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Il dramma dell’Ilva

Taranto con Italsider (inaugurata il 10 aprile 1965 da Giuseppe Saragat-Presidente della Repubblica) era un gioiello dell’Italia generativa del “miracolo economico” che, in assenza di capitale privato al di fuori del caso Fiat e di pochi altri, favorì lo sviluppo industriale di base (siderurgia, chimica, ciclo del carbone, alluminio) grazie agli ingenti investimenti fatti dalle società a partecipazione pubblica.

In Italia le imprese di medie e grandi dimensioni con conseguente fatturato, occupazione e benessere diffuso in ampie aree e strati della popolazione, erano frutto di interventi dello Stato che garantiva sviluppo e posti di lavoro. Ecco perché noi siamo ancor oggi, e chissà lo sa fino a quando lo saremo, il secondo Paese manifatturiero d’Europa. La vulgata circolante che “piccolo è bello” può essere soddisfacente per la raccolta dei consensi considerata la numerosità delle PMI (piccole e medie imprese, nel Veneto 1 ogni 4 abitanti), ma né rappresenta né sostituisce la spina dorsale necessaria per promuovere e/o mantenere le posizioni nei settori strategici, richiedenti un’alta intensità e qualità di risorse infrastrutturali, economiche e manageriali. È invece auspicabile, come alle volte avviene, una vicendevole integrazione tra filiere di produzione e distribuzione dei prodotti originati da imprese a dimensione variabile. L’incapacità della politica nell’affrontare la questione del debito pubblico accumulatosi a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso (esploso negli anni Ottanta) e gli impegni assunti in sede europea, hanno portato alla dismissione, più o meno opportuna, di tante società in proprietà dello Stato sul finire del ‘900.

Una di queste, l’Ilva appunto, è stata ceduta nel 1995 alla famiglia Riva chiamata a rilanciare l’azienda. Da subito, però, emergono i primi problemi seri di inquinamento della città collegati alla sua area industriale e il numero dei decessi per tumore registrati nella zona comincia a destare sospetti. Nel 2012 la magistratura tarantina dispone il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali. Vengono disposte le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali, tra questi lo stesso Emilio Riva. Il gip del tempo scrive che l’impianto è stato causa – e continua a esserlo – di “malattia e morte” perché “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Nel 2013 a Taranto si tiene un referendum cittadino per chiudere la fabbrica che raccoglie una percentuale di oltre l’80% riferita al 20% degli aventi diritto recatesi alle urne, ma privo di effetti in assenza del quorum richiesto pari al 50% più 1 degli elettori. Per sbloccare dai sequestri gli impianti da sottoporre a lavori di risanamento e garantire allo stesso tempo la tutela dei posti di lavoro (poco più di 8.000 unità nel polo pugliese), il governo Monti emana un primo decreto che autorizza la prosecuzione della produzione dell’azienda. Da allora e fino ad oggi, si assiste ad una tragica telenovela; da una parte i Governi che assumono decreti utili a mantenere i livelli occupazionali e dall’altro la magistratura penale che -in assenza di risanamento ambientale e sicurezza sui posti di lavoro- prosegue nel solco già tracciato per evitare altri morti e/o ricoveri causati da tumori maligni, infarti, ricoveri per malattie respiratorie, emissioni nocive, tumori infantili. Nel periodo gestito dalla famiglia Riva 1995-2005, ad esempio, la macabra contabilità registra ben 1.824 casi. A giugno 2017, arriva – Governo Gentiloni – l’affidamento dell’Ilva alla cordata Arcelor-Mittal che dopo il lungo tira e molla con il Conte 1 diventato nel frattempo Conte 2 s’incartoccia sulla questione scudo penale, prestando il fianco all’abbandono del campo e degli accordi sottoscritti dalla multinazionale franco-indiana. Tempo rimasto per risolvere, poche settimane considerato che i due altiforni – cuore pulsante dell’impresa ma non ancora bonificati – potrebbero essere definitivamente spenti a gennaio 2020. Tra posti diretti ed indiretti, il calcolo si avvicina a circa 11.000 unità, perdita di 1.4% del Pil nazionale, costo all’Italia circa 24 miliardi. La vicenda è ora ritenuta d’interesse nazionale, essendosi date le parti sociali e politiche finalmente un’impostazione coerente, al fine di scongiurare un eventuale prossimo e definitivo knock out. Stante il fatturato e gli occupati, massima allerta ed attenzione doveva esserci fin dai tempi della cessione alla famiglia Riva da parte dei governanti nazionali e locali, soprattutto per verificare che una parte degli utili fossero re-investiti in modo proficuo nella tutela e sicurezza del polo industriale affidato.

Per altri aspetti, il compito spettava alla filiera pubblica sia statale che regionale con la finalità di accertare lo stato di salubrità e di perfetta manutenzione degli impianti a più alto rischio per la salute e l’ambiente. Inoltre, difficile ritenere che i dirigenti sindacali non si fossero accorti che la scarsa manutenzione agli impianti li rendeva tossico-nocivi per gli operai. A partire dai primi anni duemila, sono stati alcuni medici ad attestare la correlazione esistente tra ambiente lavorativo e cause di morte tumorale o ricoveri coatti, contabilizzandone il numero utile alla magistratura penale per mettere i sigilli agli impianti. Secondo gli slogan tuttora risuonanti nei cortei importante è “il posto di lavoro”, vero e se questo uccide? Non esiste futuro se ci balocchiamo e blocchiamo nel dilemma fasullo tra privilegiare l’occupazione (cioè lo sviluppo economico) anche con danni ambientali rilevanti; oppure la salvaguardia dell’ambiente, anche se porta alla cessazione di attività produttive. Le soluzioni di compatibilità e sostenibilità reciproca di ambiente e salute esistono e sono già state sperimentate in altri paesi europei od anche in qualche parte d’Italia, basta copiare e non sprecare tempo e soldi pubblici. Il partito ed i patiti del PIL ad ogni costo non conseguono una migliore qualità della vita, anzi! Viceversa, la decrescita felice riguarda poche situazioni, per tantissimi altri casi significa tornare alla fame ed alla disperazione anche se a marzo 2018 i tarantini hanno votato per il 47% un movimento stellare, chissà forse lo avranno fatto a loro insaputa.

Enzo De Biasi

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