«La montagna bellunese e il mondo dell’alpinismo da oggi sono un po’ più soli. E in cordata perdere un valido alpinista significa dover ricalibrare le forze, oltre che piangere la scomparsa di un compagno di avventura».
Lo scrive il presidente della Provincia di Belluno, Roberto Padrin, in una nota di cordoglio per la morte di Alessandro Masucci, già veterinario dirigente dell’Ulss, componente del Club Alpino Accademico Italiano, del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, e alpinista che ha aperto ben 140 nuove linee di salita su Pelmo, Pelmetto, Civetta, Bosconero, San Sebastiano, Croda da Lago, e altri gruppi dolomitici.
«Masucci proprio per questa sua attività alpinistica, ha ricevuto il Pelmo d’Oro quest’anno. Ha voluto partecipare alla cerimonia di consegna, a San Tomaso Agordino, nonostante fosse già provato dalla malattia. Ricordo ancora la commozione con cui ha ritirato il premio, mista a una umiltà che solo i grandi personaggi hanno. Nella cerimonia ho avuto modo di definire gli alpinisti come eroi silenziosi della montagna: Alessandro Masucci era proprio questo. Ai suoi familiari, ai tanti amici e compagni di scalate, un abbraccio sincero».
Il ricordo
Alessandro Masucci nel 1980 era insieme sull’Everest al compianto Giuliano De Marchi nella spedizione italo-nepalese Santon, dove Giuliano raggiungerà l’antecima con Sergio Martini a 8.750 metri. Vennero nominati insieme accademici del Cai nell’85. Nel 1996 si sono sposati lo stesso giorno facendosi da testimone reciprocamente. «Ho iniziato ad arrampicare con lui nel 1967 e ho smesso nel 1998 – racconta Masucci in una intervista del 10 giugno 2009 in occasione della cerimonia funebre per l’ultimo saluto a De Marchi – dopo qualche centinaio di ascensioni insieme. Siamo stati insieme sulla costa di Marsiglia dove per la sua particolare conformazione potevamo abbinare la scalata al mare. Ricordo il primo temporale in parete con Giuliano sullo spigolo dell’Agner nel 1970; io ero al riparo in una sporgenza, ero molto impressionato, eravamo a 2500 metri e la temperatura scendeva velocemente fino a zero gradi, e continuava a cadere una fitta neve ghiacciata che copriva tutti gli appigli. Sopra di noi ci aspettava la parte più difficile della via, guardai timoroso Giuliano e gli chiesi, ‘e adesso come ne veniamo fuori?’ e lui, con molta saggezza ‘non preoccuparti, fra un po’ riprendiamo la scalata’. Bisognava arrampicare su ghiaccio con le mani gelate. Giuliano vedendo che ero ancora preoccupato mi disse ‘vedrai che tra poche ore siamo in vetta’. E così fu».
