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martedì, Marzo 9, 2021
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Onorare la Resistenza, ma salvare la politica. Ecco il discorso del sindaco di Belluno Antonio Prade in piazza dei Martiri, per la ricorrenza del 25 aprile

Non vi nascondo, carissimi voi tutti che siete accorsi qui a ricordare una delle date più significative della nostra storia nazionale e cittadina, che non è facile, anno dopo, anno, ricordare e ricordarci del 25 aprile. Non, almeno, quando il desiderio, che è il nostro desiderio, è quello di tenere a debita distanza la retorica degli argomenti, la ripetitività delle parole e la superficialità che a volte si prende le pubbliche cerimonie.

Si ha infatti la percezione – e io questa percezione ce l’ho – che quasi tutto è stato detto, che gli argomenti sono già stati ampiamente sviscerati, che i valori della Resistenza sono stati fatti nostri e che sono stati, in buona parte, anche condivisi. Insomma che la Resistenza – meglio: che la ricorrenza del 25 aprile – sia acqua passata.

E invece no, non tutto è stato detto, della Resistenza. Di certo non è stato sufficientemente sottolineato, io penso, quanto la Resistenza e i suoi valori siano necessari per comprendere e considerare nella giusta misura alcuni fatti che hanno coinvolto la nostra comunità nazionale e locale nel corso di questo anno. Lo dico perché più volte, in questi mesi, mi sono trovato a riflettere sul fatto che sentiamo oramai lontani nella storia il tempo e i valori della Resistenza. È sempre più arduo, anno dopo anno, rendere attuale un tempo che è stato ricco di significati e che, anche in questa città, sta alla base della nostra convivenza civile.

La responsabilità di questo non va cercata molto lontano. Si tratta di una responsabilità che deriva dai lasciti di un populismo e di una demagogia che sempre di più, oggi, si stanno prendendo la scena. Debole la politica e i luoghi che alle nostre comunità sono servite a costruire la politica, oggi rialzano la testa le peculiarità che sono il male oscuro della nostra storia e che alloggiano nel ventre molle delle nostre comunità: la demagogia, il populismo e la folle idea che la politica è il diavolo mentre l’acqua santa siamo ognuno di noi, con i suoi ideali più o meno di valore; che noi da soli siamo sufficienti per noi stessi e anche per gli altri. La politica non più come luogo di mediazione dei conflitti ma come peccato dal quale stare lontani.

Come è possibile, allora, rinnovare i valori della Resistenza mentre la politica vive questa tragedia? È pur vero che si tratta di una tragedia che troppe volte ha visto la politica come protagonista, quella politica che quotidianamente ostenta i suoi privilegi di casta di fronte al suo popolo mentre gli chiede i sacrifici. Ma basta tutto questo a spiegare quello che sta accadendo? Con ben altra autorevolezza di queste mie parole, il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha affermato che viviamo un tempo difficile, che la delegittimazione della politica e la crisi economica che morde le nostre famiglie e le nostre imprese, insieme, rischiano di creare una miscela esplosiva con gravi rischi per la nostra democrazia.

Ancora una volta il Presidente Napolitano ha ragione. Da parte mia, vedo che questo è più di un rischio: vedo che la miccia è già accesa e che il rischio vero è quello dell’esplosione. Vedo che dobbiamo correre ai ripari e spegnerla. Non sarà per caso che le nostre piazze oggi non le riempie la politica, ma soltanto il populismo e la demagogia. Il fatto è che il popolo che frequenta quelle piazze, siano esse reali o televisive, le piazze dove parlano i nuovi profeti del tanto peggio tanto meglio, è il nostro popolo, è la nostra gente. Lì sono le donne e gli uomini che, come noi, sono cresciuti ascoltando i valori della Resistenza e che oggi preferiscono le sirene dei comici e delle ballerine. La colpa non è loro, è nostra. La colpa è della politica la quale, invece di ascoltare quel popolo, invece di rispondere ai suoi bisogni e garantire i suoi diritti, si è girata da un’altra parte e si occupata di altro.

Altre autorità, ben più all’altezza di un sindaco di Belluno, si sono misurate su questo tema. Non sarò io, dunque, a dire quanto la nostra Repubblica patisce sotto i colpi di una politica sempre più lontana dal suo popolo, di quanto i pubblici costumi, peraltro a volte giudicati con la lente rotta del moralismo, siano caduti in basso; questo, soprattutto, per il deleterio esempio di politici dediti a tutt’altro che non al bene comune.

Ma io dico: non illudiamoci. La politica non può stare a lungo sul banco degli imputati senza grave danno per la democrazia e per la salvaguardia della nostra comunità civile. Voglio dire che deve essere breve il tempo di questo travaglio, che il processo alla politica, se così vogliamo chiamarlo, occorre celebrarlo quanto prima e poi voltare pagina. Voglio dire che è urgente, per noi e per la nostra gente, ritrovare fiducia nelle nostre istituzioni civili, le quali non possono reggere a lungo se scavate al loro interno dal baco della delegittimazione e dell’oltraggio, ancorché, sia detto per inciso, a volte ampiamente meritati.

Dove dunque la linea di Resistenza, il luogo dove attestarsi per riprendere vigore? Dov’è il luogo dove la politica deve rigenerarsi e trovare una nuova legittimazione civile e morale? Non sta a me fare l’elenco di questi luoghi, i quali, a mio modo di vedere, sono luoghi fisici e luoghi interiori. Di questi ultimi, dei luoghi interiori, dico soltanto che occorrerà pure che torni il tempo in cui la politica è fatta di donne e di uomini che rispondono, prima ancora che ai loro elettori e ai loro partiti, alla loro coscienza. Che politica e coscienza, come ci ha insegnato la filosofia, devono essere irrimediabilmente vicine e che quando vi è cesura fra di esse, quando la politica non risponde più alla coscienza, inizia il declino.

Vi è però anche un luogo fisico dove dobbiamo fare Resistenza alla demagogia e al populismo che avanza, dove una politica sana può e deve ripartire. Questo luogo è il nostro Municipio e non me ne vorrete se affermo che ho cercato di fare, con umiltà, la mia parte. A volte, salendo le scale di Palazzo Rosso, immaginando le migliaia di passi che mi hanno preceduto, le migliaia di persone che le hanno percorse durante gli anni, passi e persone carichi di storia, di speranze, di illusioni e di tragedie – comunque passi di una politica che ha vinto la sfida di misurarsi con la necessità di governare una Città straordinaria come la nostra – ecco, tutte queste volte mi sono detto che questa storia ci è cara – mi è cara – e che non possiamo buttarla via. Mi sono detto, e oggi vorrei prometterlo a Voi, che questo patrimonio – e uso il sostantivo patrimonio nella accezione straordinariamente commovente che ha usato Philip Roth intitolando uno dei suoi più bei romanzi – noi non lo disperderemo, non lo butteremo via. Noi, cittadini di Belluno, abbiamo una storia e un patrimonio da difendere, ed è la storia dei nostri avi, delle loro opere e dei loro sogni, delle loro illusioni e dei loro successi. Insieme, è una storia di Democrazia e di Resistenza che è la nostra linea del Piave. È una storia che noi non tradiremo non perché non possiamo, ma perché non lo vogliamo, perché altrimenti tradiremmo le nostre radici e la nostra ragione di essere Città di Belluno.

Ci aspettano anni difficili, durante i quali non sarà facile garantire i diritti e i bisogni dei nostri cittadini. Ma non ho dubbi: ce la faremo. Ci aspetta poi una difficoltà tutta politica, vorrei dire anche culturale, più ardua, che è quella di mantenere salda in noi l’idea che Palazzo Rosso è il luogo del nostro governo cittadino, un luogo vissuto da persone che hanno a cuore la loro Città e i suoi abitanti. Che a Palazzo Rosso abita non un simulacro di democrazia ma una democrazia governante, che a Palazzo Rosso, e da nessuna altra parte, si prendono le decisioni per la nostra comunità civile. Affermo questo perché, e lo dico a ragion veduta, le nostre istituzioni locali corrono il pericolo di perdere la sostanza della rappresentanza civile: quel fecondo spirito di riconoscimento reciproco tra un governo locale e i cittadini che è il sale della democrazia. Questo reciproco riconoscimento, non da solo e però guai se non ci fosse, ci consentirà di riaffermare che siamo sulla buona strada, che qui facciamo Resistenza per i valori storici della nostra democrazia cittadina; che qui, a Belluno, vi è una cellula di valori che ancora una volta può contribuire a fare e a rifare l’Italia.

Non è picconando le nostre istituzioni che faremo passi avanti perché, come è stato già detto, il piccone non contiene in sé né la malta né i mattoni né la cazzuola. Coloro che distruggono, proprio perché distruggono, non sanno né hanno voglia di ricostruire. E ricostruire, soprattutto ricostruire le nostre istituzioni, è un lavoro di anni, spesso di qualche generazione.

Quasi cento anni fa, succedeva in questa Città l’anno della fame. Succedeva che un sindaco doveva preoccuparsi degli approvvigionamenti di fagioli e di patate per i suoi cittadini. Non aveva fatto la Resistenza, quel sindaco, eppure se noi leggiamo le sue parole, se guardiamo alle sue opere, vediamo che quello era lo spirito, che quello era il suo impegno. Nel 1917/1918, a modo suo, egli fece la Resistenza, consentendo alla nostra comunità cittadina di sopravvivere all’invasore austriaco.

Anche noi, anche questa Città, quasi settant’ani dopo, siamo chiamati a fare la Resistenza contro l’invasione dell’antipolitica, della demagogia e del populismo che vorrebbe marginali, quando non superflue, le nostre istituzioni civili. Anche questa volta, sono certo, la Città di Belluno non perderà il suo appuntamento con la Storia.

Viva la Resistenza

Viva la Città di Belluno

Viva l’Italia una e indivisibile

 

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