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Nuovo volume della collana “Tesori d’arte”: approfondimento sull’altare a battenti di Santa Maria a Pieve di Cadore

Una vicenda intricata e affascinante. Un oggetto d’arte che esce dalla bottega di un affermato scultore alla fine del Quattrocento e si ritrova cinque secoli dopo a pezzi, sparsi in giro per l’Italia. È la storia dell’altare a battenti di Santa Maria di Pieve di Cadore, ricostruita minuziosamente, sotto la lente degli esperti (storici dell’arte e restauratori), nell’ultimo volume della collana “Tesori d’arte nelle chiese del Bellunese”, edito dalla Provincia di Belluno.
Un volume monografico, che già di per sé rappresenta un unicum nel panorama della collana dei “Tesori”. Perché la vicenda del Flügelaltar di Pieve (o altare ad ali) era ed è meritevole di un libro che tratti esclusivamente le ricerche degli ultimi anni e i ritrovamenti che hanno portato alle ipotesi ricostruttive. «Un volume che riporta alla luce non solo la storia di un’opera d’arte, ma anche le radici storiche del nostro territorio – commenta il consigliere provinciale delegato alla cultura, Simone Deola -. In una fase in cui il Cadore faceva da cerniera tra gli influssi germanici e quelli mediterranei, terra di confine, ma non per questo marginale o periferica».
L’altare a battenti risale alla fine del Quattrocento ed è comunemente attribuito alla bottega di Ruprecht Potsch, a Bressanone.

Dove lo si può vedere? Da nessuna parte.

Secondo le ultime ricostruzioni, l’opera lignea rimase integra nella chiesa di Santa Maria Nascente a Pieve di Cadore fino all’inizio dell’Ottocento, quando per cambiamenti nelle esigenze liturgiche l’abside gotica venne modificata e l’altare smembrato. Cominciò così la diaspora dei pezzi. Le statue dei santi Pietro e Paolo (che dovevano occupare le nicchie laterali dei due battenti del Flügelaltar) furono ritrovate nella chiesa di Pozzale, dipinte di bianco e riadattate. La Madonna invece saltò fuori dalle collezioni di Palazzo Madama a Torino, dopo una difficile attribuzione.
La ricostruzione dei vari elementi, come pezzi di un puzzle, è ben documentata nel volume edito dalla Provincia e curato dalla ricercatrice Letizia Lonzi, insieme a una contestualizzazione storica sulla commissione dell’altare, a un saggio tecnico sul restauro delle statue, e insieme anche a una rassegna sull’altaristica tedesca nel Bellunese.
«Questo volume, attraverso la vicenda dell’altare di Pieve, ci dà l’occasione per rivolgere lo sguardo alle ricchezze del nostro territorio, fatto di arte, storia e cultura, oltre che di ambiente e paesaggi – sottolinea il presidente della Provincia, Roberto Padrin -. È fonte di conoscenza del nostro patrimonio artistico e allo stesso tempo arricchimento culturale.

 

Nota della curatrice, Letizia Lonzi

Nella chiesa gotica di Santa Maria a Pieve di Cadore faceva bella mostra di sé una grande macchina liturgica lignea – un Flügelaltar di poco più di sei metri – che era quanto di più aggiornato potesse offrire la produzione brissinese alla fine del ‘400. Un altare con le ali (o a battenti) – per il pagamento del quale è attestato anche il coinvolgimento del Fontego della Comunità – che sopravvisse integro per poco più di 300 anni fintanto che non fu soppiantato da modelli più aggiornati, innescandone così la diaspora degli elementi.
Pur smembrato e parzialmente disperso, l’altare era ben noto agli studiosi ma solo grazie a un rinvenimento, fatto nel 2005 dall’allora ispettrice di zona per la Soprintendenza storico artistica Marta Mazza, prese avvio una nuova fase di approfondimento teorico e tecnico, sfociata in un importante restauro eseguito, con fondi ministeriali, dalle esperte mani di Milena Dean.
Gli studi condotti a margine del difficile quanto eccezionale intervento conservativo si conclusero nel 2015 e donarono la soddisfazione di grandi scoperte, rimaste tuttavia finora inedite. Li si è ripresi oggi, all’interno di un rinnovato slancio della collana Tesori d’arte nelle chiese del Bellunese, sviluppandoli pure su altri livelli, dando vita a un volume monografico, apparentemente anomalo ma quanto mai concreto e imprescindibile per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio territoriale.
Attraverso le analisi di Marta Mazza e di Milena Dean, riportate nella sezione centrale del libro, si è cercato di scovare e rincorrere le singole componenti del prezioso apparato scenico, prodotto attorno al 1499 dalla bottega di Ruprecht Potsch di Bressanone con la collaborazione di un altro abile scultore, che potremmo definire “meteora” per la qualità del modellato e il naturalismo di alcune lavorazioni, non ancora identificato ma con evidenti influssi svevi.
Non sappiamo precisamente che cosa e chi abbia provocato, e poi continuato, la dispersione delle parti; fatto sta che è stato necessario partire da Pieve di Cadore, spostarsi nella vicina chiesa della frazione di Pozzale intitolata a San Tomaso (dove si celavano sotto una decina di strati di ridipinture e manomissioni le ritrovate statue degli apostoli) per giungere infine a Torino, dove è approdata la Madonna, che occupava la posizione centrale del pregevole prodotto artigianale, per ricomporre pertanto l’intero apparato scultoreo.
Una sorte simile è toccata anche a un altro altare di Potsch – riemerso durante queste lunghe ricerche incrociate – un tempo conservato nella pieve di San Floriano di Zoldo, in seguito scomparso e ora riaffiorato nell’esemplare esposto addirittura a Londra con il coinvolgimento dell’intricata vicenda dello scultore Valentino Panciera Besarel. Quello di Pieve di Cadore diventa dunque il prototipo dell’altare di Potsch, lavorato quasi in contemporanea con quello zoldano e poco prima del manufatto di Rocca Pietore, fortunatamente ancora nella sua sede originaria.
Nel volume spetta a Giandomenico Zanderigo Rosolo contestualizzare la commissione dell’opera di Santa Maria Nascente e analizzare i rapporti tra le popolazioni latine e tedesche, attraverso le fonti scritte, sebbene frammentarie, e i ben documentati e trafficati antichi percorsi. Antonio Genova, oltre a curare il Regesto dei documenti, avanza inoltre un’ipotesi “regale”, quanto mai fondata, in merito a questo traffico ottocentesco di altari fatto di reimpieghi, contestualizzazioni e mercato antiquario.
L’occasione ha permesso infine a chi scrive di fare il punto sull’altaristica tedesca in provincia di Belluno, comprendendovi anche Sappada che all’inizio del progetto faceva amministrativamente ancora parte del comprensorio, e approntando uno strumento di lavoro che ci si auspica possa rivelarsi utile per eventuali futuri approfondimenti e giunte.
Un importante tassello di storia cadorina torna oggi alla luce, e lo fa in modo chiaro e ben definito, grazie alla passione e alla competenza di validi ricercatori e ricercatrici e di sostenitori istituzionali che hanno creduto nel progetto, non nascondendo il desiderio di poter riproporre, un giorno non troppo lontano, l’assetto primigenio del Flügelaltar di Pieve di Cadore.

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