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Marzo mese della prevenzione. Germanà: “Il ritardo diagnostico nel cancro del colon retto può essere fatale. Importante aderire allo screening”

“La prevenzione non è questione di culo”! E’ il claim d’effetto della campagna di sensibilizzazione dello screening colorettale della Fismad (Federazione italiana società malattie apparato digerente) che ha per testimonial il cabarettista Paolo Cevoli. Che non si debba affidare al caso e alla fortuna la propria salute, lo sa bene il dottor Bastianello Germanà, medico specializzato in Medicina interna e Gastroenterologia, direttore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Ospedale “San Martino” di Belluno, che, dati alla mano, dimostra che il ritardo diagnostico nel cancro del colon retto, può essere fatale.

“Lo screening – spiega Germanà – determina una riduzione del 20% di questo tipo di tumore e del 30% della mortalità ad esso legata. Il cancro al colon retto non dà alcun sintomo, se non quando è già in uno stato avanzato. Ed è il secondo tumore più frequente nelle donne, dopo quello alla mammella, e il terzo negli uomini dopo quello alla prostata e al polmone. In entrambi i sessi rappresenta la seconda causa di morte.

Dottor Germanà, quali sono i soggetti maggiormente esposti alla malattia?

“Il 90% delle persone si ammala dopo i 50 anni. I dati ci dicono che il fattore di rischio per familiarità è del 10%. Mentre ad incidere per il 90% è lo stile di vita, quindi l’alimentazione, i grassi, il fumo, l’alcol, il sovrappeso, l’obesità. Dopo i 50 anni è quindi importante fare questo test ogni due anni, per rilevare l’eventuale presenza di sangue occulto nelle feci. Non fare la colonscopia dopo il test risultato positivo significa aumentare il rischio di contrarre la malattia del 120%”.

Quali sono le percentuali di adesione allo screening e quali sono i risultati?

“Nella nostra Ulss e in Veneto il 60% delle persone invitate aderisce allo screening, contro una media nazionale del 42%. Il 4% dei test dà esito positivo con rilevazione di sangue occulto. E quindi si procede a un secondo invito per effettuare l’esame della colonscopia. Un 10% però non aderisce a questo secondo invito. Tramite la colonscopia riscontriamo la presenza di polipi nel 45% – 55% dei casi, con l’1% di cancro. E’ importante quindi concludere il percorso, con asportazione dei polipi e l’interruzione della sequenza. A tal proposito va detto che la paura della colonscopia deve essere abbattuta. La preparazione intestinale oggi è migliorata, disponiamo inoltre di una moderna tecnologia, con strumenti endoscopici efficaci. Come vedere una partita di calcio in 4K rispetto al bianco e nero dei vecchi televisori. L’obiettivo rimane quello di identificare la presenza di polipi, che sono precursori del cancro. Qui all’ospedale ‘San Martino’ di Belluno abbiamo sperimentato l’intelligenza artificiale, con un software che riesce a scovare anche i polipi più piccoli, che poi vengono asportati per via endoscopica senza intervento chirurgico”.

Il timore di contrarre il covid ha frenato la prevenzione. Cosa ci può dire al riguardo?

“La pandemia non deve interrompere i percorsi di screening o di cura. I vari reparti ospedalieri hanno adottato una rigorosa strategia di controllo e separazione dei percorsi. In sala endoscopica il rischio è pari a zero, con sistemi di ricambio dell’aria, come nelle sale operatorie. E’ certamente più rischioso non effettuare la prevenzione.”

(rdn)

 

 

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