HomeCronaca/PoliticaVajont: l’ombra dell’energia torna sulla ferita del Toc

Vajont: l’ombra dell’energia torna sulla ferita del Toc

Sessant’anni dopo la tragedia, il progetto di una nuova centrale idroelettrica della Welly Red srl riaccende lo scontro tra profitto, memoria e territorio. La Regione Friuli Venezia Giulia chiede chiarimenti. I comitati gridano alla “profanazione”

Il silenzio della valle del Vajont, interrotto solo dal vento che sibila tra la diga e i resti del Monte Toc, è di nuovo scosso da un acronimo burocratico: VIA (Valutazione di Impatto Ambientale). Al centro della contesa c’è il progetto della Welly Red srl, una società di Sacile che punta a trasformare il “lago residuo” dietro la frana in una fonte di energia pulita. Ma in questo lembo di terra tra Friuli e Veneto, nulla è mai “solo” una questione tecnica.

L’idea della Welly Red è di realizzare una centrale idroelettrica da 1,8 megawatt costruita interamente in caverna, a circa 150 metri a valle della diga. L’investimento previsto è di 12 milioni di euro per produrre 13,3 milioni di chilowattora all’anno.

L’acqua verrebbe prelevata dalla galleria di scarico esistente, fatta precipitare in un pozzo verticale e restituita al torrente più a valle. “Impatto visivo zero”, assicurano i progettisti. Ma per chi vive all’ombra del Toc, l’impatto non si misura in cemento a vista, ma nel disturbo di un luogo che per molti è un sacrario.

La società Welly Red è stata riattivata nel dicembre 2025 dopo un periodo di liquidazione. I collegamenti portano alla galassia della ex En&En, che già trent’anni fa tentò la medesima impresa, venendo respinta da una sollevazione popolare e politica.

“È il ritorno di un passato che non ha insegnato nulla”, spiegano dai comitati locali. La preoccupazione è che dietro il paravento della “transizione green” si nasconda un’operazione puramente speculativa su un sito che ha già pagato un prezzo altissimo al progresso energetico nazionale.

Il fronte del “no” è compatto. Le associazioni della memoria e i gruppi ambientalisti pongono una questione etica insormontabile: la forra del Vajont custodisce ancora, sotto i detriti, i resti mai ritrovati di centinaia di vittime. Scavarvi, dicono, è un atto di sciacallaggio morale.

A questo si aggiunge l’allarme idrogeologico. Nonostante le rassicurazioni, il timore è che nuovi scavi e piste di cantiere possano destabilizzare un equilibrio ambientale fragilissimo. “Il Vajont non è un ruscello qualsiasi, è un monito vivente”, dichiarano i portavoce dei comitati, che nelle ultime settimane hanno intensificato le manifestazioni.

La partita ora è nelle mani degli uffici tecnici della Regione Friuli Venezia Giulia. Ad aprile 2026, la direzione difesa dell’ambiente ha gelato gli entusiasmi della Welly Red chiedendo 14 integrazioni documentali. Sicurezza delle sponde, gestione delle acque di scarico e impatto dei lavori nell’alveo: se la società non fornirà risposte esaurienti entro i termini previsti, il progetto finirà in archivio.

Mentre l’amministrazione di Erto e Casso valuta i possibili benefici economici dei canoni idroelettrici – ossigeno puro per un piccolo comune montano – la cittadinanza resta spaccata. Il caso Vajont nel 2026 diventa così il simbolo di un dilemma moderno: è possibile fare “sviluppo sostenibile” su una cicatrice della storia senza riaprirla?

Per ora, la forra resta immobile, in attesa di capire se il suo destino sarà ancora una volta legato ai cavi dell’alta tensione o al sacro silenzio del ricordo.

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