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1912: un secolo fa Talamini e il Gazzettino contro la guerra di Libia * di Sante Rossetto

Sante Rossetto

Non so quanti giornali se ne siano ricordati. Per quello che ho potuto vedere la tv non ne ha fatto cenno, ma è possibile che il servizio mi sia sfuggito. Per chi, e credo siano molti, non lo sapesse quest’anno che sta per finire ricorre un secolo dalla guerra di Libia. I testi di storia ne accennano poco più che en passant e concludono che quella guerra portò all’Italia, che in altre pagine del libro in genere etichettano come “Italietta”, la Cirenaica, la Tripolitania, cioè le regioni che costituiscono quella che ora chiamiamo Libia, e le isole del Dodecanneso. Va ricordato che il trattato di pace con la Turchia, che era lo Stato di cui facevano parte quei territori, fu siglato a Losanna e tra i plenipotenziari c’erano l’onorevole trevigiano di Montebelluna Pietro Bertolini e il veneziano, destinato a una brillante carriera, Volpi, che sarà durante il fascismo nobilitato con il titolo di conte di Misurata, località della Tripolitania.

Ma quella guerra ha un ampio risvolto bellunese. Giampietro Talamini, direttore del Gazzettino diventato ormai da parecchi anni il giornale principe del Veneto, combatté una sua battaglia contro quella spedizione a differenza della gran parte degli altri quotidiani che la favorivano per evidenti interessi economici. La guerra, anzi tutte le guerre, sono un affare per pochi. E anche quella guerra fu un affare. Per chi costruiva cannoni, per chi forniva le divise militari, per chi fabbricava le scarpe, per le compagnie di armatori navali e, infine, per tutti quelli che dalla guerra hanno qualche cosa da ricavare. E siccome molti proprietari di giornali erano anche imprenditori, ecco che i loro quotidiani sostenevano la guerra. Naturalmente dicendo che era necessaria per dare nuove terre al popolo o cose del genere. Da sempre la verità non si dice mai, ma si accampano altre ragioni che siano più nominabili. Lo si faceva un secolo fa e si continua a farlo anche oggi. Basta guardarsi in giro e vedere come funziona il mondo.

Il nostro Talamini avvertiva che il “bel suol d’amore”, come diceva la canzone in voga scritta per l’occasione, non avrebbe offerto un bel niente ai nostri lavoratori, che la quarta sponda non avrebbe assorbito alcun emigrante, che quel suolo sarà stato anche d’amore, ma arido e secco e non vi si poteva piantare niente. C’era, al massimo, un po’ di silicio. Per farne che cosa? In compenso il giornale accusava i governanti, i socialisti e soprattutto Giolitti che fu sempre inviso al grande direttore bellunese, che la guerra avrebbe costato miliardi alle casse statali e migliaia di morti. Non si sa chi, ma qualcuno aveva preconizzato, molto malamente, che non sarebbe stata una guerra, ma una passeggiata, poco più che una parata militare. Anzi forse pensavano che la popolazione della Cirenaica e della Tripolitania avrebbe aperto le porte ai liberatori italiani. Altro che braccia aperte! Li hanno presi a fucilate appena hanno messo piede a terra. Talamini fu preveggente. La guerra fu una voragine per la finanza statale e aggravò ancora più l’emigrazione già altissima, i soldati morirono a migliaia e la Libia fu conquistata per modo di dire. Anzi non fu conquistata affatto perché il possesso italiano si limitava alla fascia costiera. Se qualcuno metteva il naso fuori delle difese italiane verso l’interno si trovava di fronte qualche drappello di cavalieri con i fucili spianati. La conquista fu completata durante il fascismo dal maresciallo Graziani con metodi, è noto, non molto ortodossi.

Di quella guerra si è parlato poco e si continua a parlare poco. Molti giovani veneti hanno perso la vita in quell’avventura (e tutte le guerre coloniali italiane sono state davvero avventure che avremmo fatto meglio risparmiarci) inutile e improduttiva. Qualche stele paesana che racconta ai posteri le vite spezzate dalle due guerre mondiali si è ricordata anche di quelle, per fortuna molto meno numerose, perdute in Abissinia o in Libia.

Ho scritto queste poche righe a beneficio di chi voglia non dimenticare quegli avvenimenti e quei ragazzi che vi hanno lasciato la vita. E anche per sollecitare, se non è già stato fatto, uno studio o una tesi di laurea su quel 1912. Magari, restando in ambito bellunese o veneto, analizzandolo dalle pagine del nostro Gazzettino.

Sante Rossetto *

*giornalista e scrittore

 

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