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Fuga di infermieri e operatori sanitari dalle Case di riposo verso la Uls. Il tema del’OSS specializzato

Contratti di assunzione vantaggiosi e questioni di contagio hanno determinato nei mesi scorsi la fuga degli infermieri e degli operatori sanitari dalle case di riposo e dalle residenze sanitarie assistite per anziani verso la sanità pubblica delle Asl. Il fenomeno è avvenuto un po’ in tutta Italia e anche nel Bellunese.

Andrea Fiocco – Segretario Fp Cgil Belluno

Sul tema interviene Andrea Fiocco, segretario territoriale della Funzione pubblica della Cgil per chiarire alcuni punti sulla contrattistica e le mansioni di questi professionisti.

Le case di riposo, per effetto dei concorsi di Oss e Infermieri che hanno dirottato molti professionisti verso l’ULSS, sono ridotte con organici molto ridimensionati.
Colpisce in questi giorni lo svuotamento dei gruppi infermieristici (6 su 9 a Lamon, una decina alla Casa di riposo di Cavarzano, ma anche gli OSS hanno nel corso del 2020 preferito la sanità pubblica alle RSA.
Naturalmente, vista la penuria di OSS e infermieri, in situazioni di difficoltà ci si ingegna e si prova a pensare vie alternative, e l’attenzione del terzo settore torna ancora una volta sul cosiddetto Operatore SocioSanitario Specializzato o con formazione complementare, detto anche OSS con terza “esse” o OSSS.

Cos’è l’OSS con terza “esse”?
E’ una figura che nasce a metà degli anni 2000, epoca in cui si propone agli OSS una formazione complementare su ulteriori mansioni (ad esempio, terapia intramuscolo e medicazioni semplici), in modo da raggiungere una sorta di specializzazione con un corso breve (di qualche mese) e con una spesa limitata (sui 500€). Il corso viene fatto su base regionale e nel Veneto registriamo una discreta adesione.
Non si tratta di una figura ibrida tra OSS e infermieri, ma è di fatto un OSS con una formazione in più.

Qual è stata la sorte degli OSSS?
Per essere assunti in un’azienda con un titolo, è necessario che nel contratto sia previsto il profilo professionale corrispondente.
Non c’è nessun contratto nazionale nel settore (sanità pubblica, privata, Funzioni Locali, Uneba, Agidae, Anaste, Cooperative Sociali…) che preveda il profilo dell’OSSS. Quindi se vieni assunto, vieni assunto come OSS non specializzato. OSS “normale”. Il titolo di OSSS si è rivelato di fatto inutile.

Può essere utilizzato oggi, in situazione di emergenza l’OSS specializzato?
No. Se oggi, alle dipendenze di una RSA c’è un OSS specializzato (assunto come OSS) e gli si chiede di fare una iniezione intramuscolo, lo si espone a un rischio grandissimo, che è quello dell’esercizio abusivo di professione (che è penale). Ha ragione l’Ordine Professionale degli Infermieri quando definisce i confini tra l’infermiere e l’OSS, perché ci sono. Il problema è che nella pratica questi confini diventano labili, e quando un OSS ha la specializzazione, si dice “beh, fai anche questo”. E questo è pericoloso, perché anche se lo sa fare, non lo può fare.

Cosa può accadere?
Come Fp-CGIL rifiutiamo soluzioni fantasiose che parlano di incentivi. Non sono barattabili incentivi con il pericolo di incorrere in condanne penali. Sperimentare valorizzazioni degli OSS specializzati con soldi in più nello stipendio è pericoloso per il singolo lavoratore, e anche per la struttura che gli fa fare quelle mansioni.
Passiamo il nostro tempo a sconsigliare gli OSS a effettuare la somministrazione dei farmaci, anche se sotto la guida di un infermiere, figuriamoci se consigliamo di far svolgere altre funzioni più complesse.
L’OSSS non è contrattualizzato e perciò non può mettere in atto le competenze che ha.

Cosa si può fare?
Ha ragione chi dice che se le regole non consentono di far lavorare l’OSSS, bisogna lavorare sulle regole. La regola principale è una, e si chiama Contratto Nazionale del Lavoro. La figura dell’OSS va prevista nei contratti nazionali della sanità e del terzo settore. Perché non è ancora stato fatto? Perché ogni Regione ha gestito la formazione in maniera diversa, e quindi i professionisti hanno formazioni eterogenee a seconda
della Regione di provenienza. Quindi bisogna lavorare per uniformare i percorsi formativi e solo allora si potrà contrattualizzare l’OSS con terza “esse” e farlo lavorare come tale.
Nel frattempo il problema resta. Servono OSS e infermieri, che hanno competenze e professionalità diverse ed entrambe necessarie. Serve un grande piano, lungimirante di formazione di personale, incentivando i ragazzi a intraprendere quella strada, aiutandoli anche economicamente nei percorsi formativi, e magari portando i corsi più vicini alle periferie delle nostre provincie. E’ un lavoro lungo ma l’unico che può dare
risultati.
Nel frattempo – conclude Andrea Fiocco – chi vorrà ricorrere a scorciatoie legali non troverà il consenso e la collaborazione della FpCGIL.

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