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martedì, Aprile 20, 2021
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Proteste di Hong Kong: una vecchia storia di terreni, soldi e potere. Terza parte   * di Aldo Constantini

Hong Kong

Nella prima e seconda parte di questo articolo abbiamo visto come i problemi scatenanti le proteste abbiano alla base una genesi politica di retaggio storico coloniale che ha visto il passaggio della città da colonia britannica ad uno stato moderno. E che quest’ultimo però ha continuato a gestire il business della città nella stessa maniera dei colonizzatori cioè basandolo sull’estrazione delle rendite economiche in particolare quelle immobiliari.

Abbiamo visto che sebbene la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong abbia una struttura politica moderna con una costituzione incorporante la separazione dei poteri, questo non è sufficiente per un dialogo costruttivo tra le parti, se un’esecutivo con una visione finanziaria dell’economia e un legislativo con una visione produttiva dell’economia non riescono ad interagire con una visione comune a lungo termine.

Abbiamo anche visto come l’economia rimane da aggiustare diminuendo l’influenza dei monopoli delle sette corporazioni e passando da eccessivi ricavi da rendite economiche a investimenti in produzione e ricavi da innovazione. Probabilmente è arrivato anche il tempo di sganciare il dollaro di Hong Kong da quello americano per rivalutarne il potere d’acquisto, controllarne il tasso d’interesse e quindi avere tutti gli strumenti per mettere freno a quello che è un continuo ciclo di “indebitamento-aumento nominale dei prezzi di beni-perdita potere d’acquisto” della valuta in tasca alla popolazione di Hong Kong.

E’ quindi in questa ottica che i manifestanti motivano le loro richieste di una più ampia democrazia tramite l’elezione diretta del “Chief Executive”, nel credo che questa sia conduceva ad una migliore, più responsabile e meno corruttibile governance della città e delle politiche economiche che ne conseguono. E in questo abbiamo anche visto che hanno avuto supporto da qualche ONG straniera.

Il dibattito sul posto non verte su una questione di indipendenza o riconciliazione con la Cina, come detto sopra entrambe già avvenute e risolte nel 1997, ma di una governance mal impiegata dell’apparato amministrativo della città.
Hong Kong sta imparando che democrazia non è solo un insieme di istituzioni indipendenti le une dalle altre ma un vivo processo dinamico tra le parti i cui interessi vanno bilanciati. I cittadini di Hong Kong, sopratutto i giovani, sono pienamente consapevoli che non sono piu’ una colonia e che il test finale della “Basic Law”, cosi’ come quello di tutte le costituzioni di ogni stato, è se le libertà da essa stabilite esistono per tutti i cittadini, specialmente per i senza potere e gli svantaggiati e sono anche consapevoli che questo comporta non solo l’obbligo ma anche la necessità di bilanciare gli interessi di tutte le parti costituenti una società.

Pertanto, il dibattito in corso nelle strade, uffici e istituzioni di Hong Kong è quello di una visione a lungo termine, pratica, perseguita e continuata nel tempo: incentivando il libero mercato (libero nel senso di libero da monopoli o oligopoli e sussidi di stato, non nel senso di libero da regole) ma mitigando gli effetti dannosi di profitti da rendite economiche esagerati e provvedendo ad un ragionevole livello di assistenza sociale ma allo stesso tempo incentivando un dinamismo imprenditoriale volto alle esigenze dei giovani.

Non è un dibattito semplice, che richiede un esame di coscienza a tutti i livelli dai governanti ai governati; che richiede la risposta alla seguenti domande: negli ultimi 40 anni sono stati monetizzati debito e rendite economiche o è stata monetizzata attività produttiva? sono gli indicatori utilizzati (PIL, CPI etc.) conducivi a scelte economiche che includono la prosperità di generazioni future o a scelte che beneficiano solo quelle correnti? Com’è stata gestita la linea sottile tra trasmettere cinismo e pensare in maniera critica da parte dei vari educatori (famiglie, insegnanti, comunità) alle nuove generazioni? sono le nuove generazioni abituate a pensare e decidere in maniera scientifica anziché per abitudine e precedente?

E’ un dibattito emotivo ed acceso con alcune orecchie sorde e qualche pugno volante il cui esito è incerto ma le prospettive prevedibili.
Da un lato, la perdita di dinamicità di una società, la storia ne è piena di esempi, ha sempre condotto uno stato a diventare preda: o di corporazioni e fascismo o di populisti. I primi conducono una società a disparità, soprusi di potere e sfruttamento della popolazione; i secondi al gioco di scambio di mutui benefici tra politici opportunisti e i gruppi d’interesse di turno in cerca di veloci guadagni o favori politici e risultanti in costose ed inconsistenti politiche sociali ed economiche. Entrambe queste prospettive non hanno mai auspicato bene e si sono sempre rivelate disastrose per chi le ha sperimentate.

Dall’altro lato, invece, la creazione di una società fatta di individui intelligenti e coscienziosi ma anche aventi un’identità comune che prospera nel tempo, rimane l’unica prospettiva pacifica da percorrere per risolvere lo scontento che echeggia per le strade di Hong Kong.

E se questo accade allora Hong Kong prospera, la comunità internazionale preserva la sua città dove si fanno gran parte degli affari del mondo e Pechino ottiene una città funzionante di modello a tutto il mondo.

Aldo Constantini *

  • * Aldo Constantini, è nativo di Cortina d’Ampezzo, è un ingegnere e contract manager con esperienza di progetti di infrastruttura civile in Asia, Europa e Africa. Aldo ha studiato, vive e lavora ad Hong Kong e Cina da 5 anni e occasionalmente espone analisi e punti di vista sul mondo Asiatico.
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