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Autonomia Regionale Rafforzata. Ecco perché in Italia il regionalismo è stato ritardato, realizzato lentamente ed è irrilevante per il futuro * di Enzo De Biasi

Il prossimo anno ricorre il 50esimo anniversario dalla istituzione delle regioni a statuto ordinario, sedici su ventuno, attivate nel 1970. La Repubblica Italiana nasce una e indivisibile, ma -fin da subito- è strutturata in differenti livelli territoriali. Il più importante è quello regionale, con autonomia politica ed economica entro i limiti fissati dalla Costituzione approvata nel 1948. Per 21 anni le regioni sono state in freezer, anche se dovevano essere operative entro un anno data dall’entrata in vigore del testo costituzionale con immediato passaggio delle funzioni statali attribuite. Le ragioni di tale “sonno” sono imputabili a motivazioni di ordine internazionale, spartizione fatta con il “patto di Jalta-1945” che diede luogo alla pluridecennale “guerra fredda” tra USA ed URSS per il predominio del mondo. Noi eravamo già stati collocati al di qua della “cortina di ferro”, scelta poi confermata anche dalla volontà popolare il 18 aprile 1948 con la vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte Democratico Popolare, composto da Partito Comunista e Partito Socialista uniti. La doppia coincidenza nello stesso segno di valutazioni effettuate da Capi di Stato stranieri e dal popolo italiano successivamente, hanno permesso questi 70 anni di vita democratica. La variabile politica tout court, è stata (è e sarà) influente, presente e gravante nella vicenda regionalistica.

In proposito ed anche per questo aspetto, è interessante riguardare i risultati elettorali ottenuti nelle prime elezioni libere del 1946. I socialisti ebbero più consensi dei comunisti, PSI 20,68%, PCI 18,93%. Aggregatesi entrambi nel listone con il faccione di Garibaldi, sfidante e perdente contro la DC nel 48, dalle successive consultazioni del 1953 e fino al termine della prima fase repubblicana nel 1992, il PCI diventa e rimane il secondo partito e pilastro dell’ordinamento parlamentare. Il PSI diventerà con il primo Governo di Centro Sinistra dal 1963 in avanti, la seconda gamba governativa in coalizione con la DC; mentre nello scacchiere delle Giunte Regionali dopo il 1970 sarà partner o del Pci o della DC, in ogni caso sempre in posizione subordinata. Il PSI non otterrà più un consenso pari al 20% dei suffragi popolari.

Per il PCI di quegli anni rigorosamente filo URSS (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche), il decentramento territoriale dei poteri dello stato non stava tra le priorità da portare avanti. Sull’altro versante, la Dc architrave del sistema, assorbiti velocemente le spinte interne, minoritarie ed elitarie pro-regionalismo ed abolizione delle prefetture rinvenibili anche in documenti del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale formato da tutte le forze antifasciste), dandosi la motivazione (plausibile) che alcuni territori sarebbero stati governati dai “rossi”, non prosegui oltre. Inoltre, dietro e dentro la sigla “Autonomie Locali” il focus erano (sono e saranno) i Comuni, più rientranti nella tradizione e nel pensiero del cattolicesimo popolare, entità previste nel previgente regime fascista e monarchico, congiuntamente alle province ed alle prefetture. Tutto l’impianto di matrice cavouriana di fine Ottocento, nella sostanza, trasla come sta e giace nel nuovo assetto istituzionale in attesa di restyling. In altre parole, l’opposizione incardinata nei comunisti aveva altro in mente, i democratici cristiani ed il blocco di centro ritenevano che non fosse questo il momento opportuno per le regioni “ordinarie”, gli altri soggetti in scena non contano. Altra attenzione ebbero i territori geograficamente caratterizzati come Sicilia e Sardegna o situati ai confini della patria, Val d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige -formata in realtà dalle due Province Autonome Bolzano e Trento. Il primo statuto regionale, quello speciale della Regione siciliana, fu promulgato già durante la monarchia, il 15 maggio 1946, poi divenuto con la Repubblica legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948. Nello stesso giorno sono stati emanati gli statuti delle altre 3 regioni ad autonomia speciale, a parte il Friuli-Venezia Giulia, promulgato nel 1963. Nello stesso anno vengono istituite le due distinte regioni Abruzzo e Molise, unico caso nella storia repubblicana di formazione di due nuove regioni per distacco da un’unica regione originaria, Abruzzo-Molise. Va segnalato che nella seconda risiedono poco più di 300 mila abitanti (ISTAT 2019), così facendo le 15 originarie diventano le 16 attuali. Fosse vivo il più volte ministro alla guida del potente dicastero delle Poste e Telecomunicazioni Remo Gaspari (abruzzese della DC) direbbe “sono contento di come ho operato nel 1963, per il bene del Molise e degli amici molisani”.

L’inizio dello scongelamento nelle relazioni USA-URSS dovuta all’accoppiata John Kennedy e Nikita Kruscev efficacemente dialoganti, crisi di Cuba ottobre 1962 docet, l’accelerazione decisiva impressa nel 1968 con la scioccante repressione della Primavera di Praga operata dai sovietici che induce il PCI a prendere le prime posizioni ufficiali dissenzienti dalla casa madre e 7 anni trascorsi al governo anche da una forza della sinistra, portarono alle elezioni per i Consigli Regionali avvenuta nella primavera del 1970 in applicazione di una norma votata da tutti i partiti tranne, monarchici, missini e liberali. Il primo quinquennio 1970-1975, scontato il biennio di avvio, fu subito caratterizzato dagli ostacoli frapposti dall’apparato centrale nel voler spogliarsi di funzioni, personali e beni, dal divieto di legiferare in assenza di una norma-quadro statale nell’apposita materia, nel seguire per le funzioni amministrative devolute il metodo del ritaglio delle competenze spolpando le stesse a favore dello stato. Spazi miseri sul versante legislativo, il nulla su quello finanziario stante la proibizione alle regioni di istituire tributi propri né tantomeno partecipare in quota parte al gettito fiscale localmente riscosso. Non a caso le regioni il cui nodo di una vera autonomia economica-finanziaria dopo 50 anni è del tutto irrisolto, restano enti decentrati di spesa derivante dai trasferimenti statali, integrabili da qualche tempo, con le risorse dei programmi comunitari.

Una scossa in avanti soprattutto sul piano del completamento delle competenze, si ha successivamente alle elezioni regionali del 1975. In questa tornata elettorale il PCI -complessivamente- ebbe un consenso di poco inferiore (circa mezzo milioni di voti) alla D.C. Inoltre, il PCI non era più quello stalinista del primo dopoguerra, ma intendeva rimanere ben saldo nella democrazia italiana, ricercando una propria via meglio nota come “Eurocomunismo”, distinta e distante dall’URSS. Non c’erano più alibi sul piano politico, per riavviare il processo di rafforzamento delle regioni “ordinarie”. L’iter riprese con il decreto 616/1977 che è stato e resta il vero “via si parte” delle Regioni Ordinarie. Tale atto trasferì una notevole quantità di funzioni in modo organico ed omogeneo per singola materia e pose -contestualmente- in capo al Parlamento, al Governo, ai singoli Ministeri una tempistica precisa di produzione legislativa necessaria ed occorrente per il concreto esercizio delle funzioni in sede regionale. Il totale dei provvedimenti è stato quantificato in settanta, ad iniziare da una delle prime leggi adottate nel 1978 concernente il Servizio Sanitario Nazionale. A futura memoria e per gli appassionati dell’Autonomia Regionale Rafforzata, merita una segnalazione l’ultimo decreto legislativo adottato nel 2001 in materia di “espropriazione per pubblica utilità” che in via definitiva abroga il previgente art. 106. Il percorso è stato ad andamento lento, salpato con il Governo Andreotti ter (prima repubblica) è approdato con quello del Berlusconi due (seconda repubblica). La traversata è durata 18 esecutivi e 24 anni, un cammino davvero lungo e massacrante. Allo stesso tempo nella società italiana era avvenuto qualche cambiamento. La caduta del muro di Berlino nel 1989 e l’operazione “mani pulite” avevano liquidato i partiti storici e noti al popolo votante; nuovi soggetti erano apparsi all’orizzonte. Tra questi il più combattivo sul fronte del regionalismo, pardon del secessionismo, è senz’altro la Lega Nord che gode dei consensi soprattutto dei cittadini di Veneto e Lombardia. Al fine di contrastare questa avanzata, invece che ripensare dalle fondamenta il titolo V della Costituzione, il centro sinistra al tempo governante propone ed approva anche tramite referendum in cui ottiene una risicata maggioranza, una modifica degli articoli sulle autonomie locali che ribalta lo schema di gioco delle funzioni attribuite. Sono tutte di competenza regionale, tranne quelle esplicitamente riservate allo stato o da farsi assieme intitolate “materie concorrenti”. On demand, su richiesta, la regione interessata può volere che quelle “concorrenti” diventino “regionali” a pieno titolo. A queste possono aggiungersi altre tre materie in capo allo stato, previa intesa con lo stesso sull’intero pacchetto. Il Veneto percorre questa strada una prima volta nel 2007 e chiede, senza referendum spreconi, 16 materie. Inviata la pratica a Roma è il Governo Berlusconi (2008-2009) che l’affossa. La Lega Nord è partecipe dell’esecutivo con Bossi, Maroni, Calderoli e lo stesso Zaia. Nel 2017 l’operazione si ripete, la voglia finora delusa di maggiore autonomia porta a domandare 23 materie e 9/10 del gettito fiscale territoriale. Siglata una piccola pre-intesa con il Governo Gentiloni, inutilmente sprecati gli ultimi 15 mesi con il Governo Penta-Leghista alla Salvini, oggi terza ripartenza con i Giallo-Rossi. Le prime dichiarazioni del neoministro Boccia, “lo stato deve subito fare i l.e.p.” livelli essenziali di prestazioni” previsti dal federalismo fiscale fin dal 2009 (dieci anni or sono) ma non ancora attuati, prefigurano un modello (non taylor made alla Zaia), ma piuttosto uniforme per tutte le regioni.

Al di là della tempistica per l’operatività, Dpr 616 docet, non sarà il regionalismo rafforzato a risolvere due questioni aperte da decenni, una vera autonomia economico -finanziaria ed una forte diminuzione delle disparità tra aree territoriali del Paese.

Chissà, forse è il modello istituzionale di riferimento da cambiare radicalmente.

Enzo De Biasi

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