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Crac banche. Per i truffati forse un anticipo a breve sul 30%. Si punta alla rivalutazione economica dei titoli e all’abrogazione del termine “forfettario”

Trascorsa l’epifania che tutte le feste si porta via ed in attesa di carnevale che le fa tornare, il calendario solare annota che sono trascorsi due anni interi, 2018 e 2019, senza che un centesimo di euro sia stato scucito dalle casse dell’erario a favore dei truffati dai crac bancari veneti.

Di ritorno da Roma il 20 dicembre scorso il Comitato Ezzelino da Romano III, ha annunciato l’ultima novità in tema di rimborsi possibili. Forse ci sarà un anticipo dell’indennizzo “a breve” in relazione al miserevole 30% di ristoro, peraltro bloccato in sala di attesa. La lieta novella sarà presumibilmente ripetuta, anche nell’incontro promosso a Bassano da parte dei Comitati Vicentini per sabato prossimo. Va da sé che l’aggettivo una volta inserito nel contesto di riferimento richiama il linguaggio economico, laddove “breve” vuol dire “di prossima scadenza”; anche se in questo caso è del tutto assente giorno e un mese dell’accadimento auspicato; della serie lo scopriremo vivendo.
Venendo alle banalità dell’ultima legge di bilancio, gli ultimi ritocchi e rintocchi alla disciplina regolatoria in materia hanno concesso un’ulteriore proroga di due mesi alle richieste di accesso al FIR, ora prolungatosi fino al 18 aprile prossimo. Sarà interessante annotare in quale tornante procedurale verrà inserito e con quali modalità, l’anticipo ventilato a fine 2019. Forse è utile rammentare che, in ogni caso, raccolte ed esaminate le richieste in sede di liquidazione, per primi, vanno pagati coloro i quali vantano un danno subito ed accolto fino ad una perdita di patrimonio mobiliare entro il limite di 50.000,00 €.

Risolto il quesito, trattasi sempre di una eventuale, striminzita e solitaria goccia d’acqua, in attesa che all’assetato ancorché danneggiato cittadino sia data la bottiglietta di sopravvivenza del 30%. Per memoria di ciascheduno, fino al 31 maggio 2018 la responsabilità del mancato ristoro ai truffati è stata tutta del governo guidato dal Partito Democratico. A partire dal 01 giugno dello stesso anno, l’onere è stato trasferito sull’ esecutivo prima Giallo-Verde ed ora da settembre 2019 ai Giallo-Rossi. Architrave portante dell’impalcatura della tolda di comando statale di questo fase sono i 5 stelle, partito di maggioranza relativa e nel Governo e nel Parlamento e nel Conte 1 ed in quello 2 a seguito dei suffragi raccolti. Il tentativo encomiabile approvato dal Senato all’unanimità di differire ad ottobre 2018 il c.d. “decreto Baretta” attuativo della legge 205, prontamente bloccato dall’allora sottosegretario della Lega al Governo, accolto con favore soprattutto da parte dei Comitati a guida Arman ed Ugone non registrò una pronta ed altrettanto controreplica da parte di quelle associazioni al tempo qualificate come “filogovernative”. Anzi, avvenne il contrario. Gran parte delle associazioni dei truffati e loro comitati, si affidarono e fidarono dei nuovi leader, mentre gli antagonisti territoriali del 2017 ed inizio 2018 sono saliti in cattedra dando lezioni di come si sarebbe dovuto fare “presto e bene”. Gli insegnamenti forniti hanno contribuito a consolidare gli “zero tituli” finora non riscossi. Apprezzabili, sono state le forze che pur essendo costantemente all’opposizione, Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono spese con incisive proposte emendative pro defraudati dalle banche. Purtroppo, nell’arengo politico, conta non tanto il contenuto suggerito, quanto il soggetto proponente specie se fa parte della maggioranza che comanda al momento. Ad esempio, in fase di discussione della legge n. 145/2018 (finanziaria per il 2019) quattro formazioni allora all’opposizione dei Giallo -Verdi, PD, LeU, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno presentato, su proposta di Codacons, Adusbef ed altri, una serie di correttivi utili alla causa degli azzerati. Niente da fare, quasi tutti respinti. Alcune di queste proposte sono state ri-presentate in sede di dibattito anche per il 2020. Nel frattempo, però, l’unità di intenti era evaporata. Le due formazioni salite a Palazzo Chigi, PD e Leu, nel presentare il disegno di legge della finanziaria hanno assentito ai 5 stelle che sono rimasti contrari all’introduzione di un giudice terzo, che pure in un primo tempo avevano accolto con l’indicazione dell’Arbitro delle Controversie Finanziarie (AcF) e viceversa chi doveva maggiormente interessarsi della vicenda ovvero le stesse associazioni aggregatesi l’anno prima su punti qualificanti, probabilmente dava per scontato il ripetersi del prodigio avveratosi e/o non ha curato le relazioni con la necessaria costanza e diligenza.
Quanto finora accaduto con le sue luci, il risarcimento agli azionisti e obbligazionisti rimasto per tanto tempo intercluso dalle norme italiane e l’insuccesso acclarato, ovvero la mancata corresponsione ancora nel 2020 di un congruo ristoro, dovrebbe motivare le rappresentanze di diverso titolo ed estrazione nel convergere in un minimo comune denominatore condiviso da tutti gli attori presenti in scena.

In questa direzione vale la pena di avanzare qualche suggerimento.
Una prima riflessione merita la questione della percentuale accordata, valutata -non senza ragione- un’elemosina di stato. Sul punto è bene ricordare che la legge 205/2017 stanziava per l’anno 2018 i primi 25 milioni di € che, ripartiti con i noti criterio del 30% e dei 100 mila € di patrimonio, hanno assorbito domande accolte fino a 11 milioni (10.835.571,099) su 36,1 milioni di rimborsi accordati rispetto ai 44,8 richiesti. Le situazioni esaminate sono state 854, di queste 582 venete. Se la disponibilità offerta non fosse stata vincolata alla % di legge, il ristoro poteva arrivare fino al 65% dell’accolto in sede arbitrale. Ricordato che quasi il 70% dei truffati stava nello scalino 1 -50.000,00 €, il rimborso medio è stato di 12.688 € pro-capite. Certamente ci sono margini per offrire agli azionisti almeno un raddoppio della % attuale, se non altro per avvicinarli al 95% in godimento agli obbligazionisti, restando invariato il limite del patrimonio complessivo da risarcire. A dicembre 2019 le domande di indennizzo pervenute al FIR erano circa 50 mila e di queste, la stragrande maggioranza derivava da azionisti truffati, a fronte di una quota molto minoritaria di obbligazionisti cosi risulta da dati Consap pubblicati da vicenzapiù.com. Se il flusso quantitativo di istanze e la composizione soggettiva dei richiedenti non muterà nei prossimi quattro mesi, da un lato saremo molto distanti dal numero dei 300 mila cittadini colpiti dallo tsunami finanziario con tutte le analisi del perché “il cavallo non ha bevuto” ovvero l’offerta di aiuto pubblico non ha colto nel segno, dall’altro e nell’immediato non vi sono ragioni per non incrementare la percentuale di risarcimento per chi si è presentato “alla fonte”. Sarebbe inaccettabile non erogare l’intera somma resa disponibile a bilancio 2020 solo perché, come fatto nel 2018, non si è voluto prender atto che la realtà era diversa da un numerino (30%) prestabilito a tavolino ! Piuttosto chi di dovere, sia questi un gruppo politico oppure un comitato pro-azzerati, dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di conoscere che strada hanno intrapreso i 14 milioni “risparmiati” nel 2018 ed i 525 milioni non liquidati ai truffati nel 2019; pur essendo state entrambe le poste votate ed approvate dal Parlamento italiano.

Sempre con riguardo alle azioni, un’importante novità apportata concerne il conteggio del prezzo dei titoli che rappresenta la base del calcolo per il rimborso. La regola generale stabilisce che l’indennizzo sia calcolato sul prezzo di acquisto. Poiché molti piccoli risparmiatori hanno comperato più pacchetti di azioni in tempi differenti, il costo dei titoli che seguirà l’indennizzo sarà quello medio e non quello d’acquisto di ogni singolo pacchetto. Affinché l’operazione possa ritenersi efficace, occorre che accanto all’inclusione degli oneri fiscali, sia altresì introdotta la rivalutazione economica cosi da evitare un deprezzamento ragguardevole per le azioni (all’epoca quote sociali) acquistate negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.
Infine, ma non meno importante, è riportare l’attenzione sull’esigenza indifferibile di abrogare la parola “forfettario” laddove la stessa compaia nel testo di legge in vigore. Questo termine, al di là delle interpretazioni possibili, può rappresentare una pietra tombale per ogni qualsivoglia chance di andare oltre i parametri fin qui individuati.
In questa stagione si sta discutendo di “milleproroghe” provvedimento omnibus che ben può prestarsi alle esigenze sopra indicate. Condizione preliminare ed essenziale è che su queste indicazioni minimali di mera valenza economica, possa costituirsi un fronte ampio, compatto ed unitario in grado di garantire almeno la maggioranza dei deputati e dei senatori presenti e votanti in entrambe le camere elettive.

10 dicembre 2020 Enzo De Biasi

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