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Belluno
mercoledì, Agosto 10, 2022

Il sogno

modoloQuesta notte ho fatto un sogno, brutto e anche bello. Ho sognato che una squadra di operai, a Belluno, issava un’enorme gru a ridosso di un roccolo, in mezzo ai campi di granoturco. La gru era un ingordo becco di cicogna e la terra la sua pastura. Agli ordini del capocantiere, in presenza del direttore dei lavori, sono arrivate subito dopo le ruspe, ingorde anch’esse, che hanno iniziato a divorare la terra. Io nel sogno urlavo affinché gli operai si fermassero, ma dalla gola, come succede quasi sempre nei sogni, non mi usciva la voce. Dopo pochi minuti, manco a dirlo, era morto un paesaggio frutto del lavoro di intere generazioni, un patrimonio culturale e ambientale di inestimabile valore.

Poi, per fortuna, è venuta la parte bella, del sogno. La Città di Belluno, alla vista di questo oltraggio, si stracciava le vesti. Di più! Chi più e chi meno, a seconda del proprio ruolo, si dava da fare. Le associazioni ambientaliste e il mondo della cultura raccoglievano firme, il sabato mattina, in Piazza dei Martiri, per avvalorare le loro petizioni, come si è soliti fare quando un bene comune viene messo a repentaglio. Gli urbanisti e i paesaggisti scrivevano lettere ai giornali per affermare, stante la loro autorevolezza, che si trattava di una cosa gravissima! Che era un delitto, e bisognava chiuderlo subito, il cantiere, prima che fosse troppo tardi! La politica, da par suo, faceva il suo corso. Il Sindaco convocava d’urgenza l’apposita commissione urbanistica e introduceva la riunione affermando che gli speculatori edilizi – nel sogno mi pareva che fossero di fuori città, forse di Milano – non l’avrebbero mai fatta franca. Aggiungeva, anzi, che prima di farla franca avrebbero dovuto passare sul suo cadavere. Da bravo Primo Cittadino sosteneva che nulla – ma proprio nulla! – sarebbe rimasto di intentato. Un esperto di economia locale, per dare man forte a tutto questo argomentare, affermava che, essendo il mercato immobiliare in crisi, nuovi appartamenti avrebbero soltanto aggravato la situazione. Gli stessi consiglieri di minoranza, condividendo queste preoccupazioni, presentavano le loro mozioni, le loro interpellanze. Gli abitanti della frazione interessata si erano riuniti in assemblea e poi si erano recati sul posto, in sopralluogo, là dove i loro avi avevano fatto i contadini per generazioni. Alcuni piangevano, altri urlavano, qualcuno si era disteso per terra davanti alle ruspe, per fermarle. Molti semplici cittadini ne discutevano con rabbia, la sera, in osteria, durante le riunioni delle loro associazioni di volontariato.

“Come può accadere una cosa del genere?” – si domandava tutta la Città. “Perché viene distrutto per sempre il nostro territorio agricolo, una della più grandi ricchezze che abbiamo?” “Quale l’interesse della nostra comunità in tutto questo?”

Per fortuna che a un certo punto, poi, mi sono risvegliato. Ero triste per la parte del sogno dove si impiantava il cantiere e sollevato per la straordinaria reazione della mia Città.

Da ultimo ho aperto la finestra. Il Roccolo di Modolo dove, senza volerlo, avevo ambientato il mio sogno, si stava riempiendo di luce. Un verde intenso grondava dalle fronde dei carpini e gli uccelli sui rami, forse a ricordo di un’altra epoca, cinguettavano sottovoce. “Speriamo che il mio sogno non si avveri” – mi sono detto. “E se si dovesse avverare nella sua prima parte, speriamo che si avveri anche nella seconda! Speriamo che la mia Città, se del caso, incominci a difendere il proprio paesaggio, autentico bene comune, eredità naturale e frutto del lavoro di intere generazioni. Non è mai troppo tardi. Speriamo”.

 

Vincenzo Agostini

 

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