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domenica, Settembre 20, 2020
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Contrabbando e contrabbandieri ai tempi della Serenissima, di Sante Rossetto

Per gli Speciali di Bellunopress, pubblichiamo un saggio del giornalista-scrittore Sante Rossetto sul contrabbando e i contrabbandieri ai tempi della Serenissima.

In uno Stato, come la Repubblica di Venezia ma anche gli altri Stati europei di antico regime, basato sui dazi (“i dazi sono il nervo principale del Stato nostro” secondo una affermazione del Senato nel 1551) non poteva non fiorire il contrabbando. Che aveva come obiettivi primari il sale e, dal XVII secolo, anche il tabacco. Oltre, in modo meno evidente, le altre merci. I dazi erano imposti sul consumo e sui commerci e costituivano i tre quinti delle entrate dello Stato.
Quando si pensa al contrabbando si ipotizza sempre il sale. E, infatti, fino alla prima metà dell’Ottocento il sale è stato una merce rara. Ma indispensabile  a tutti. Serviva a ricchi e poveri. Quindi principi e Stati se ne sono impadroniti facendo del sale una questione politica ed economica tramite l’imposizione di una imposta statale. Il sale ha rappresentato una delle principali fonti di reddito per i governanti. E, per contro, un modo di sfuggire alle gabelle tramite il contrabbando.
 Il sale fu l’oro bianco degli Stati di antico regime. Sostituito ai nostri tempi dall’oro nero. Sale e petrolio segnano la fortuna di quegli Stati che riescono a controllarne la produzione e il commercio.
Il sale ha rappresentato fin dal XII-XIII secolo la fortuna di Venezia. Perché l’Europa diventa da questo periodo un enorme mercato del sale. Dal Trecento al Cinquecento il tonnellaggio delle importazioni veneziane è dato dal sale per una percentuale che varia dal trenta al cinquanta per cento. Ogni anno erano scaricate nel porto di Venezia dalle cinque alle settemila tonnellate di sale rivando alla fine del Cinquecento ad un volume medio di 17.315 moggia. Secondo la misura dell’epoca il sale era misurato in moggia di misura veneziana. Un moggio erano 999,70 litri, cioè più o meno una tonnellata. Il settore era stato messo dal 1428 sotto la direzione dei Provveditori al sal. Questa grande quantità era dovuta anche al fatto che il sale serviva per zavorrare le navi che rientravano a Venezia dopo aver scaricato la stiva nel viaggio di andata. Un terzo del carico di ritorno, per legge, doveva essere di sale.
Il sale era di due tipi: grosso e fino e bianco o nero. Il primo era prodotto a Cipro e Spinalunga (Creta); il secondo in Istria, Pirano, Pago e la costa dalmata. Quello nero era di Corfù e Zante e veniva mescolato con quello bianco e venduto ai friulani. Le direttrici del sale erano quattro:
1)da Trapani e Barletta ad Ancona e alla costa dalmata e  da Cervia a Fiume e Trieste.
2)da Pirano e dall’Istria al litorale adriatico arrivando alle foci del Livenza e del Piave e da qui al Friuli e al territorio trevigiano.
3)Dall’Istria al Rodigino, Padovano e Vicentino.
4)Dalle navi all’ancora alla Dogana di Venezia alle imbarcazioni che stazionavano lungo le Zattere.
Secondo i calcoli di Braudel l’uomo europeo di antico regime consumava quotidianamente venti grammi di sale. Cioè sette chili, che nella misura veneziana sono 14 libbre grosse. Quanto doveva lavorare un bracciante per acquistare queste 14 libbre di sale? Il costo del sale aveva ricarichi enormi perchè la filiera commerciale era infinita. Bisognava pagare il produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (e già soltanto quest’ultima voce faceva triplicare il prezzo), e arrivati in porto di nuovo i facchini che lo scaricavano, la gabella dello  Stato, i trasportatori nelle ville e il rivenditore. A prezzo di contrabbando una libbra (mezzo chilo abbondante) era acquistata a tre soldi e rivenduta a cinque. Q uindi il contrabbandiere ci guadagnava due soldi ogni mezzo chilo. Calcolando che l’acquirente (a prezzo di contrabbando) pagava cinque soldi la libbra doveva sborsare circa 70 soldi per comperare le 14 libbre necessarie alla sopravvivenza annuale. Settanta soldi sono circa mezzo ducato, che ne valeva 124. Fatte salve le fluttuazioni delle paghe nel corso del tempo un bracciante guadagnava intorno a 40-50 ducati all’anno. Che erano insufficienti per vivere soprattutto nei periodi di carestia quando il prezzo del grano saliva. Possiamo dire che un bracciante doveva lavorare poco meno di una settimana (il lavoro era pagato a giornate lavorative che erano poco più di 200 all’anno) per comperare il sale necessario per sé. Costo che lievitava se aveva una famiglia cui pensare. Bisogna pensare, poi, a metà del Cinquecento un mastro muratore, che guadagnava più di cinquanta ducati, doveva lavorare 13 giorni per pagare le imposte allo Stato e agli inizi del Seicento le 13 giornate diventano diciannove. Mentre il suo pari grado in Francia nello stesso periodo doveva faticare 11 giornate a metà Cinquecento e 14 all’inizio del Seicento. La situazione generale era difficile. Soprattutto quando scoppiava una guerra. E se pensiamo che lo stato di guerra era endemico nell’Europa di antico regime le condizioni degli abitanti europei dei secoli passati ci appaiono disastrose. Eccetto per la minima percentuale di chi era privilegiato. Ai tempi del re Sole in Francia morivano di fame intorno alle due-trecentomila persone. Con uno Stato che aveva poco meno di venti milioni di abitanti.
In un quadro simile è evidente che il contrabbando diventava una necessità.  A meno di non abituarsi a mangiare senza sale. Nonostante le gravi minacce dello Stato e le pene inflitte. Si pensi che il contrabbando soltanto per quanto riguarda le navi alla fonda al porto di Venezia erodeva al fisco trentamila ducati annui. E il bilancio dello Stato era nel 1602 di 2.371.555 ducati e nel 1609 di 2.563.369 ducati che nel corso della guerra di Candia supereranno i tre milioni. Bilancio statale che veniva ingiottito per oltre il cinquanta per cento dalle spese militari. Percentuale che cresceva in tempo di guerra. Negli Stati di antico regime non vi erano voci come sanità e scuola in un bilancio statale. O, almeno, se non in maniera irrilevante.
   Il contrabbando che ci interessa è quello che da Pirano e dall’Istria arriva alle foci di Livenza e Piave. E da qui nei villaggi e paesi del Friuli e del Trevigiano. Le navi veneziane adibite al trasporto del sale erano le navi tonde, quelle commerciali che funzionavano a vela. Non le galee, o galere, che andavano a remi ed erano poco adatte al trasporto di merci e troppo care. Una nave effettuava una viaggio all’anno: partenza in primavera con i venti favorevoli e rientro in autunno prima che soffiasserro i venti di tramontana. Potevano zavorrare centinaia di moggia di sale.
La vendita del sale era data in appalto, sistema abituale in tutti gli Stati per ogni tipo di merce, ai “conduttori”. Si chiamavano “appalti a partito” e avevano una durata di due anni. L’asta era ad incanto a chi offriva le condizioni più vantaggiose, cioè si impegnava a vendere la maggior quantità di sale. Lo Stato aveva il vantaggio di avere subito la somma pattuita e non pagava dazieri, cioè personale. Inoltre si garantiva con l’appaltatore obbligandolo a presentare un “piezo”, cioè una persona che garantiva per lui in caso di inadempienza. Dal canto suo l’appaltatore pur di  rientrare delle spese e guadagnare non andava per il sottile a scapito dei clienti.
   I contrabbandieri, invece, impiegavano naviglio molto più piccolo: trabacoli o brazzere. Imbarcazioni che navigavano sotto costa e avevano bisogno di non più di una mezza dozzina di uomini di equipaggio. Caricavano una decina di tonnellate, cioè 20.000 libbre grosse. Se calcoliamo tre soldi a libbra un carico costituiva una somma di circa cinquecento ducati. Che costituivano il salario annuale di cinque braccianti. Cinquecento ducati, però, che diventavano circa ottocento se ogni libbra era rivenduta a cinque soldi. Si calcolava che ogni brazzera o trabacolo potesse compiere dai tre ai cinque viaggi all’anno in Istria per caricare il sale. Quindi con un giro d’affari che andava dai 1500 ai 2500 ducati. Se pensiamo che lo stipendio di un medico dell’ospedale di Treviso nel Seicento era di 300 ducati abbiamo un quadro evidente degli interessi che giravano attorno al contrabbando.
Stroncare un mercato così fiorente per lo Stato era più che difficile impossibile. Nel 1626 Zaccaria Bondumier, inquisitor di qua dal Menzo in Terraferma, è costretto ad ammettere in materia di contrabbandi in un proclama di “Ordini”: “Et perché molte volte succede che vengono scoperti li contrabandi, et gli interessati sono di tanta possanza, che i Ministri (cioè le guardie) o non possono o vanno riservati nell’essequire il loro debito, e anco altri particolari tengono occulte di quelle cose pregiudiciali alli Datij, e contrarie alle pubbliche leggi, che non osano palesare ne i Fori ordinari alla Giustizia, perciò volendo dar animo a cadauno di render consapevole la medesima Giustizia di tutti li danni, e introduttioni fatte dagli uomini tristi a desolation delle pubbliche rendite termina che tutti quelli che per timore o rispetto a persone di qualità non si sentiranno di dar ai fori competenti nei luoghi di fuori le denoncie, accuse, o querele nella materia di usurpationi e fraudi di dazi in oservanza degli Ordini nel medesimo proposito, violenza contra Ministri, o altri agenti di quelli siano in libertà di far capitar sicuramente esse loro accuse, o denoncie con la dichiaratione particolare degli eccessi, e con la nota di testimoni da esaminarvisi sopra in Venetia al magistrato di Signori revisori, e regolatori da dazi, a fine che sopra di quelle possano commettere ciò che giudicaranno proprio al publico beneficio, e convenevole per castigo, e repressione degli uomini imperiosi, e pretendenti temerariamente con la dignità publica e a tali denoncianti che resteranno secreti, o loro legitimi intervenienti sarà corisposto quell’utile che secondo le qualità dell’eccesso accusato sarà stimato giusto”.
Lo Stato cercava di incentivare le denunce, anche segrete, contro i contrabbandieri. Ma sia che la figura del contrabbandiere vivesse di una immagine quasi leggendaria di sfidante la legge e lo Stato oppressore sia che l’interesse del popolino fosse dalla parte di questi ultimi, resta il fatto che il contrabbando era visto con grande favore dai villici e i suoi promotori, cioè i contrabbandieri, difesi contro gli sbirri. I quali sbirri erano malvisti anche dalla legge che li giudicava il loro un “mestiere infame”. Perchè erano peggio dei malfattori che dovevano  catturare. E i documenti ci testimoniano non poche efferatezze commesse dalla sbirraglia contro i poveri villici. Gli sbirri non rappresentavano la legge secondo la visione del popolo, non erano i difensori dei deboli contro i violenti e i malfattori, ma piuttosto la longa manus di uno  Stato che spremeva denaro dai sudditi. Quindi erano nemici, da evitare e combattere. Mentre i contrabbandieri erano benefattori che facevano risparmiare denaro. In assenza di merce di contrabbando il villico era costretto a rifornirsi di sale dal postiere, cioè il negoziante, autorizzato. Naturalmente a prezzi ben più alti.  I documenti ci mostrano non poche volte che all’avvicinarsi degli sbirri viene suonata la campana a martello. In questo caso i villici che nei campi stavano lavorando si radunavano in poco tempo in piazza armati di bastoni, falci e forconi e difendevano i contrabbandieri o i paesani con qualche piccola quantità di sale che fossero ricercati o caduti nelle mani dei soldati. E quasi sempre accadeva che la compagnia di sbirri doveva battersela lasciando libero l’arrestato o interrompendo una perquisizione. Era accaduto, fra gli altri casi, a Ponte (poi Ponte di Piave) dove i cavallari delli daciari del sal di Treviso et compagni si erano recati “per essercitar il loro carico in virtu delli ordini, et mandati dai Provveditori al sale capitasse in casa del suddetto Olivo inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Gasparo suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Nicolo et Giacomo, accompagnati da tutti li altri inquisiti, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente, dalla quale sempre con l’agiuto et assistenza de tutti li suddetti inquisiti furono gettati a terra percossi, et calpestati, et li furono tolti per forza li archobusi, et quelli per maggior vilipendio spezzati con evidente pericolo delle loro vite se non si fossero salvati con la fugga, quelli empiamente trattando con gravissima violenza a suon di campana martello gridando ammazza ammazza”.
   Il punto di approdo per le barche sul Piave che arrivavano dall’Istria era Grassaga in  Comune di Noventa. Il paese si trovava al limite del tratto navigabile del Piave e da qui la merce arrivata via mare poteva essere trasportata verso l’opitergino, verso il mottense e quindi verso il Friuli e verso il passo di Zenson di Piave e di conseguenza in direzione di Treviso. Altro punto di approdo era il fiume Livenza. Quando arrivava la barca i villici erano avvertiti con un colpo di arma da fuoco oppure tramite qualcuno che andava nei paesi a dire che era arrivata la barca. Il commercio avveniva alla luce del sole. A provvedersi di sale erano non soltanto i villici, ma soprattutto chi doveva farne uso per il lavoro. Come i panettieri, i pastori e i fabbricanti di formaggi. Per loro il risparmio era ben più pesante che non quello dei villici. La fila dei compratori era lunga tanto da causare talora anche delle risse. Gli sbirri che effettuavano le perquisizioni nelle abitazioni probabilmente avevano ricevuto una soffiata. Perchè nelle case trovavano quasi sempre modiche quantità di sale. Poche libbre. Nel 1694 Sgualdo Gava di Montaner è arrestato perché ha due libbre (un chilo) di sale nascosto in una zucca acquistato dal partito (appaltatore) del Friuli a scapito di quello di Treviso. Dice che non sapeva della proibizione di acquistare il sale di altri appaltatori. Intanto si fa un po’ di prigione prima di essere liberamente assolto. Domenico dei Marchi, nel 1695, si approvvigiona di cento libre (51 chili) di sale di Barletta. Ma l’appaltatore ritira la querela ed è condannato soltanto nelle spese.
Accadeva anche che i carichi destinati ad alcune comunità venissero alleggerite da chi li portava.  Oppure che chi vendeva il sale lo facesse con misura “resa malitiosamente pregiudiciale a poveri compratori”.
Le pene erano abbastanza severe. Giacomo di Cimon sotto Bassano, pastore, aveva comperato un sacchetto di sale il 16 dicembre 1698 a Lison in Friuli. Arrestato è condannato a tre mesi di prigion serrata. Chi è inquisito e non si presenta viene automaticamente bandito anche per una piccola quantità. Gli inquisiti che cadono nella rete degli sbirri sono sempre  persone miserabili con una famiglia che vive di stenti. E, quasi sempre, se l’arrestato ha sale per uso personale il giudice lo manda liberamente assolto. Francesco della villa di Campagna ha in casa una quarta (20 chili) di sale acquistato in Friuli. Dice che è per il semplice bisogno della sua povera famiglia. Il giudice “fatto riflesso alla poca quantità di sale, allo stato infelice del rettento” lo manda liberamente assolto. Sono i pesci piccoli che cadono nella rete.  I contrabbandieri di lungo corso sfuggono anche perchè agiscono in grosse formazioni e armati. Qualcuno poteva finire anche alle galere. Come era accaduto a Francesco Broccolo di Grassaga che andava a vendere il sale per le case con il suo cavallo. E’ mandato a remare per 18 mesi (1702). La barca carica di sale faceva anche commercio ambulante spostandosi lungo il fiume. Nel 1712 troviamo a Grassaga un manipolo di vacheri che acquistano cospicue quantità di sale di Pirano per  fare formaggi e butirri. Sono mandati al bando. Qualche volta a propria difesa gli arrestati dicono che il sale era stato acquistato a loro insaputa da una donna di casa. Importante era ottenere la remissione di querela dell’appaltatore. Il che avveniva, forse, perché l’inquisito che aveva comperato il sale per uso personale pagava la tassa.
Non è accaduto così, però, a Zuanne Furlan di Monastier abitante a Meolo che aveva comprato una certa quantità di sale di contrabbando.  Subisce una pesantissima condanna a  otto mesi di carcere serrato. Marco Serafin di San Biagio, invece, nonostante le 52 libbre (26 chili) di sale di contrabbando tenuto in casa è rilasciato perché particolarmente legiero di cervello.
Il sale però poteva arrivare anche per via di terra dalle terre dell’Impero attraverso Gorizia e Gradiscutta. Era salgemma. Vi sono autentiche bande di contrabbandieri che commerciano in questa direzione con grosse carovane di animali carichi di sale. Nel 1723 alcuni di questi abitanti a Francenigo, Brugnera, Fontanelle, Pordenone, fanno di professione i contrabbandieri di sale. Sono provvisti di cavalli con i quali trasportano il sale dal territorio imperiale nello Stato veneto. Una volta tornati a casa collocavano il carico in casa di qualche ricettatore per evitare di farlo trovare in casa propria se arrivavano gli spadaccini del conduttore. Il ricettatore, a sua volta,  avvertiva i cienti della zona che avrebbe avuto sale da vendere appena fossero arrivati i contrabbandieri. Ed era lui stesso a vendere ils ale nella sua casa “a vili prezzi”, anche perché il prezzo del salgemma era inferiore a quello marino. Tre di loro, catturati, sono mandati al remo per cinque anni, gli altri che restano contumaci sono banditi. Ma c’erano anche i furbi di Stato. Cioè quelli che per conto delle varie comunità conducevano i carichi di sale. Sebastiano de Lucca aveva fatto alcune condotte di sale di Stato, quindi gravato di gabelle, a Portobuffolè per conto della Comunità di Cadore. Ma si era tenuto per sé alcune moggia (tonnellate) di sale e lo aveva venduto intascando il danaro.
  Vi erano dei luoghi ormai deputati alla vendita del sale di contrabbando: al porto di Grassaga, il bosco di Campobernardo vicino a Romanziol, il fiume Livenza in approdi definiti. Non di rado ci scappava il morto.
La sicurezza raggiunta da alcuni contrabbandieri si manifestò in tutta la sua tracotanza a Castelfranco quando Giorgio Giacometti, un grigione fattosi cristiano abitante a S. Martino di Lupari, martedì 16 aprile 1720,  giorno di mercato a Castelfranco, si era messo a vendere pubblicamente il sale “con aperto scandalo universale in un luogo murato et in tanto concorso di popolo”. Un traffico a lui favorevole perché in poco tempo aveva finito la vendita del sale che aveva portato con sé. E a un prezzo di chiaro contrabbando, cioè cinque soldi la libbra. E per convincere gli esterrefatti compratori mostrava una carta scritta “d’intitolato, spurio et sleale inverosimile privileggio di vender sale”. Finita la vendita se ne è andato abbandonando la famiglia che abitava a S. Martino. E’ condannato al bando perpetuo con  alternativa di dieci anni di galera.
Qual era l’estensione del contrabbando? Impossibile calcolarla. Perché i nostri calcoli si basano soltanto sui casi perseguiti dalla legge. Quindi su un campione che, presumibilmente, è limitato. Il fenomeno era vastissimo e ben ramificato. E coinvolgeva tutto il settore commerciale.

Il traffico di tabacco

Nel Seicento, insieme con il cioccolato, si diffuse il consumo del tabacco e nella seconda metà del secolo il suo uso era abituale in ogni categoria sociale. Fumavano – o fiutavano o masticavano – nobili e plebei. E questo condusse gli Stati a sottoporre la commercializzazione di questo prodotto a dazi e gabelle per incrementare le entrate. Si giunse nel XVII secolo a vincolare coltivazione e distribuzione del tabacco ad un regime di monopolio. Nella Repubblica fu istituita nel 1657 la Ferma Generale del tabacco. Questa concedeva la vendita del tabacco a privati con il consueto sistema dell’appalto pubblico. Il primo appalto, che aveva come gli altri, il nome di “condotta”, fruttò allo Stato abbastanza poco: 9200 ducati all’anno. Siamo in piena guerra di Candia quando il bilancio dello Stato è intorno ai quattro milioni di ducati. Ma sessant’anni dopo, nel 1717 ( e siamo sempre in guerra, l’ultima della Serenissima),  la “condotta” procurava 116.240 ducati che nel 1762 diventeranno 215.762. Coltivazione, lavorazione e commercializzazione furono sottoposti ad un rigoroso controllo. Le pene erano rigorose: arresto e multa con risarcimento dei danni all’appaltatore. Era vietato anche seminare tabacco, chiamato erba regina, anche per proprio uso. L’appaltatore poteva acquistare il tabacco nello Stato veneto e in quelli esteri. Che era soprattutto l’arciducato d’Austria, cui apparteneva il Trentino, una delle terre dove più si coltivava l’erba regina. Per difendersi da un contrabbando sempre più efficiente l’appaltatore poteva tenere a sue spese gli sbirri che riteneva necessari per difendere i propri interessi. Metodi che si mostrarono inefficaci contro un’attività fiorentissima del contrabbando. I contrabbandieri agivano in grosse formazioni di alcune decine di persone, armate, fornite di animali da carico. Si rifornivano di tabacco spesso nei territori austriaci, disponevano di una buona conoscenza dei transiti e dei valichi senza che le forze dell’ordine riuscissero ad intercettarli. E, qualora ci riuscissero, non sempre erano in grado di fermarli perché i contrabbandieri erano più audaci e più numerosi. Le bande di contrabbandieri erano strutturate su base piramidale: in cima il contrabbandiere “capitalista” che forniva i soldi per l’acquisto, in mezzo gli organizzatori, in basso gli “spalloni”, cioè i manovali che facevano i facchini e i trasportatori. Fare il contrabbandiere era sempre più redditizio che coltivare la terra o fare il bracciante. Guadagnavano 20 e più soldi il giorno, oltre vitto ed eventuali premi per il buon risultato, contro i 14 soldi di un bracciante agricolo. Il rischio per questi manovali del contrabbando era limitato perché venivano soltanto ammoniti. Per i capi, invece, le pene erano più gravi. Nonostante i divieti le coltivazioni abusive di erba regina negli orti erano numerosissime. Serviva per lo spaccio occasionale, come integrazione del miserrimo bilancio familiare.
La coltivazione dell’erba regina può essere accostata a quella attuale di cannabis che ogni tanto la Finanza riesce a trovare in qualche campo. La coltivazione di questa erba offriva alte rese e alti guadagni. Quanto guadagnava che smerciava tabacco di frodo? Lo acquistava in Austria a 12 soldi la libbra sottile (0,38 grammi) e lo rivendeva a tre-quattro volte tanto. Quindi dava un guadagno ben più alto del contrabbando del sale. Ed era più facile trasportarlo. Vi si dedicavano, con piccolo cabotaggio, anche le donne che sotto le ampie sottane del tempo potevano nascondere qualche libbra di polvere di tabacco. L’arresto era previsto soltanto per lo spacciatore che era in possesso di oltre quattro libbre. Quindi anche i rischi erano limitati se il contrabbando era di poche once.
  Gli sbirri, chiamati anche spadaccini, erano ostacolati nel loro compito dalla solidarietà piena e costante della popolazione sempre e comunque favorevole ai contrabbandieri. Scoppiavano vere  e proprie sommosse popolari che erano sollevate dalle campane a martello appena arrivava la compagnia di spadaccini (una dozzina). Fatti di questa insubordinazione collettiva erano abituali e incontrollabili. Anche perchè i divieti alla coltivazione dell’erba regina erano relativamente recenti e costituivano una ulteriore gabella che la popolazione rifiutava anche con la rivolte. Il rapporto tra spadaccini e sbirri e quello dei contrabbandieri è quello di guardie e ladri. Ed era difficile stabilire quale dei due fosse peggiore. Per la popolazione, comunque, sempre lo sbirro reclutato tra la canaglia della peggior specie, considerato uno sfruttatore e oppressore del popolo. Anche la paga dello sbirri era più o meno simile a quello del contrabbandiere (100-110 lire al mese più vitto e alloggio). La quantità di tabacco smerciata di contrabbando era altissima. I calcoli della Valcellina stimano annualmente uno smistamento di 400.000 libbre sottili (1352 quintali) di tabacco.
Il tabacco che arrivava nella Marca era quello dei Sette Comuni dell’Altopiano, una delle zone deputate alla coltivazione di erba regina. Spacciatori erano soprattutto i pastori durante i mesi della posta in pianura. Coltivazioni di erba regina però avveniva anche nella Marca. Nel 1710 troviamo una mezza dozzina di persone di Valdobbiadene e di Moriago pizzicate con qualche decina di piante nelle loro proprietà. Alcuni vengono assolti, altri sono multati di una mezza dozzina di ducati. Erba regina coltivava anche un gastaldo di Signoressa. Le perquisizioni dei soldati nelle case non erano sempre tranquille, perchè i proprietari si difendevano a colpi di archibugio. Con le conseguenze facilmente prevedibili. La strada del contrabbando del tabacco partiva da Bassano e percorreva la Pedemontana trevigiana sparpagliandosi nelle ville del territorio. E gli spacciatori di allora erano simili a quelli di adesso. “Andrea Bellan detto Bessa della villa di Solagna retento da ministri nostri la mattina delli 9 aprile passato [1747] nel terren della villa di Onigo con un cesto di tabacco in foglia e due carte in polvere in scarsella con una bilancia nel cesto medesimo con cui faceva la vendita in vicinanza alle tordere delli  signori Bianchetti luoco appunto dove fu arrestato e condotto poi in queste forze. Costituto de plano [interrogato] confessò essere il tabacco tutto di sua raggione, e che la bilancia l’avesse tolta in prestito per farne la vendita nel luoco sudetto, asserendo per altro, che quella fosse la prima et unica volta e che ciò avesse fatto per soccorrere la di lui numerosa famiglia”. Ne aveva un chilo in foglia e sette grammi in  polvere. Ma non aveva detto la verità e si scopre che è contrabbandiere abitudinario e viene condannato ad un anno di prigion serrata.
Un altro Andrea, questo della villa di Rovarè, è condannato a sei mesi per avere nella teza appena tre etti e mezzo di tabacco che lui  diceva essere per uso personale. Dovrà scontare sei mesi di prigione. Domenico Maggiotto di Pieve di Soligo serviva come gastaldo in villa di Nervesa dove, però, si era dato alla coltivazione di erba regina. Una pratica che durava da quattro anni e faceva anche commercio di tabacco e aveva tutto l’armamentario per lo spaccio (due bilancie, un cucchiaretto di legno, un tamisetto) per una quantità di novanta libbre al peso sottile (trenta chili). Non si presenta alla Giustizia ed è bandito per tre anni.
 Ecco un esempio del comportamento  delle bande di contrabbandieri. E’ il 1752 . C’è una squadra di contrabbandieri di varie ville: da Oliero, da Valrovina, da Asiago, da Covolo, da Lusiana, Enego da Abano perchè “ardissero con temeraria, audace baldanza deviando dalle pubbliche leggi, caminar in truppa armati d’arme lunge, e corte da fuoco, esseguito trasporti di tabacco, e praticando contrabbandi di esso in questa Provincia e per rendere più criminosi i loro traffici si avvanzassero persino à scortar in Abano Giurisdizione di Padova il nominato Giradi bandito già da quella Giurisdizione et indi nel ritorno con uso alle loro case affettassero baldanza in circostanze rimarchevoli, e gelose à pasar nel dì 5 Marzo decorso armati e in numero di sette per Bassano ponendo in apprensione quella publica Rappresentanza in soggezione quegli abitanti…causando inoltre per le loro frequenti unioni e complicità in Oliero costernazioni e inquietudini in quegli abitanti, alcuni de quali furono particolarmente dagli inquisiti Francesco Zanini e Francesco Filippi minacciati per le indolenze loro partecipazione a Vicenza, e costretti a raccolte, ed esborsi di soldo per la summa di L. 100, mediante le quali si ritirassero poi il Zanini, e Filippi, come avevano promesso da quella villa, e fugiaschi s’involassero ai rissentimenti della Giustizia, restando così col loro allontanamento, e coll’ arresto anche di persona ridonata la quiete, e la tranquillità à quelle  genti”. Un vero pizzo da pagare se volevano restare in pace. Sono banditi dallo Stato veneto per 1uindici anni e se pr esi dovranno scontare cinque anni di galera.
Casi simili sono frequenti, per non dire quotidiani, nelle sentenze del tribunale penale del Settecento.
Ma oltre al tabacco il contrabbando era attuato nelle altre merci sottoposte a dazio: dal vino che era uno dei più redditizi per lo Stato (300 mila ducati), al dazio macina indispensabile per tutti per arrivare anche alle carte da gioco. Ne troviamo un caso agli inizi del  Settecento. Sono coinvolti tre personaggi: Uno è Giambattista Melini bresciano che abita da un anno a Zero, territorio sottoposto alla podesteria di Mestre, il secondo è Domenico Rossi di Preganziol che è suo genero e il terzo è unp di Treviso, Andrea Bonaventura. Il bresciano aveva in casa sua un torchio con cui fabbricava insieme con il genero carte da gioco di contrabbando. L’attività durava da circa un anno, dal dicembre 1700 al novembre dell’anno successivo. Avevano stampato un centinaio di mazzi. Non era un grosso affare perché le vendevano a sette soldi il mazzo. In tutto nemmeno sei ducati, l’equivalente di un mese e mezzo di lavoro di un bracciante. Il Bonaventura, che dei tre è il più povero, aveva venduto i mazzi a quattro soldi e ne aveva un cesto in casa. Anche il  Rossi, inquisito come il Bonaventura, aveva cercato di spiegare il suo reato con la povertà sua e della propria famiglia. Proclamati, cioè obbligati a presentarsi alla Giustizia, il Bonaventura obbedisce e si scusa dicendo che le carte vendute erano vecchie e aver compiuto quel gesto “per la sua estrema necessità per alimentare la sua miserabile famiglia”. La sentenza bandisce il Rossi, che non si è presentato, dallo Stato veneto per tre anni, il suocero Battista Melini, che era stato arrestato, è condannato ad un anno di prigioen serrata, mentre il Bonaventura è liberamente assolto.
Concludendo il contrabbando ha avuto una lunga e gloriosa storia nei secoli trascorsi. Visto favorevolmente dal popolo che ne traeva beneficio, combattuto in ogni modo dallo Stato che ne veniva defraudato. Sale e tabacco hanno costituito un monopolio basilare per le entrate dello Stato. Il primo era il petrolio dell’ancien  régime, il secondo la droga soprattutto dei poveri. Come oggi, anche a quei tempi si distinguevano lo spaccio e l’uso personale. E come oggi la Giustizia ha punito gli spacciatori e chiuso un occhio sull’uso personale. Una storia che, per alcuni aspetti, si ripete. Se il sale è il petrolio di oggi basti considerare quello che accade in qualche paese africano produttore di petrolio. Gli abitanti vanno a forare le condutture per approvvigionarsi di petrolio e  poi rivenderlo. Oggi, come ieri, il movente è la povertà. E lo Stato visto come un oppressore con le sue gabelle.  Una interminabile storia di guardie e ladri come nel film di Totò e Fabrizi. Che, però,  nella vita reale non finisce quasi mai bene.

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Pasta, focacce, una zucca, una bottiglia di vino, un libro, un buono per una cena, prodotti per la cura personale, una torta al cioccolato...

Scuola. Bilancio positivo del servizio autobus. Padrin: “Aggiorneremo i dati abbonamenti a fine mese”

Si chiude la prima settimana di scuola e il trasporto pubblico comincia ad andare a regime. Dolomitibus ha aggiunto 31 autobus alla flotta solitamente...
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