Oggi siamo al solito bar della piazza: in certi paesini di montagna è ancora il posto dove si parla (e si sparla) di questo e quell’altro, di cosa e come, di dove e quando. Inevitabile i discorsi sullo sport per non parlare poi della politica. Oggi poi sembrano tutti esperti di politica internazionale, con laurea in geopolitica quando non in diplomazia internazionale. Gli avventori del bar di stamattina paiono usciti dalla scuola francese dell’ENA o (peggio) dalla scuola politica di Caserta (la conoscete, vero?).
Attendo gli amici per una breve passeggiata e sfoglio il quotidiano locale che in prima pagina, oltre all’incidente in bicicletta del solito etilista, mette una grande foto ed un titolo a caratteri cubitali sui fatti della Siria: sono ripresi i combattimenti ad Aleppo dopo lo scadere della tregua umanitaria iniziata giovedì, quando i bombardamenti russi e siriani erano cessati. Di ieri ed oggi sono i violenti combattimenti tra le forze di Damasco e i ribelli in diversi quartieri della città. Intanto la Turchia ribadisce il suo impegno a combattere l’ISIS e a garantire la sicurezza al confine con la Siria.
Leggo ad alta voce una parte dell’articolo alla moglie del gestore del bar, una mia cara amica. Ma sono interrotta a breve da un avventore in vena di critiche che sbotta in una delle esclamazioni più diffuse in questo periodo, non solo dentro ai bar: ecco! dopo scappano e ci invadono… Lo incalza un altro così: eh magari fossero solo siriani quelli che arrivano qui, loro potrebbero pretendere di essere accolti come rifugiati, ma i peggiori sono gli altri…
Sgrano gli occhi e cerco uno sguardo di intesa con la mia amica. Lei mi fa un gesto con la mano, come per suggerirmi di non farci caso, ma non resisto e nasce un breve battibecco con i due avventori che si credono grandi esperti di politica internazionale. Non ripeto le battute, ma il succo è quello che pare dividere in due l’intero paese: accogliere o respingere?
Un ennesimo ospite – pare uno straniero, forse un tedesco – dice che bisognerebbe distinguere caso per caso, identificare, registrare e dare i permessi di soggiorno solo a chi è davvero un rifugiato politico e agli altri no. Sì vero, dico io, ma come fare? Se l’Europa non ci aiuta anzi chiude la borsa degli aiuti, ci dobbiamo accollare spese folli non solo per l’accoglienza, ma anche per il controllo e la registrazione dei migranti.
La conversazione procede per un po’ su questo tono: discorsi da bar alla domenica, ma che non sono molto lontani dal dibattito di qualche talk show televisivo o di certi festival in pianura, a tema “Dialogo con l’Islam”.
Non ho certo l’ambizione di convertire chi sulla questione vorrebbe soluzioni radicali, né di frenare gli entusiasmi di chi è pronto (a parole) ad accogliere chiunque. Io penso che l’Europa dovrebbe fare di più, non scaricare la maggior parte dell’onere di accoglienza sui paesi della sponda nord del Mediterraneo, Italia compresa. E poi è indispensabile registrare e distinguere tra profughi e non, tra chi fugge dalla guerra e chi invece talvolta è solo uscito (o scappato?) di galera.
Sparo con tono sentenzioso la mia idea davanti ad un gruppetto di ospiti del bar: tutti all’improvviso si zittiscono, ma è la calma che precede la bufera. Per fortuna a salvarmi arrivano G* e L* che mi affretto a salutare e con cui, saldato il conto della colazione, mi avvio verso il sentiero che ci porta su verso le vette, imponenti e immobili, come sempre indifferenti a tutte le beghe di noi esseri umani.
Bruna Mozzi
