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Quella volta che l’Aci voleva far pagare il passaggio di proprietà per demolire l’auto del defunto

C’è una storia di ordinaria e folle burocrazia che merita d’essere ricordata. E’ successa i primi mesi del 1992 e riguarda l’Automobile Club d’Italia, l’ente che, secondo quanto recita l’art.1 dello Statuto “rappresenta e tutela gli interessi generali dell’automobilismo italiano” e all’art.4 precisa che “attua le forme di assistenza tecnica, stradale, economica, legale, tributaria, assicurativa, dirette a facilitare l’uso degli autoveicoli”. Questo insomma, secondo gli scopi statutari, dovrebbe fare l’Aci per gli automobilisti, e l’automobilismo in generale, ma ogni tanto se ne dimentica, come dimostra la storia che vi raccontiamo.

Nel gennaio del 1992 a tutti gli uffici provinciali del Pubblico Registro Automobilistico arriva una circolare che modifica la procedura per la cancellazione dei veicoli demoliti intestati a un defunto. Fino ad allora, infatti, per effettuare la radiazione al Pra di un veicolo rottamato intestato a un defunto era sufficiente che un erede si presentasse allo sportello con autocertificazione, targhe e documenti del veicolo e la pratica era conclusa.

Va detto, che cancellare i veicoli fuori uso era diventato importante dopo che la Legge 53 del 1983 aveva trasformato il bollo di circolazione in tassa di proprietà e quindi per non dover pagare il bollo di un veicolo inutilizzabile era interesse del proprietario o degli eredi provvedere alla cancellazione.
La procedura per la radiazione dei veicoli sarà modificata poi nel 1997 in attuazione delle direttive CEE che classificano i veicoli da rottamare come rifiuti pericolosi e viene data la competenza per lo smaltimento ai centri autorizzati di autodemolizioni e ai concessionari, i quali saranno loro nei successivi 30 giorni a provvedere alla cancellazione al Pra dei veicoli, come tutt’oggi avviene.

Detto questo, torniamo alla nostra storia del 1992.

L’Aci, con due circolari interne, la prima di gennaio ’92 e la seconda a marzo che ne sollecita l’applicazione evidentemente stentata, stabilisce una nuova regola: per cancellare un veicolo di un defunto al Pra non bastava più la firma di un erede, ma era necessario effettuare prima la successione, ossia trascrivere la proprietà a favore degli eredi. Insomma l’Aci, in omaggio ai principi statutari ricordati in premessa, costringeva il pagamento di un passaggio di proprietà dal defunto agli eredi per poter demolire il veicolo appartenuto al defunto. Secondo l’Aci dunque, si doveva pagare un inutile passaggio di proprietà per poter cancellare un’auto di valore commerciale zero.

Ma c’è di più.

Sotto l’aspetto strettamente giuridico la circolare non stava in piedi, perché andava a modificare il decreto ministeriale del 26 aprile del 1983 e, per il principio di gerarchia delle fonti, una circolare non poteva modificare un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Eppure, tutti i dirigenti, i funzionari e gli impiegati dei pubblici registri delle province italiane, pur avendo compreso perfettamente l’illogicità della circolare, si adeguarono. Per dirla in romanesco “ma a me che me frega”. Tutti i 4mila e oltre dipendenti dell’epoca si adeguarono, tranne uno. Che inoltrò per via rigorosamente gerarchica, tramite il conservatore del Pubblico registro automobilistico di appartenenza, le proprie perplessità chiedendo chiarimenti. In quella lettera, lasciando perdere i noiosi articoli e commi di legge, il funzionario scrisse pressappoco che per effetto del giuramento di fedeltà alla Patria prestato dinanzi al procuratore della Repubblica (i funzionari del Pra, infatti, all’epoca prestavano giuramento dal procuratore), era in primis vincolato all’applicazione delle leggi dello Stato, non già a delle circolari giuridicamente infondate, che anzi contraddicevano quelle leggi. Perché se avesse dato seguito alla circolare, nel rifiutare la richiesta di radiazione presentata da un erede che non avesse provveduto al passaggio di proprietà, sarebbe caduto nell’ipotesi di reato di omissione di atti d’ufficio. Insomma quella circolare andava cancellata perché illegittima. Solo che quella lettera non arrivò mai a Roma, alla sede centrale dell’Aci, perché il conservatore non se la sentì di infastidire i vertici che gli avevano dato quel posto e lasciò la lettera sopra la scrivania senza inoltrarla. Ma nemmeno quel funzionario intendeva lasciar correre una simile ingiustizia nei confronti degli automobilisti. E così, intuito che la sua lettera giaceva senza speranza tra le carte del conservatore, decise di innalzare il livello della controversia e scrisse direttamente all’organo di controllo dell’Aci, ossia al ministero di Grazia e Giustizia.

Il finale della storia è a lieto fine. Perché il ministero chiese delucidazioni all’Aci, che fu costretto a rimangiarsi la circolare e, dopo sei mesi a novembre del 1992, tutto tornò come prima. Ancor oggi la demolizione dell’auto del defunto non necessita della trascrizione della successione agli eredi. Per la verità ci fu qualche inconcludente reazione della struttura nei confronti del funzionario, con minaccia di destituzione dell’impiego per insubordinazione e altre sanzioni disciplinari al funzionario. Che però mai si concretizzarono per evidente inconsistenza e indeterminatezza. Qualche volta vale la pena alzare la testa.

(rdn)

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