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Poema elettromagnetico. La società moderna radiografata con irriverenza da Gianni Carlin

Ironia, satira, provocazione, irriverenza, sberleffo della società contemporanea. E’ questo il mix e l’architettura dialettica che sorregge “Il poema Elettromagnetico” che l’eclettico artista e autore bellunese Gianni Carlin sta rappresentando in questo periodo al pubblico con il suo stile istrionico. Una società decadente di polli in batteria fatti di identità vaghe con obblighi e doveri da rispettare.

“Forse stiamo davvero perdendo la qualifica di esseri umani nell’era moderna – sottolinea Carlin –  in cui tutto ciò che facciamo appare finto oppure agiamo per un tornaconto personale”.

Nel libro e nelle sue esibizioni, Gianni Carlin ridicolizza le nostre esistenze descrivendo sistemi collaudati in cui veniamo imprigionati, con l’unico scopo di produrre per vivere, nella perenne illusione di muoverci sempre velocissimi e girare ovunque con la stessa consapevolezza di un pollo senza testa (”un gps a perdere che giri, che giri ma in fondo sei fermo”).

L’affresco finale, dopo le prime due sezioni del testo è avvilente, nichilista e leggermente fatalista. È chiaro sin da subito che l’autore non vuole indorare la pillola. Anzi, come un menestrello senza peli sulla lingua dichiara apertamente che questa pillola fa schifo. Ma dovrai comunque ingoiarla, piaccia o no. Un mondo di automi, produttori e consumatori, al servizio di un’enorme macchina che si nutre dei nostri sogni.

“Chi tra noi ne è consapevole – precisa Carlin – può soltanto ironizzare, per non essere risucchiato nel nichilismo cosmico in cui stiamo sprofondando”.

La chiave ironica rimane dunque, l’unica ed estrema difesa: osservare con distacco il meccanismo in cui siamo costretti.

La terza sezione intitolata “Altre amenità” si compone di poesie all’apparenza meno fondate sulla critica e più introspettive, sentimentali, impregna di un fondo di disagio nei confronti dell’esistenza. Senza più fiducia nell’amore, in se stessi, negli altri, nella fortuna e nel destino.

Il finale del “Poema Elettromagnetico” ci porta nel Medioevo. E allora il linguaggio aulico e apparentemente più raffinato diventa l’abito buono di poesie che criticano la gente “brava a parlare con lo sfintere più che con la bocca” e riportano l’amore troppo spesso idealizzato all’altezza dei comuni mortali, “perché per quanto nobile sempre di chiavate si tratta”.

https://www.facebook.com/hashtag/poemaelettromagnetico

 

 

 

 

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