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martedì, Ottobre 20, 2020
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Dolomiti Contemporanee: sabato l’inaugurazione Secondo Blocco aperto dal 17 settembre al 16 ottobre

Sabato 17 settembre, alle ore 17.00, a Sass Muss di Sospirolo si inaugura il secondo blocco espositivo di Dolomiti Contemporanee. Nel corso dello scorso mese di luglio, gli artisti invitati si sono succeduti in residenza a Sass Muss. Hanno lavorato insieme a moltissime ditte ed aziende della zona. Sass Muss si è così trasformata in una cittadella dell’arte, ed anche in una vera e propria fabbrica. Gli artisti hanno conosciuto i fabbricanti, hanno lavorato nei loro stabilimenti, e, grazie a questa sinergia nuova, si sono prodotti i lavori che ora entrano nelle nuove mostre. In tal modo, l’arte cessa di essere una funzione, o un’attività, privata e segreta, e diventa un’azione integrata e pervasiva, che si origina dal territorio, e mette in rete tutte le risorse produttive.
Le idee quindi, le idee degli aristi, ma anche la capacità realizzativa, artigianale e tecnologica, i processi e lo stesso tessuto produttivo. Gli artisti sono produttori di senso, attraverso le proprie opere. Le fabbriche mettono a disposizione la propria esperienza e competenza.
Il laboratorio di Dolomiti Contemporanee lanciato. Sass Muss, come cittadella e fabbrica dell’arte, è nata il 30 luglio. Prima, il peso silenzioso di questo luogo fantasma schiacciava le pietre al sole, rosolandovi sopra i rospi, in un tempo fossile. Ora lo spazio si muove, rifluisce il tempo. Nel mese di agosto, questo sito da vent’anni dimenticato è tornato in vita. I visitatori sono stati, nel solo mese di agosto, oltre 4.500. Un luogo aperto, in cui gli artisti vivono si muovono esplorano e operano, tra crode torrenti e giungle, e dove si sta creando un sistema, la rete del  produttivo artistico (gli artisti stessi) con le industrie e aziende locali (produzione dei lavori, materiali e lavorazioni).
Così, il campus di Sass Muss somiglia ora ad una fucina, concreta/sospesa. Con una temporalità propria, caratteristica, di volta in volta (o simultaneamente) spaesante e pacificante (la metafisica del luogo liberato, l’estensione dello spazio che si traduce, come un’ombra proiettata, in dilatazione temporale).
Così, sono state prodotte le opere del secondo ciclo espositivo, che inaugurerà il 17 settembre. Quattro nuove mostre, Contractions, a cura di Daniele Capra; DC Pulse 2, a cura di Gianluca D’Incà Levis; Azimut, a cura di Alice Ginaldi; DolomitenHof Resort, a cura di Francesco Urbano e Francesco Ragazzi. Oltre al Padiglione Ics, a cura di Alberto Zanchetta, un altro piccolo generatore di discontinuità temporale che libererà le proprie rosse tracce nella notte di sabato 17.
Curatori:
Daniele Capra
Gianluca D’Incà Levis
Francesco Ragazzi e Francesco Urbano
Alice Ginaldi
Alberto Zanchetta
Artisti:
Alis / Filliol, Federico Baronello, Elisa Bertaglia, Francesco Bertelè, Ludovico Bomben, Manuele Cerutti, Luca Chiesura, Cristian Chironi, Nemanja Cvijanovic, Alessandro Dal Pont, Giovanni De Donà, Andrea Di Marco, Nicola Genovese, Dimitri Giannina, Paolo Gonzato, Antonio Guiotto, Emanuele Kabu, Minji Kim, Jacopo Mazzonelli, Rachele Maistrello, Federica Menin, Giovanni Morbin, Cristina Pancini, Laura Pugno, Alessandro Pavone, Daniele Pezzi, Michelangelo Penso, Fabrizio Prevedello, Roberto Pugliese, Giacomo Roccon, Alberto Scodro, Priscilla Tea, Mario Tomè, Bianco Valente, Eugenia Vanni, Giuseppe Vigolo, Davide Zucco.
secondo blocco mostre – 17 settembre/16 ottobre  (Capra/D’incà Levis/Francesco Urbano e Francesco Ragazzi/Ginaldi/Zanchetta)

Titolo mostra: Dolomiti Contemporanee
Luogo: Sass Muss – Sospirolo (Belluno)
Curatore interno: Gianluca D’Incà Levis
Curatori ospiti: Andrea Bruciati, Daniele Capra, Alice Ginaldi, Francesco Ragazzi e Francesco Urbano, Alberto Zanchetta
Periodo: dal 30 luglio al 16 ottobre 2011
Inaugurazioni: sabato 30 luglio, ore 18.30; sabato 17 settembre, ore 18.00
Enti: Regione del Veneto, Provincia di Belluno, Comune di Belluno, Comune di Sospirolo, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzo Riso, Fondazione Dolomiti Unesco, Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, Confindustria, Consorzio Bim Piave, Enel.
Orari: 10.00-12.30; 15.00-19.30
Biglietto: entrata libera
Info:  info@dolomiticontemporanee.net; press@dolomiticontemporanee.net
www.dolomiticontemporanee.net
Tel. +39 0437 838218; +39 0437 3068

Azimut a cura di Alice Ginaldi

In una mia suggestione infantile di quando facevo scout, la marcia Azimut1 rappresentava per me un passaggio rituale, affascinantissimo e mitizzato. Si tratta di un percorso, una camminata di cui si sceglie il punto di partenza e il punto di arrivo. Lo scopo è camminare seguendo una linea retta utilizzando l’angolo azimut rispetto al nord.
Nella mia ingenuità pensavo che qualsiasi ostacolo ci si fosse trovati di fronte, altra soluzione non c’era se non scavalcarlo in qualsiasi modo. Che si trattasse di una montagna, di un lago o di un palazzo.
La scelta di raccontare l’Azimut mi è scaturita fuori con arroganza e senza possibilità di ripiego. È sgorgata da una serie di suggestioni, dal ripercorrere con i sensi la montagna, dal cercare di trovare un filo conduttore sensato tra gli artisti scelti. L’Azimut è un perfetto compromesso tra l’empirico e il metafisico. Una strada per cui l’obiettivo, l’arrivo è tutto ciò che conta. Come un catalizzatore di energie mi ha condotto a conoscere da vicino il modo di procedere e di operare dei sei artisti e in tutti loro ho riscontrato un istinto al procedere identico a quello della marcia Azimut. Inesorabile, determinato, grave. Quello che più mi ha commosso nella ricerca di ciascuno è quella sensazione di perpetua costanza. Inscalfibile e solenne. Una ricerca oramai matura e consapevole che tenta di ingannare il tempo e lo spazio ripetendo gesti futili e ossessivi, sterili e tenaci. Come i cambiamenti indolenti della natura, come le pietre di Sass Muss, frutto del lento trascorrere di ere geologiche.

Apparentemente governato dalle proprie spinte fisiologiche, il duo torinese Alis/Filliol, lavora per dare una propria declinazione a due grandi “misure” con cui l’uomo si confronta ogni giorno: spazio e azione. Due macrosistemi che Alis/Filliol modulano e filtrano attraverso la propria persona fisica, in ascensionale tensione tra fisicità e idea.
Lo spazio.
O meglio, nella loro ricerca, l’analisi del rapporto tra spazio reale e spazio percepito, tra quella superficie tridimensionale a tratti visibile che forma la realtà e il nostro io, vissuto dall’interno. Che porzione di area occupa il nostro corpo (vedi Occupare il minor spazio possibile)? Come tracciare una linea orizzontale correndo in un paesaggio di masse verticali (vedi il video Muro)? Ma soprattutto, è reale o oleografico lo spazio come lo viviamo?
Attraverso il riempimento del vuoto o viceversa lo svuotamento del pieno abituano la loro mente ad entrare in una sorta di trans che li avvicina poco a poco ad una risoluzione. Una verità lontana da ampollosi calcoli matematici, viceversa vicinissima alle paure più triviali e ai disagi psicologici dell’essere umano come claustrofobia e agorafobia.
L’azione.
Agire per loro risulta sempre un gesto forte e vigoroso. Il lavoro concluso, abbandonato nello spazio espositivo, si trova stretto nella definizione di “cenere di un atto performativo”. Più che di cenere nel caso degli Alis/Filliol dovremmo parlare di carboni ancora ardenti, elettrici, forieri di un’energia tutt’altro che esaurita, come in Testa di sirena urlante. Come una bomba inesplosa, il loro lavoro è lì, carico di tensione, un nucleo atomico compatto e saturo di energia. Azione è sempre uguale a corpo. Ma non in senso edonistico. I due artisti sono presenti solo nella misura in cui sia possibile mettere mano in prima persona al loro lavoro, faticando, trasportando pesi e lasciandone le impronte di sudore. È solo così che quell’energia passerà attraverso la loro persona, una scossa di adrenalina imprescindibile, che andrà immancabilmente a scaricarsi in tutti i materiali che compongono l’opera. Materiali ovviamente estremi dal punto di vista di isolamento/conduzione. Quello che trasmettono i lavori (come Calco di due corpi in movimento nello spazio), anche ignorandone totalmente l’operato, è sforzo. Una fatica avvolgente e perentoria. Come nelle varie Fusioni a neve persa, si consuma energia per la cecità, per una performance ostentatamente sterile e proprio per questo carica come una molla.

L’Azimut di Manuele Cerutti, senza ombra di dubbio, volge verso le alte sfere celesti. Parte da un angolino insignificante e punta allo zenit. Senza fretta. Il suo percorso è imperniato su una sublimazione di stati d’inconscio, del perturbante uniti alla ricerca della fonte primordiale di un’energia statica. La pietra non è altro che un microcosmo densissimo che gode di una concezione temporale dilatata rispetto all’uomo, così fragile ed effimero al suo confronto. Memento mori d’eccezionale raffinatezza, la pietra sembra quasi non appartenere a questo mondo, ma c’è, e sta lì, anche se è una semplice Pietra senza nome. Non ci considera perché la nostra presenza nella sua dimensione cronologica non può imprimersi in alcun modo. Siamo al pari di un filo d’erba. Che si tratti di roccia, marmo, fossile, meteorite, ciascuna pietra custodisce una potenza dentro di sé, immobile e imperitura. La pittura è impeccabile e dichiaratamente non finita, fluida ed equilibrata. Cerutti si limita a mostrare solo ciò che risulta necessario ad una corretta lettura dell’opera. Quello che manca sembra essere evaporato dalla tela e attrae il nostro occhio, tormentato da quella carenza di un solo Mezzocane o dall’assenza di In and out of myself. Il traballante mondo dei suoi lavori ci cristallizza in un limbo oscuro, misterioso, con inspiegabile gradevolezza. Siamo consci di vivere un annullamento esperienziale a favore di un abbandono endemico verso pure proiezioni fantasmatiche. Fradici di uno stato di magica sospensione, i dipinti di Cerutti sembrano glorificare quell’attimo in cui le forze e gli equilibri si trovano a pari potenze e, per questo, si annullano l’una con l’altra in un equivoco stato di calma apparente. Come quel secondo in cui il pendolo indugia prima di tornare indietro, sospeso tra spinta meccanica e gravità, o come quell’inquietante attimo di riposo tra un’espirazione e il respiro successivo…

Sedotto ossessivamente da una bellezza non scontata, Paolo Gonzato si prende cura dei suoi artefatti caricandoli di una preziosità spesso non solo metaforica. I suoi lavori sembrano sintetizzare l’indimenticabile suggestione composta da lusso, calma e voluttà emergendo, ieratici, grazie ad una non meglio definibile seducente emanazione. Il suo percorso Azimut è riscontrabile in questo interesse dal sapore zen per le cose più insignificanti, unito a quella persuasione di chi è in grado di usufruire di una visione privilegiata e, per questo, cammina imperterrito verso una direzione. L’artista è guidato da una logica d’istinto, informale ma sottilmente colta, che lo scorta attraverso i più diversi mezzi espressivi.
It’s not right è una riflessione profonda sul significato dell’esistenza e sull’imperscrutabilità del disegno divino. È una lotta persa in partenza nei confronti di quel concetto di eternità in cui l’artista ha smesso di credere, in equilibrio alterato tra cinismo ed emotività. Fragili piramidi di bambù come simulacri, ceramiche rotte come vitelli d’oro, rattrappiti scheletri d’ombrelli come simbolo di caducità e una tovaglietta sfilacciata come vanitas contemporanea. Il viola è certo un colore modaiolo ma anche ricco di significati legati alla purificazione quaresimale, alle superstizioni popolari, come anche, per Jung, fonte di ispirazione e forza spirituale. Il viola si adagia su tutto come un manto triste e inesorabile. L’unica fonte certa ma evirata sono i testi scritti di alcuni telegrammi, tutti accuratamente censurati da fori circolari.
Nella serie Out of stock rigidi arlecchini si presentano ingessati in cartoni appoggiati al muro. Sembra di assistere a una sconsolata parata carnevalesca fatta di allegria preconfezionata e sorrisi forzati. Perso lo squallore da circo polveroso, i pensionati arlecchini sono cristallizzati in forme astratte e rigide. Abbandonato il corpo, la loro essenza è ridotta a quei rombi di colori, svuotati di fisicità ma pregni di significati scaturenti da una memoria collettiva inscalfibile.
La parte più legata all’esteriorità dell’artista è invece rappresentata da Gold experience, una patina di superficialità purissima e preziosissima, come la foglia oro 24 carati, che si distende sugli oggetti più sporchi e malconci della quotidianità. Un tributo al nostro secolo in cui la maschera che portiamo diventa, per assurdo, un accessorio imprescindibile della nostra più intima interiorità.

Attraverso una serie di innesti, il cui numero potrebbe tendere all’infinito, Fabrizio Prevedello ha sperimentato una fusione geneticamente impossibile in natura: l’inserimento di un marmo “straniero” sul taglio di una cava di marmo autoctono. Con questa operazione (che prevede un percorso simile all’Azimut) deposita un oggetto estraneo in un luogo nuovo, modificando per sempre un ambiente abituato a creare se stesso attraverso la naturale decantazione mineraria e geologica. Un atto d’amore immenso nei confronti di questa pietra rara e pregiata, che affonda le sue radici nella storia esperienziale dell’artista che, da diverso tempo, si trova a maneggiare il marmo conoscendone profondamente durezza, lavorabilità, difetti. L’idea di poter far conoscere e poi accoppiare materiali dalla storia geologica distante, creando così incroci piacevolmente meticci, ritorna in declinazioni differenti in tutta la poetica artistica di Prevedello. Equilibri fragili e ménage improbabili possono provocare deliziosi contrasti e tattili e visivi. La sonorità squillante del vetro con la pastosità odorosa della grafite. La rigorosa ardesia accostata all’opaca morbidezza del gesso. La vivacità screziata del legno fusa assieme all’umida cremosità dello stucco. Contrasti non solo piacevoli, ma anche densi di una completezza concettuale che tenta di ammansire le incompatibilità e le lontananze metaforiche di pensieri e stili di vita, nonché di occuparsi degli altri avvolgendoli con un senso di primordiale protezione. Come in Novembre nuovo o in Fa un po’ freddo ma non preoccuparti, in cui i materiali si assemblano in piccole architetture di salvataggio, ricreando un’accoglienza che sa di rifugio domestico, di focolare. Il tentativo è quello di creare un oggetto assolutamente nuovo ma al contempo heimlich, quindi intimo, familiare e velatamente inquietante. Inspiegabilmente alcune sculture di Prevedello non paiono esser state toccate da mano umana, hanno un retrogusto mistico e alieno, sono chiuse in se stesse, come nel lavoro I petali salgono (arni) in cui una piramide filosofale emerge da un mare di grigiore marmoreo. Come se un’interiorità, troppo delicata per essere esposta, dovesse essere corazzata per poter sopravvivere, scegliendo arbitrariamente una non-esistenza (nella concezione pragmatica ciò che non conosciamo, ovvero non siamo in grado di percepire con i sensi, non esiste, ovvero non è esperibile). Nel momento in cui fosse portata alla luce, immancabilmente perirebbe.

Percezione è la parola d’ordine per entrare nell’universo dei lavori di Laura Pugno. Qui la marcia Azimut è didascalica e si traduce, nei suoi Paesaggi alle spalle, in passeggiate con uno scopo preciso: quello di restituire alla realtà fenomenica un punto di vista nuovo quanto aleatorio. Il mondo, ci dice l’artista, non è quello che percepiamo, esiste a prescindere dall’occhio umano. Il referente reale esiste, certo, ma solo come suicida. L’acme della sua condizione è l’atto kamikaze che ne ridiscute il principio stesso di esistenza. E così scompare, lasciando però una traccia, un’impronta difficilmente riconducibile a quella porzione di realtà da cui deriva. I materiali che utilizza Pugno sono artificiali. Esattamente come la direzione verso cui punta la sua ricerca: artificiale è ogni media prodotto dall’uomo a sua “immagine e somiglianza”, prolungamento del proprio corpo con lo scopo di tendere ad un generico miglioramento della qualità di vita. Quegli stessi media offrono però all’artista tutt’altri spunti di riflessione legati alla loro caducità e al loro potere assorbente. Che cosa recepiscono dell’ambiente circostante? E cosa accadrebbe se venisse negato loro il diritto di “mediare” tra l’osservatore e l’osservato? L’artista mette in atto un lavoro meticoloso e paziente privando di funzionalità questi materiali fino a farne affiorare l’anima, lo scheletro. Costretto ad una disfunzione percettiva, l’osservatore è obbligato a guardare attraverso un filtro, una maschera che non gli permette più di fruire la realtà se non sfocata e distorta. Questi materiali divengono pura materia inorganica, statica ma anche, perché no, piacevolmente gradevole. Creatrice di un mondo parallelo al nostro, Laura Pugno parte dalle forme della natura per annientarle a favore di strutture puramente aprioristiche. Anche nei lavori più di superficie si nasconde, dietro la spinta formale, un ampia digressione concettuale: le serie come Dry Digging, Campo Morfico e KWh racimolano a piene mani da eventi reali traducendoli in apparizioni metapittoriche. I colori sono ancora una volta debitori delle tinte più accese e artificiose e le forme si appiattiscono saturando lo spazio di filiformi e omogenee architetture. Ma non si tratta solo di un pretesto grafico bensì di un atto di curiosità, di uno studio acuto sulla percezione umana, di un duro allenamento alla morte e resurrezione sinestetica in favore di un’apertura al reale in quanto tale e a prescindere dai recettori umani di cui siamo dotati per verificarlo.

Artisti:
Alis/Filliol
Manuele Cerutti
Paolo Gonzato
Fabrizio Prevedello
Laura Pugno

Contractions – l’opera tra implosione energetica ed espansione di senso a cura di Daniele Capra

In che modo un capannone che sembra raccontare l’ultimo scampolo produttivo del Novecento è in grado di intercettare la contemporaneità che pare fatta di idee, pensieri, bites? Che rapporto esiste tra un ambiente teoricamente inadatto ad ospitare un’opera d’arte e l’opera d’arte stessa?
Quali sfide e quali le difficoltà di mostrarsi al di fuori non solo dell’auspicabile white cube, ma anche in un contesto che non è neutro, ma che diventa narrativo ed evocativo nel momento in cui ha perso la funzione per cui è stato pensato e realizzato? Quali sono le strategie grazie a cui gli artisti riescono a prelevare dalla realtà non tanto la classica porzione da decontestualizzare (l’objet trouvé), quanto le potenzialità insite in un contesto per aggiungere nuovi stimoli interpretativi ad una opera o per crearne una ex novo?
Il fascino seducente e silenzioso del poderoso complesso industriale di Sass Muss di Sospirolo è l’occasione per indagare le modalità e gli approcci grazie a cui un’opera d’arte può nutrirsi e sostenersi non tanto (e non solo) nella sua irripetibile unicità, quanto nel suo essere ricettacolo di stimoli esterni, straordinario magnete capace di attirare a sé le energie del contesto. Gli input ambientali hanno così la funzione mediale di “campi di senso”, di vettori che permettono all’opera di deflagrare e di polverizzarsi nel contesto in cui essa stessa è collocata. Mai come in questo caso, l’artista svolge il doppio ruolo di maieuta e attivatore di fuochi d’artificio, mentre l’opera diventa innesco, punto di partenza di connessioni interno/esterno, luogo di incrocio tra micro e macrocosmo.
La mostra nasce dal lavoro coordinato di dieci artisti chiamati a realizzare o a ripensare/ricollocare una propria opera relazionandola alla non neutralità del contesto.
Ciascun artista, a partire da una tessera della matrice a scacchiera del capannone (lo spazio è diviso in navate a matrice regolare) si fa così carico di radunare l’energia del luogo e per far esplodere le potenzialità del proprio lavoro.

ARTISTI
BIANCO VALENTE
LUDOVICO BONBEN
NEMANJA CVIJANOVIĆ
ALESSANDRO DAL PONT
NICOLA GENOVESE
JACOPO MAZZONELLI
GIOVANNI MORBIN
MICHELANGELO PENSO
ROBERTO PUGLIESE
ALBERTO SCODRO

DC pulse/two a cura di Gianluca D’Incà Levis

In ogni blocco di DC, trova posto una mostra collettiva, migrante. Sass Muss è una stazione aperta, ad ospitalità diffusa. Gli ambienti, gli edifici-padiglione, prendono una forma nuova ad ogni passo. Gli spazi vengono continuamente misurati, si muovono e cambiano. Gli spazi a Sass Muss sono naturalmente di due tipi: esterni ed interni.
Nel Sass de Mura viene ora un’esposizione eterogenea, di oggetti installativi e scultorei e grafici che si muovono verso l’alto, e verso il basso, che svettano o si schiacciano al suolo, arrampicano o si tendono o stanno immobili rasenti, in una sorta -nell’insieme dei rapporti- di pulsazione interna silenziosa, che dialoga con il respiro esterno dell’ambiente, organico, pesante.
E siccome lo spazio esterno grava assai, su quello interno leggero bianco, passaggi in quota di trina, ecco che i sensi di alcuni -di chi guarda- hanno a soffrirne. I sensi dapprima istituiti dalla natura, poi fattisi organi simpatici e orecchi (o piedi, da cui le scale, le salite), dapprima rallegratisi di sé o nel sé, poi sepolti dalla coltre verde opprimente e di rocce (il claustrofobico aperto).
Ci saluta in perpetue mutazioni, quaggiù, la forza segreta d’un canto.
Poi, se non ci avvolge, ci schiaccia.

Artisti:
Matteo Attruia
Elisa Bertaglia
Luca Chiesura
Cristian Chironi
Emanuele Kabu
Minji Kim
Federica Menin
Cristina Pancini
Alessandro Pavone
Giacomo Roccon
Mario Tomè
Davide Zucco

Dolomitenhof Resort a cura di Francesco Ragazzi e Francesco Urbano

Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare
che dice fabbricare, fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
ecco quello che so fare.
(Dino Campana)

Dolomitenhof Resort è una mostra collettiva site-generic, composta di opere che clamorosamente mancano di pertinenza al contesto in cui si situano. Impertinenti, spingono a domandarsi “cosa ci faccio io qui?” al centro di un quartiere industriale forse come tanti altri, dominato da montagne a volte un po’ cupe. Un posto adatto per aprirci un resort: uno di quei centri del benessere contemporaneo che ridisegnano senza misura il paesaggio in funzione della cura di sé. Una strategia di marketing per scampoli di provincia selezionati. La promessa del paradiso mantenuta in un week-end.
E non è poco. Dal venerdì alla domenica, tre giorni sono il tempo di una resurrezione. Ripristino miracoloso delle funzioni vitali, nuova linfa che circola in vene ancora umane: l’uomo più che divino diventa Eden. Pianta se stesso in una natura deserta di attrattive per coltivarsi un’oasi attorno.
Ma se i resort, quelli a cinque stelle, sono volgari e infedeli alla terra, questo che qui è stato costruito si muove su un altro piano. A Sass Muss, tra la foresteria, il bunker e il sentiero lungo il fiume, si innesta un percorso che procede per gradi, rinviando il conseguimento della meta. Una certa distanza si accumula tra opera e spettatore, tra progetto e risultato, giustapponendo gli strati della ricerca.
Priscilla Tea, Eugenia Vanni, Antonio Guiotto, Nicola Genovese, Rachele Maistrello, Daniele Pezzi e Francesco Bertelè. Gli artisti invitati dimostrano una uguale fiducia nella realtà. È sempre dal reale che prendono il punto di leva per sollevare l’esistente. I punti di appoggio invece sono diversi, ma sollecitati allo stesso ritmo: la meticolosità di un lavoro pacato – prima o poi – si rompe in uno sbalzo, cambio di stato e di sostanza.
Si potrebbe chiamare sorpresa l’effetto di questi spostamenti che nell’attraversare un territorio lo prolungano e lo approfondiscono. O anche evoluzione, atto di adattamento della realtà che nel differenziarsi da se stessa non si aliena alla propria natura. L’oasi nel deserto, perfino quando è un miraggio, esiste altrove, da qualche parte non troppo lontana che i nostri occhi proiettano qui. Ci inganna, ma ci dà anche la misura di un desiderio che si è già fatto concreto.

Artisti:
Priscilla Tea
Eugenia Vanni
Antonio Guiotto
Nicola Genovese
Rachele Maistrello
Daniele Pezzi
Francesco Bertelè

PADIGLIONE ICS a cura di Alberto Zanchetta & Gianluca D’Incà Levis

Nella notte del 17 settembre, in occasione del secondo opening di Dolomiti Contemporanee, gli edifici Schiara, Sass de Mura e Pavione saranno affiancati da un “Padiglione ics”, vale a dire: una Fiat Bertone X1/9 rosso fiammante (più familiarmente chiamata “ics” dagli appassionati del genere) da cui si diffonderanno le performance elettro-acustiche di alcuni artisti di fama internazionale. Il mezzo di trasporto su ruote si trasformerà in un padiglione mobile che – alla maniera di una capsula del tempo – riporterà alla mente i tempi in cui era sufficiente una semplice automobile per dare vita a un piccolo concerto fai-da-te.
Il Padiglione ics riporterà in vita i tempi in cui si guidava senza meta e motivo, per il puro piacere di ascoltare musica – “sparata a palla dagli altoparlanti”. A differenza degli ingombranti giradischi, un’automobile si poteva convertire in un impianto stereo portatile; ai dischi si preferì allora la praticità delle audiocassette che, pur mancando di raffinatezza, preservavano la tecnologia analogica, poi soppiantata dai cd in digitale. Sul nastro magnetico, a bassa definizione, potevano essere registrate le tracce audio dei vinili, che invece fornivano un’alta definizione del suono. Il vantaggio dell’audiocassetta consisteva nella possibilità di ordinare i pezzi in sequenze personali (quel mix-tape che anticipò l’attuale playlist), ma ci volevano tempo e fatica per registrare le proprie compilation. Con il senno di poi, l’audiocassetta fu il primo atto di pirateria: sui nastri vergini era possibile registrate i brani migliori scelti da album diversi, creando compilation assolutamente personali. Thurston Moore, che in anni recenti ha dedicato un libro alla cultura del mix-tape, ammette che la tecnologia del cd ha collocato le cassette nel mainstream e che ancora oggi sono in molti ad avere «una storia da raccontare sui mix compilati per sé o per gli altri, e per quelli ricevuti in cambio». Ricorrendo a questo cut-up nostalgico e artigianale, Alberto Zanchetta e Gianluca D’Incà Levis hanno messo assieme le melodie ossessive, i ronzii metallici, le chitarre elettriche, i rumori psichedelici ed estremi di Steven Parrino, Gerwald Rockenschaub, Thomas Zipp, Jim Lambie, Martin Creed, Carsten Nicolai, Hans Schabus, Henrik Håkansson, Pavel Büchler, Carl Michael von Hausswolff, Jonathan Meese, Tommi Grönlund, Petteri Nisunen & Mika Vainio.
A conferma del fatto che non tutte le storie sono destinate a finire, la scelta dell’audiocassetta corrisponde a uno scavo nell’archeologia postmoderna, omaggio a un supporto tecnologico ormai desueto, ma che a suo tempo fu un innovativo sistema di produzione e distribuzione di massa. Perché “a volte ritornano”.

TRACK LIST
Thomas Zipp Eat (2006)
Carsten Nicolai aka Alva Noto u_04 (2008)
Steven Parrino Osculum infame (2004)
Jonathan Meese & Tim Berresheim Knackfrisch (2005)
Gerwald Rockenschaub It’s… (2008)
Carl Michael von Hausswolff untitled (2001)
Jim Lambie Voidoid (1999)
Pavel Büchler Encore (2005)
Hans Schabus 7500 rpm (2001)
Henrik Håkansson Song for a new breed [Turdus merula] (2001)
Tommi Grönlund, Petteri Nisunen & Mika Vainio untitled (2001)
Martin Creed Be Natural (1999)

L’organizzazione ringrazia per il sostegno attivo al progetto: Attiva spa, Sips Italia, De Rigo Visions, DM Inox, Finblok, Finblok Faidatè, Rolmec, CMI, Fratelli Fratta, Impresa Deon, Impresa Artecos, Super W, De Bona Motors, Evco, Panificio Calchera, Edilcommercio, Italcarta, Zanvettor legnami, Falegnameria Pasa e Perathoner, Grigolin cementi, Cuprum, Nuovi Progetti, Macellerie Roldo, Svg informatica, Vetreria Bonifaci, Tecno Isolamenti, Unieuro, MicroVita, Viel antincendi, Vivaio Varotto, Da Rold trasporti, Unika, Krios, La Cornice.

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