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giovedì, Febbraio 25, 2021
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Il documento programmatico sulla scuola messo a punto dalla lista civica per Claudia Bettiol

Documento programmatico Scuola, Cultura e Politiche giovanili

Gruppo di lavoro: Patrizia Burigo, Silvia Cason, Lorenzo Rispoli, Michele Sardo, Mario Sommacal, Federica Toscano

La scuola di tutti e per tutti

Innanzitutto, l’impegno per la scuola pubblica, perché è lo strumento fondamentale per la formazione del cittadino come soggetto cosciente dei propri diritti, dei doveri civici e di relazione sociale.

Vogliamo “scuole aperte” al territorio perché siano il centro della vita sociale e culturale dei quartieri, per sviluppare e consolidare appartenenza, interazione e cittadinanza attiva, per coinvolgere tutti i soggetti attivi sul territorio, per contrastare il disagio, promuovere interazione tra generi, culture e generazioni differenti, valorizzare e diffondere il patrimonio di buone pratiche scolastiche e extrascolastiche passate ed esistenti.

La cultura, motore di cambiamento e di crescita democratica

Belluno ha risorse intellettuali e materiali per fare della cultura un motore di cambiamento:

dispone di un notevole numero di associazioni e di un ricco panorama di realtà di autoproduzione artistica artigianale, questo però deve essere messo a sistema, dotato di strutture e infrastrutture e governato insomma da una visione d’insieme e da una regia che coordini le tante energie creative presenti nel territorio.

Occorre moltiplicare i luoghi e le occasioni di incontro culturale: per scambiare conoscenze ma anche per produrre novità culturali “contaminando” gli apporti diversi, con particolare attenzione ai giovani.

Una buona politica per la cultura deve ribaltare l’idea che i cittadini possano essere solo un pubblico passivo dell’offerta culturale, nella stessa chiave in cui opera l’industria culturale di massa.

 

Investire di più e meglio in cultura

Investire in conoscenza e cultura è importante per molte ragioni, non solo per gli effetti positivi sulla produttività degli individui. I benefici dell’istruzione vanno oltre quelli economici privati. Per esempio, le persone più istruite godono in media di una salute migliore, anche perché sono maggiormente consapevoli del valore della prevenzione e del costo dei comportamenti a rischio. Secondo l’Eurostat, a 25 anni la speranza di vita di un diplomato o laureato italiano è pari a circa 58 anni, contro i 53 di chi ha al massimo completato l’obbligo scolastico (per le donne, rispettivamente, 62 e 59 anni); a 65 anni il divario nella speranza di vita si riduce ma non si annulla, essendo ancora pari a due anni per gli uomini e a uno per le donne.

I benefici di una maggiore istruzione si estendono a tutte le dimensioni della vita umana.

Crescita intelligente – un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione

Una crescita intelligente è quella che promuove la conoscenza e l’innovazione come motori della nostra futura crescita. Ciò significa migliorare la qualità dell’istruzione, potenziare la ricerca in Europa, promuovere l’innovazione e il trasferimento delle conoscenze in tutta l’Unione, utilizzare in modo ottimale le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e fare in modo che le idee innovative si trasformino in nuovi prodotti e servizi tali da stimolare la crescita, creare posti di lavoro di qualità e contribuire ad affrontare le sfide proprie della società europea e mondiale. Per raggiungere lo scopo, tuttavia, la nostra azione deve essere associata a imprenditoria, finanziamenti e un’attenzione particolare per le esigenze degli utenti e le opportunità di mercato.

(estratto da Europa 2020)

 I nuovi termini della “questione giovanile”

A chi facciamo riferimento quando pensiamo ai giovani?

La definizione di giovane in funzione dell’età fatica sempre più a corrispondere allo scopo. Infatti se 18-35 era lo spazio in cui si realizzava il percorso che portava da adolescente ad uomo, inteso come persona autonoma; ora la precarietà sul fronte lavoro, la difficoltà a trovare casa, a fare famiglia portano in avanti questa età. Per cui non è raro sentire allargare il range dei giovani fino ad includere i 40-enni. Contemporaneamente si pone un problema anche sul limite inferiore. L’anticipazione e la velocizzazione dei tempi di crescita dei ragazzi richiama l’attenzione sul target precedente ai 14 anni. Si assiste ad una complessificazione del tema che richiede alle politiche giovanili di affrontare una molteplicità di aspetti. Ma è da chiedersi se sia corretto che le politiche giovanili si assumano passivamente gli effetti dei cambiamenti e le distorsioni conseguenti. Per cui se è vero che oggi è difficile essere autonomi entro i 35 anni, è altresì vero non si fa loro un buon servizio a chiamare giovani i 40-enni. Così facendo non si finisce per alimentare la distorsione ed a contribuire a ridurre l’importanza della questione, a far assumere alle politiche giovanili un compito che non è solo di loro competenza, a rendere settoriale una questione che riguarda l’armonico sviluppo della società?

Un approccio possibile

E’ invece importante che la politica si responsabilizzi, che le politiche giovanili non siano più “un assessorato che si accompagna sempre a qualche altro”, che “non siano lasciate alla sensibilità di chi c’è all’interno dell’ente locale, al singolo senza un meccanismo istituzionale”.

Un altro ostacolo alla corretta attuazione di efficaci politiche giovanili è dettato dal fatto che la condizione giovanile è per definizione transitoria e quindi è difficile pensare a politiche che siano per i giovani e al tempo stesso possano avere un ritorno politico e amministrativo nel breve periodo.

Va quindi creata una cultura nuova che valorizzi l’idea che dedicare attenzione alle politiche giovanili, quale universo nel quale confluiscono i temi del lavoro della mobilità della partecipazione, l’impegno civico, la casa, il sociale, significa fare una politica che progetta e costruisce e non si limita a riparare, che libera risorse, valorizza potenzialità e quindi permette di risparmiare rispetto all’agire “dopo”.

Oggi fare politiche giovanili significa quindi occuparsi di lavoro, di orientamento, interloquire con le aziende per promuovere politiche attive del lavoro, favorire processi di autonomizzazione dei ragazzi affrontando i temi concreti dell’accesso al credito, della cittadinanza, del volontariato. Costruire reti fra contesti: lavoro, scuola, formazione, cultura, tempo libero.

Lo sforzo deve essere quello di saper creare opportunità, preoccupandosi di garantire ai giovani di poterle cogliere, quindi considerando che diverse sono le ricorse e le capacità dei giovani soprattutto in una fase di crisi quale quella attuale. Vanno quindi integrati i percorsi educativi con le opportunità rese disponibili.

Dare valore e riconoscimento alle politiche giovanili negli enti locali: non solo un assessorato

Un modo importante per dare riconoscimento alle politiche giovanili è nominare un assessore responsabile. E’ un modo chiaro per dare visibilità a questi temi, ma non assicura sul risultato. Il tema centrale da affrontare è quello della cultura che deve ispirare il lavoro di tale referato. Promuovere le politiche giovanili vuol dire far passare un’idea diversa di intendere le politiche, considerare la prospettiva dei giovani. Perché in definitiva le politiche giovanili sono politiche del lavoro, di bilancio, della casa. SI fanno politiche giovanili quando si fa il piano regolatore pensando anche ai giovani. Pertanto non ha senso che abbia un suo budget, non è dalla dimensione del budget che se ne misura l’importanza. Perché la sua funzione non è quella di mettere in piedi iniziative, ma il suo peso è determinato dalla capacità di attivare un processo interno alla giunta per cui su tutti i temi della città si porta la sensibilità e i temi del mondo giovanile.

 

I giovani costituiscono la nostra più grande risorsa per il futuro, tutti dovremmo capirne l’importanza e contribuire alla promozione dei giovani: allo sviluppo delle loro competenze, all’accompagnamento a farli divenire cittadini attivi e responsabili.

 

 

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