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Marta Kusch, Linda Cimetta e Silvia Da Pont, tre storie drammatiche del secolo scorso nei libri di Roberto De Nart

Tre libri che raccontano la tragica fine di tre donne indifese, vittime della violenza dell’uomo. Tre storie realmente accadute ricostruite attraverso gli atti processuali e gli archivi dei giornali da Roberto De Nart. “I soldi della Contessa” rivela i particolari dell’omicidio di Marta Kusch, avvenuto a Pedavena nel maggio del 1945, a guerra finita, compiuto da alcuni partigiani per impossessarsi del denaro. Una grossa somma, secondo quanto detto dagli imputati sarebbero 4 milioni di vecchie lire di allora, equivalenti circa a 1 milione di euro di oggi. Ma i soldi potrebbero essere stati molti di più, transitati in Venezuela attraverso le banche. Marta Kusch disponeva di quei soldi per pagare gli stipendi a 800 operai che lavoravano nel Feltrino nella realizzazione delle fortificazioni per conto dell’organizzazione tedesca Todt. Un fatto di sangue e soldi, tratto dagli atti processuali del 1950 esaminati dall’autore all’Archivio di Stato di Venezia. Marta Kusch, conosciuta come “la Contessa” viene uccisa senza un interrogatorio e senza un processo. Solo per chiuderle la bocca per sempre, perché se avesse potuto testimoniare avrebbe detto di esser stata depredata di tutto ciò che aveva dai partigiani. Sul caso calerà poi “l’ingiustizia di Stato” della cosiddetta “Amnistia Togliatti”, in forza della quale gli imputati vengono poi scarcerati, poiché non punibili per fatti di guerra accaduti tra l’8 settembre del 1943 e il 18 giugno del 1946. Il secondo libro, riguarda l’uccisione di Linda Cimetta, titolare del Caffè Vittoria di Belluno. Anche in questo caso, il movente sono i soldi che la donna aveva con sé per acquistare le sigarette di contrabbando a Venezia che poi rivendeva ai suoi clienti del bar. Nel maggio 1947, al largo de Ca’ La Bricola a Venezia la rete di un pescatore si incaglia e riemerge un baule legato a due macigni ,che contiene il corpo della donna. La raccapricciante vicenda, anch’essa tratta dagli atti processuali conservati all’Archivio di Stato di Venezia, è raccontata in tutti i suoi dettagli nel libro dal titolo “Il delitto Cimetta”. I due responsabili del delitto vengono immediatamente identificati dalla Squadra mobile di Venezia. Per Bartolomeo Toma, commesso di tabaccheria e il gondoliere Luigi Sardi inizia così una lunga vicenda giudiziaria di cui se ne occupò nell’ordine, il Tribunale militare straordinario di Padova nel ‘47, la Cassazione nel ‘49, la Corte d’Assise di Venezia nel ‘50, ancora la Cassazione nel ’51, la Corte d’Assise d’Appello di Venezia nel ‘52, ancora la Cassazione nel ’53, la Corte d’Assise d’Appello nel ’55 e la Cassazione nel ‘58. La verità processuale è chiara, i due complici sono colpevoli. Ma ci sono due colpi di scena degni di un noir nascosti tra le carte esaminate dall’autore. L’epilogo della storia, inoltre, non fa che rafforzare il mistero. Toma, con una condanna all’ergastolo confermata nei vari gradi di giudizio, nel 1960 evade dal penitenziario dell’Isola di Santo Stefano e di lui non si saprà più nulla. Sardi, che ottiene uno sconto di pena per seminfermità mentale e si proclamerà sempre innocente. Quando esce dal carcere nel 1980 uccide il maresciallo di polizia Senisi e sarà nuovamente rinchiuso. Morirà nel 1983 fuori di senno continuando a ripetere “ero innocente”. Il terzo libro, “Il delitto di Busto Arsizio” è un caso che fece molto scalpore negli anni ’50 quando accadde. Se ne occuparono abbondantemente i grandi giornali come il Corriere d’Informazione (poi Corriere della Sera) e La Stampa che seguirono tutte le fasi processuali fino alla Cassazione. E anche i periodici come Tempo, Oggi, La settimana illustrata, dedicarono ampi servizi alla tragica fine di Silvia Da Pont, la ragazza 21enne di Cesiomaggiore trovata morta nell’ottobre del 1951 in un a villetta di Busto Arsizio, dove lavorava come domestica. Di questa povera ragazza conosciamo i dettagli dalla testimonianza resa al processo dai suoi familiari. Sarà la sorella maggiore, Maria, babysitter a Zurigo, a dare impulso alle indagini poi condotte dal capitano Mongelli, comandante dei carabinieri di Busto Arsizio, che porteranno alla sbarra il cavalier Carlo Candiani, 70enne, due volte vedovo, ex commerciante di macchine per cotonifici, appassionato di farmacologia, che abitava nella villetta di via Galilei di sua proprietà. Dell’orco di Busto Arsizio, come lo definirono i quotidiani dell’epoca, Dino Buzzati scriverà che l’ha “tenuta nascosta, come una sorta di bambola vivente tutta per sé per oltre un mese e mezzo alimentandola solo con qualche cucchiaino di vino e latte”. Il Candiani, firmerà due confessioni, che poi ritratterà in tutti i gradi di giudizio. Sarà condannato a 25 anni in Assise, poi ridotti a 14 in Appello e a 13 in Cassazione, e morirà nel carcere di Parma nel 1957. L’omicida, dunque, in questo caso è il signore della porta accanto, un uomo distinto, ritenuto perbene, che per salvare la propria reputazione decide di lasciar morire la ragazza, che avrebbe potuto avere salva la vita.

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