dimensione: il tempo, utilizzando texture monocromatiche. E lì trovo la mia sintesi in un colore solo, che ha molte tonalità». I colori sono quelli «della meditazione, del silenzio». In questi giorni la Ianese racconta: «sto elaborando in una sorta di “rigere-azione totale, in un cammino solitario, meditativo e in saturazione col sistema d’ogni sorta. Apprezzati soprattutto in America, le texture-cosmiche di mia creazione, ora si direzionano in maniera effettiva verso la quarta dimensione, ossia al movimento cosmico-temporale: il tempo». Cosa muove l’artista comeliana a mettere su tela i suoi pensieri? «La crisi globale l’umanizzazione a pezzetti, la paura generale,l’aria d’incertezza, il malessere diffuso, dalla pietra alla montagna, mi porta ad un percorso lineare e distorto, solitario e catartico – spiega – non più colore; i non-volti, ma interni, linee nello spazio e grandi, immensi vuoti. La non-art la non-luce. Tele e materiali Smaterializzati, bucati, forati, denudati dalle plastiche di superficie svuotati per rigenerare flussi di energie. Tagli, segni, linee, come rotture, elettrocardiogrammi,
vuoti e pieni, vita e morte, così in osmosi col territorio, anche se in trasferta in “pianura”, analizzando il sistema per elaborarne una
nuova dimensione», racconta in un fiume di parole Michela Ianese. Malgrado i pregiati inviti e le selezioni importanti, nazionali e
internazionali d’arte contemporanea, dal Louvre all’America e in tutta Italia ora la scelta e la necessità «è la medit-azione e il silenzio,
un momento sabbatico e di rigener-azione dello spirito non partecipando  a nulla», insomma la sua Non-art.
Federica Fant

 

 

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