Saturday, 17 November 2018 - 14:55

Dopo l’architettura razionale del periodo fascista c’è ancora uno stile italiano nelle grandi costruzioni? Intervista all’architetto Roberto Pirzio-Biroli

Mar 19th, 2011 | By | Category: Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Poste di Belluno

Esiste ancora uno stile italiano nelle costruzioni, come è stata l’architettura razionale degli anni ’30. Quello, per capirci, del Palazzo delle Poste a Belluno, o del Palazzo della Civiltà all’Eur a Roma? Lo abbiamo chiesto all’architetto Roberto Pirzio-Biroli, artefice di grandi restauri. Suo il coordinamento di proprietari e progettisti del ripristino-restauro di Venzone dopo il terremoto del ’76, e dopo la caduta del muro di Berlino il restauro del paesaggio storico, ideato nel 1800 da Federico Guglielmo IV Hohenzoller, a Potsdam (Germania). Pirzio-Biroli è nipote da parte materna dell’ambasciatore della Germania (Repubblica di Weimar) a Roma, Ulrich von Hassell (oppositore al nazionalsocialismo, giustiziato nel 1944 a seguito del fallito attentato a Hitler del colonnello Claus von Stauffenberg). E discendente di Pietro Savorgnan di Brazzà, esploratore e fondatore nel 1880 di Brazaville, capitale del Congo francese. Lo abbiamo incontrato a Cortina d’Ampezzo, che rimane sempre l’esclusivo salotto delle Dolomiti bellunesi, punto d’incontro di arte, cultura e mondanità.

Roberto Pirzio-Biroli

«L’architettura italiana oggi» afferma l’architetto Pirzio-Biroli «se si esclude l’international style “ultimo grido”, il decostruttivismo, sta ancora lavorando sulle basi compositive create nel Ventennio. Mussolini, a differenza di Hitler che caccia architetti del calibro di Eric Mendelsohn perché di origine ebraica e l’intera Scuola della “Bauhaus” di Walter Gropius, incoraggia le giovani promesse italiane dell’architettura, permettendo così all’Italia di entrare nel panorama internazionale delle costruzioni». A chi si riferisce in particolare? «Giovanni Muzio, Carlo Mollino, Giuseppe Terragni architetto della Casa del Fascio a Como  1932, Mario Ridolfi, Carlo Daneri, Ludovico Quaroni, Adalberto Libera progettista nel 1938 di Villa Malaparte, una nave incastonata nelle rocce di Capri. Mussolini, insomma, fa costruire l’espressione del suo regime. Ma gli architetti e gli artisti che mette all’opera vanno oltre. Perché senza quel periodo, l’architettura italiana non sarebbe mai entrata nel movimento mondiale dell’architettura moderna»! Architetto, non sarà mica nostalgico del regime?

«Al contrario, studio il contesto storico dell’architettura senza farmi condizionare dall’ideologia dominante che l’ha prodotta. Sto parlando di architetti di grandi capacità come Ridolfi, Daneri, Libera, il razionalismo italiano, direi il più puro “protorazionalismo”, le grandi cubature, i grandi edifici pubblici e “città di fondazione”, uomini che precedono di anni i vari Calatrava, Koolhof e Schultes (progettista della Cancelleria di Berlino). In Germania ci si ispira a Terragni, Libera, Piacentini, al periodo fascista dunque, ma senza mai nominarlo». Secondo lei perché? «In Italia siamo ancora inibiti! Anche l’arte e la cultura devono superare questa censura. Nella storia dell’arte non vi sono interruzioni determinate dall’ideologia. La difficoltà a rimuovere certi pregiudizi e “recinti storici” determinò addirittura negli anni ’80 la cancellazione all’Università delle lezioni su questi maestri dell’architettura degli anni ’30». A suo parere quindi, qualcosa va riabilitato di quel periodo? «Guardi, negli anni tra il 1923 e il 1936 vengono gettate le basi di un sistema educativo degli architetti esemplare, che legava la teoria, il disegno, alla pratica di cantiere, perseguendo la complessa tematica della unità delle arti dall’architettura, alla scultura, alla pittura dei De Chirico e dei Sironi. Infatti Libera applica alla costruzione del modello del Palazzo una sintesi di “trattato” di Leon Battista Alberti. E’ stata una fase storica irripetibile rispetto all’attuale empirismo e autodidattismo pilotato dalle tendenze architettoniche dell’ultima ora, non italiana. Tedeschi, svizzeri, francesi e portoghesi si ispirano all’architettura moderna propria di quella fase storica italiana». E dunque, per ritornare alla domanda iniziale dello stile italiano? «Non c’è dubbio, gli anni ’20 e ’30 della nostra architettura rappresentano ancora nel mondo lo “stile italiano”. Questi maestri italiani possiedono per i giovani architetti compresi alcuni del nostro paese una carica mitica straordinaria. Perché sottacerlo? Mario Botta, con sue costruzioni recenti, si ispira alle proposte di Libera per la città di Aprilia del 1936, Hans Kollhof a Berlino realizza gli edifici sulla Leibnizstrasse con alti colonnati di sottoportico come i sottoportici milanesi del trentennio, o come il progetto di Muratori per la piazza Imperiale dell’Esposizione Universale 42 a Roma 1938; Alvaro Siza in Portogallo prende spunto per i suoi edifici pubblici, dalle coperture piane sporgenti, da Libera nel Palazzo dei Congressi all’Eur a Roma e si ispira al Padiglione Italiano all’esposizione mondiale di Chicago 1933/34 ma anche al progetto della piazza della Cattedrale di Tripoli sempre di Libera».

Palazzo della Civiltà Roma Eur

Insomma, condanniamo i regimi, ma salviamo le opere. «Certo. Chi mai vorrebbe abbattere lo Stadio Olimpico del 1936 di Berlino realizzato da Albert Speer? Che era un grande architetto, e tuttavia ancor oggi è difficile dirlo in Germania. Tutta la Berlino dopo la caduta del Muro è ispirata al razionalismo italiano del Trentennio. Ma non si deve dire. Per non parlare della bonifica delle paludi pontine di quell’epoca, con le “città di fondazione” di Latina e Sabaudia, progetti di dimensioni tali che nemmeno gli attuali Fondi Europei per lo sviluppo rurale hanno il coraggio di intraprendere. Così pure le opere di difesa del suolo in pietra con i terrazzamenti di Val Pesarina (Udine) e in Carnia». E sotto il profilo urbanistico? «E’ lo stesso discorso. Daneri e Muzio disegnavano i piani regolatori in assonometria con l’architettura dei volumi. Pochi gli eredi di questo periodo storico che rappresenta lo stile italiano. Un nome per tutti: Aldo Rossi e il cimitero di Modena “Una struttura d’ossa, una città d’ossa, fatta di ossa abitabili” come egli stesso la definì. Erano periodi in cui si disegnava un’intera città, in un progetto artistico con rapporti armonici tra i volumi e le piazze ispirati alla grande pittura metafisica di De Chirico. Una fusione tra architettura ed arte, non già piani regolatori astratti con zone artigianali, zone di futura espansione senza architettura. La casa del Fascio di Como del Terragni, costruita nel ’36  in cemento chiaro, con interni in marmo bianco ricorda la composizione di un palazzo rinascimentale. Una realizzazione che suscita ancora oggi considerazione a livello internazionale. Ma nei libri di architettura moderna si citano gli architetti, ma non si descrive il periodo in cui sono stati chiamati a operare e l’istituzione pubblica che li ha incaricati. È ora di superare queste inibizioni e questi proibizionismi ideologici ed essere fieri di discendere dai maestri degli anni ’20 e ’30 del 1900, fieri dell’italianità dell’architettura di quel tempo, di tutta la storia d’Italia non di una sola parte».

Roberto De Nart
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3 comments
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  1. Encomiabile ed intelligente considerazione. Finalmente si sente l’efflato della vera libertà; che poi è anche verità ed onestà. La vera arte ci da questo. Grazie De Nart.

  2. Se proprio vogliamo parlare dell’esteriorità dell’architettura moderna, parliamone, ma non in senso storico-comparativo con citazioni di questo o quell’architetto famosi e delle loro opere. La percezione dell’architettura moderna in poche opere pubbliche(quando ci sono) non rappresenta il documento culturale dell’edilizia contemporanea da tramandare ai posteri. Parlo di edilizia, perché tale è oggi quanto si vede in giro in fatto di opere. Sempre più dettata dalla speculazione e dal guadagno e poco all’espressione colta dell’arte. L’anima invece delle architetture da trasmettere che ha permesso agli autori del passato di esprimere lo stato dell’arte di quell’epoca esiste in qualche contemporaneo, ma è poco e ed è minimale nel presente delle opere del Novecento. Almeno nella caratterizzazione. Si sa che le opere moderne di espansione urbana, raramente sono opere architettoniche. Le città, nella loro stratificazione novecentesca appaiono tutte uguali: edifici, grandi scatoloni, poggiati l’uno accanto all’altro. Composizioni architettoniche (sic!), solo in volume, private dello spazio complementare che conferisce armonia all’opera. Monumenti celebrativi in città che monumenti non sono. Sempre più spesso opere nane, in altezza, s’intende, che si confondono in mezzo alle auto sempre più numerose. Anch’essi, nella collocazione, spesso privi d’anima.
    Il Novecento, specie nella sua seconda metà, riconosciamolo, è stato mosso sempre più da una inarrestabile speculazione edilizia e poco o niente di una vera ricerca urbanistico-architettonica.

  3. Parlare di “italianità dell’architettura di quel tempo” – come leggo nell’ultimo periodo dell’articolo – è, a mio avviso, una questione estremamente delicata. La ricerca di uno stile che fosse l’emblema dell’Italia (in quei tempi fascista), portò alla ricerca di nuove forme ed all’impiego degli allora più moderni sistemi costruttivi e questo è un dato di fatto.
    Non va trascurato che, in un primo momento, la critica architettonica italiana vedesse nel Movimento Moderno una vera e propria minaccia per il Paese, vedendo nell’architettura “moderna” forme e stili europei, quindi stranieri, e non degna di trasmettere nei secoli la tanto dibattuta tradizione italiana.
    Il fatto che il regime fascista, e quindi l’Italia, abbia adottato proprio le forme dell’International Style per identificarsi, fu reso possibile grazie alla determinazione di pochi più che da una onesta coscienza critica da parte della popolazione.
    Ad ogni modo, rimandando alla cospicua letteratura le evoluzioni del caso, ci si potrebbe domandare: C’è ancora bisogno di carattere nazionale in architettura?
    Forse sarebbe più opportuno, come scrive Beppe qui sopra, abbandonare gli echi della speculazione per abbracciare con più coscienza (e fatica!!) una ridefinizione degli spazi urbani e architettonici, unici testimoni della vita quotidiana e fattori caratterizzanti delle “sfumature nazionali” dell’architettura.
    Ciò che scrivo non vuole essere una critica al testo che ho letto, solo una puntualizzazione su dei temi che sono estremamente contemporanei, anche se alle volte non vengono percepiti come tali.