Il delitto di Busto Arsizio, l’ultimo libro di Roberto De Nart, in libreria per Natale, è una storia realmente accaduta. Fu un caso che fece molto scalpore negli anni ’50 quando accadde. Se ne occuparono anche i grandi giornali come il Corriere d’Informazione (poi Corriere della Sera) e La Stampa che seguirono tutte le fasi processuali fino alla Cassazione. E anche i periodici come Tempo, Oggi, La settimana illustrata, dedicarono ampi servizi alla tragica e raccapricciante fine di Silvia Da Pont, la ragazza di 21 anni di Cesiomaggiore trovata morta il 28 ottobre 1951 a Busto Arsizio, nella cantina della villetta in via Galilei n.3 dove lavorava come domestica. Di questa povera ragazza conosciamo i dettagli dalla testimonianza resa dai suoi familiari, il padre Antonio Da Pont boscaiolo di Cesiomaggiore, la madre Adelina Bortolas domestica e poi casalinga, e la sorella maggiore Maria, babysitter a Zurigo. Fu Maria a dare impulso alle indagini poi condotte dal capitano Mongelli, comandante dei carabinieri di Busto Arsizio, che porteranno alla sbarra il cavalier Carlo Candiani, 70enne, due volte vedovo, ex commerciante di macchine per cotonifici, appassionato di farmacologia ed erboristeria che abitava nella stessa villetta di sua proprietà. Dino Buzzati scriverà che il Candiani l’ha “tenuta nascosta, come una sorta di bambola vivente tutta per sé per oltre un mese e mezzo alimentandola solo con qualche cucchiaino di vino e latte”. L’Orco di Busto Arsizio come venne chiamato dai giornali il Candiani, firmerà la confessione, poi ritratterà, sarà condannato a 25 anni in Assise, poi ridotti a 14 in Appello e a 13 in Cassazione, e morirà nel carcere di Parma nel 1957. L’omicida dunque è il signore della porta accanto, un uomo distinto, ritenuto perbene, che per salvare la propria reputazione deciderà di lasciar morire la ragazza che avrebbe potuto avere salva la vita.
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