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lunedì, Ottobre 26, 2020
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Gli “onesti” di Alfano e ciò che rimane delle virtù morali dopo la cura Berlusconi * di Francesco Masut

Il nuovo segretario del PDL, Alfano, propone per il partito la formula di un “Partito degli onesti”.
Vale la pena, però, meditare su cosa significhi precisamente partito degli onesti, considerato che sin qui il PDL non ha certo avuto la rettitudine come stella polare.
A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può ignorare che i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di onestà (lui stesso ne è la prova vivente, avendo promulgato molte delle norme a tutela del premier (lodo, intercettazioni, processo breve, riforma della giustizia) ed aiutato Berlusconi a inserire nella manovra economica quel codicillo ad personam, che tutelando il premier dalla sentenza sul Lodo Mondadori, nobilita a tutti gli effetti il concetto di insolvenza nel privato.

Difficile parlare di onestà quando l’uomo del “miracolo italiano” ed il suo governo, che hanno sempre affermato che la crisi non c’è, o che comunque era già superata, o che noi la affrontiamo meglio degli altri, è costretto a varare una delle più ampie manovre finanziarie della storia italiana (70 miliardi di euro) e a svelare il vero volto del Paese ed i suoi  annunci  propagandistici, ammettendo finalmente che i conti non tornano.

Si fatica ad intravederla quando l’uomo del “miracolo italiano”, detentore di una maggioranza che resiste solo in Parlamento, aggrappata a Scilipoti, da tre anni è responsabile di un Governo che taglia i servizi essenziali e fa contemporaneamente crescere il debito pubblico.

Diventa inavvicinabile quando una maggioranza di governo difende in Parlamento i propri parlamentari della “banda” della “P4”, che hanno gestito  affari, nomine, sulla base di amicizie e favori. E che hanno usato il “fango” dei ricatti come arma di pressione per obiettivi politici, che non hanno di mira il “bene comune”. E che considera Mangano un eroe.

Difficile credere, sempre a proposito di onestà, a chi ci racconta che in questi giorni è stata varata dal governo una manovra economica “etica”, che vuol dire giusta, equa.
Ma per essere davvero giusta, dovrebbe chiedere a tutti di “tirare la cinghia”. A cominciare dai politici o alle caste più ricche (banche, notai, avvocati, ….), cui spetta dare l’esempio.
Mi viene alquanto difficile immaginare un buon padre di famiglia, che ritiene morale e ragionevole risparmiare cominciando a diminuire le cure sanitarie ai propri figli, limitando i loro studi, riducendo le loro porzioni della cena e svendendo la propria casa, piuttosto che dare priorità all’eliminazione delle spese superflue di casa e dei propri lussi.

Meditare sull’onestà dei politici significa che da quest’epoca usciremo (se ne usciremo),  a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica e come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale. Significa guardare al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la cultura dell’illegalità, i conflitti d’interesse vissuti non come imbarazzo ma come risorsa, la arroganza verso chi la pensa diversamente, hanno radici più profonde, non ancora estirpate.
Ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica e l’assimiliamo a una condotta certamente cruciale ma del tutto insufficiente: l’osservanza delle leggi, sorvegliata dai tribunali.

Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono indispensabili: più personali, non sempre scritti. Attinenti alle virtù politiche ed alla propria coscienza, più che a un dover-essere codificato in norme scritte.
La virtù personale del politico, dovrebbe escludere la frequentazione di mafiosi, l’assuefazione alla droga del conflitto d’interessi, l’acquisizione di privilegi particolari, l’occupazione del potere, il racconto sistematico della menzogna, la collaborazione di potenti che se ne infischiano dei diritti umani, …….. indipendentemente dal fatto che certi atteggiamenti non siano perseguiti penalmente. Un orizzonte non ancora visibile. Un orizzonte al quale dovrebbe fare riferimento ogni seria riforma istituzionale.

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