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Vandali e ladri dalla valle e dalla Germania all’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore * di Gianluca D’Incà Levis

La vendetta del cervo

A novembre 2020, all’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, sono tornati i vandali, e i ladri. Ecco il racconto di Gianluca D’Incà Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e Progettoborca e direttore del Nuovo Spazio di Casso.

Nelle scorse settimane, alcuni scimuniti sono venuti al Villaggio di Corte, sono penetrati in questo luogo che, con Progettoborca (http://www.progettoborca.net/), è ben aperto e disponibile a tutti gli uomini di buona volontà, da sette anni.
Progettoborca è la piattaforma di rigenerazione per l’ex Villaggio Eni, e in particolare per la sua immensa Colonia, avviata nel 2014 grazie ad un accordo tra la Proprietà del sito (la Società Minoter) e Dolomiti Contemporanee (http://www.dolomiticontemporanee.net/DCi2013/), che ha messo a punto e sviluppa il dispositivo di rilancio.

E dunque, lo scorso novembre, alcuni ragazzi, uomini e donne, bislacchi e irresponsabili, sono penetrati nel Villaggio, ed hanno preso le strutture di Gellner per una gabbia del giuoco luddista, o per un free discount del design. Hanno danneggiato e rubato.

Per primi son venuti dei ragazzetti della valle (questo lo immaginiamo noi che viviamo qua, e che qualcosa vediamo, e qualche indagine interna sappiamo condurla). Nottetempo, protetti dal buio, hanno spaccato le porte, entrando nella Colonia, nella Canonica della Chiesa di Nostra Signora del Cadore, all’Hotel Boite, e seviziando gravemente il Campeggio a tende fisse. Sono vandali questi, nell’accezione peggiore. Sono irresponsabili e sciocchi e ignoranti: per loro, Corte è una qualsiasi fabbrica abbandonata, un luogo eccitante giusto nel vile nascondimento del delitto notturno. Di giorno, mica lo vedono. Il valore di questo sito, che dovrebbe esser considerato il primis un Patrimonio e una risorsa locale da risollevare, mica lo intendono.
Noi di Dolomiti Contemporanee abbiamo fatto le ronde notturne, abbiamo scopetto le effrazioni, abbiamo tuonato nella valle col passaparola, e sti stupidi si son fermati.
La Proprietà ha richiuso le porte. Speriamo entri in funzione una videosorveglianza adeguata, anche se non è facile controllare un Villaggio le cui strutture stanno dislocate su duecento ettari di bosco ai piedi della montagna.

Poi è successo dell’altro – prosegue Gianluca D’Incà Levis – .

Una bella mattina, e precisamente quella dell’11 novembre, Lorenzo, un artista in Residenza a Corte, ha colto un movimento in Colonia.
La Colonia, dal 2014, non è più abbandonata. Essa ospita artisti, ricercatori, designer, paesaggisti, esperti di rigenerazione, e così via. La portiamo alle Biennali, questa Colonia, e dentro a molte strategie di rigenerazione, pensate e sviluppate alla scala locale, nazionale, internazionale.
Attraverso la residenza, noi, che crediamo nell’utilità pubblica di questo sito privato (il suo valore è pubblico, ed anche il suo potenziale dovrà risultare utile al territorio, oltre che ai legittimi proprietari delle strutture: le due esigenze non vanno messe in contrasto, ma unite, se si vuol pensare ed agire bene), garantiamo qui una presenza vigile.
Non siamo custodi, né un servizio d’ordine, né carabinieri.
Siamo gente capace e decisa, che vive qua, e che è presente con le idee, con le pratiche, con lo spirito, e fisicamente.
Mentre Lorenzo lavorava ad un progetto, io ero in ufficio con Marta, a lavorare ad altri progetti.

Lorenzo ha visto alcuni oggetti, mobili e arredi della Colonia. Qualcuno li aveva presi, addirittura smurandoli dagli ambienti interni, per poi portarli all’esterno, nascondendoli tra le erbe alte, in prossimità della cancellata d’uscita, in attesa di venir caricati in auto e portati via.
Per trovare, smontare, preparare questi oggetti, occorrono ispezioni preventive, un progetto di scasso, e poi cacciaviti, tenaglie, tenacia, lavoro. Abbiamo capito subito di non trovarci di fronte ad un movimento estemporaneo, ma ad un’azione studiata e pianificata, di ladrocinio.

A quel punto Lorenzo mi ha avvertito che qualcuno si muoveva dentro alla Colonia e quindi mi son mosso anch’io.
Quando sono arrivato in quella zona, sul retro della Colonia, la situazione era questa: una porta verso l’esterno era aperta. Di fronte, all’interno della proprietà privata di Minoter, era parcheggiato un van nove posti. Due uomini (non due ragazzini) si davano da fare là attorno: li ho affrontati. Nessuno li aveva autorizzati ad entrare. Gli ho detto: disgraziati, state rubando. Eravamo ad un centimetro dagli arredi espiantati, non hanno potuto negare. A dir la verità, l’unico che ha confessato è stato l’unico italiano del gruppo: gli altri erano tedeschi. I tedeschi, presi con le mani nel sacco, han fatto finta di niente, porelli. Lui ha capito che non poteva, e perlomeno si è preso le sua responsabilità.
Alcuni altri di quel gruppo erano appostati appena fuori dal cancello, vicino ad altre due automobili, in attesa di caricare altra refurtiva, per poi andarsene tranquillamente.
Bene, li abbiamo fermati.
Hanno dovuto ammettere la loro dabbenaggine, e di essere ladri.
Ma chi sono sti tangheri?
Li interrogo, prendo altre informazioni, capiamo chi sono. Lavorano per una casa di produzione di Berlino, che ha appena ultimato le riprese per un film ambientato in Val Boite. Han preso la fiducia del territorio, dei sindaci, delle persone.
Ora che han finito il lavoro, partendo per tornare a casa, ecco che han pensato di fermarsi e far tappa al Villaggio.
Al mattino, i custodi del Villaggio, ignari del piano, li avevano accompagnati a visitare il campeggio a tende fisse e l’Hotel Boite.
Telefono, brigo, li induco a dir di più, scopro dell’altro. Erano già entrati in Colonia, qualche giorno prima, sempre di nascosto, sempre senza permesso (a nessuno l’hanno chiesto mai; nessuno gliel’ha rilasciato). Avevano preso informazioni nei paraggi: “ma dov’è sta famosa Colonia?” Ci avevano ronzato un poco intorno e poi, una volta individuati gli accessi, cos’avevano fatto, invece di chieder permesso ai custodi che pur conoscevano? Erano penetrati per veder cosa c’era dentro, a prender le misure, a valutare la consistenza del Patrimonio – la misure dei pezzi che possono stare in bagagliaio quando li vai a rubare.
Oggetti ricercati, il prezioso design di Gellner, una scenografia guadagnata a costo zero.
Per questi professionisti, chissà quanto stimati in patria, quali referenze.
Eccolo qua, un set rimediato, una Scenografia d’autore, e gratis, basta prenderla.

Abbiamo preso i loro nomi e, informata la Proprietà, abbiamo deciso come procedere.
Siamo andati subito in radio, a raccontare la storia grave di questi irresponsabili alle persone della valle e ai Sindaci, alcuni dei quali, increduli, sono andati su tutte le furie, come anche la casa di produzione di Berlino, che non è mica il mandante della rapina.
Non tutti possono sapere ogni cosa sulla coscienza dei propri dipendenti, questo è ovvio.
Direi però anche un’altra cosa, a questo punto.
Io non rubo valore, e invece lavoro a conferirne, ecco il senso di Progettoborca, e di Dolomiti Contemporanee.
Lorenzo non ruba, Elena non ruba, Marta non ruba, Alice non ruba, Tallo non ruba.
Sono alcuni dei giovani bravi e responsabili che lavorano con noi, che hanno studiato, che credono nel territorio, che sono intelligenti e responsabili, che vengono da tutta Italia, che si impegnano in un progetto costruttivo.
Altre centinaia di persone vengono qua con noi o attraverso di noi: nemmeno loro rubano. Infatti, chi lavora qua con noi non è un dipendente professionista opportunista. Chi lavora qui in/con Dolomiti Contemporanee fa una scelta di campo, di lavoro, di idea, di pensiero, di pratica, di profilo, e anche morale. Noi qua, si può dire, facciamo “i casting e i colloqui su base morale”, agli artisti bravi, ai ragazzi del nostro staff: Progettoborca non è una fiction, mentre quella del “professionista” non è necessariamente una categoria sicura, come dimostrano questi fatti.
Facciamo un lavoro generoso noi qui, che vale per tutti, vogliamo ristorare il Patrimonio Perduto: e Non Rubiamo La Scena.
Qui vige la fiducia.

Sul verbale-confessione che sti porelli han dovuto scrivere sotto dettatura e firmare, è scritto che, ogni volta che li chiameremo, essi saran tenuti a tornare, a far lavori di bassa manovalanza, diciamo culturalmente utili, per espiare socialmente e moralmente.
Altrimenti, li denunzieremo.
Perché non l’abbiamo fatto subito?
Perché noi siamo pubblici, mostriamo e diciamo tutto, non ci interessa una punizione privata, preferiamo una pubblica esecuzione alla comminazione di una pena privata.
Troppo comodo, piccola pena, piccola multa, e la cosa tacitata.
I lavori sociali poi, son giusti in teoria.
In pratica no, e noi qui siamo una pratica, non una teoria.
Mica la vogliamo vedere ancora qui in futuro, sta gente priva di etica e di valore, di cui non ci si può fidare, a contaminare il nostro habitat buono e sano, che non è un idillio, ma uno scambio delle intelligenze edificanti: e nemmeno un negozio di modernariato in saldo per furbetti professionisti.
Questo progetto nostro è fatto di fiducia e d’attenzione. Per questo anche: li abbiamo presi.
Noi ci siamo, loro no.
Direi che abbiamo detto abbastanza, le somme son tratte, la differenza per l’ennesima volta marcata.
Chi vale e fa valere: e chi non vale niente.

Gianluca D’Incà Levis, 17 gennaio 2021

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