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martedì, Ottobre 27, 2020
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Il convegno. Il professor Luigi Snozzi a Belluno a confronto con i giovani architetti

Ha sparato ad alzo zero un po’ su tutti, armato di un fornito bagaglio di aneddoti collezionato nella sua lunga carriera di docente e professionista. Luigi Snozzi, architetto neo-razionalista della scuola ticinese (quella di Mario Botta, Aurelio Galfetti e Livio Vacchini) è stato ospite del convegno Vivere Belluno mercoledì pomeriggio in sala Bianchi, moderato dall’architetto Flavio Bona, organizzato dall’Associazione Quaderni bellunesi, il Forum per l’architettura provinciale Belluno e i Giovani architetti bellunesi. Col patrocinio di Provincia e Comune di Belluno, l’Ordine degli architetti e degli ingegneri, e il sostegno di Confindustria Belluno Dolomiti e Banca Popolare di Vicenza. Platea di addetti ai lavori, con molti giovani architetti che hanno avuto l’opportunità di prenotare i loro progetti avvincenti, anche se difficilmente realizzabili in una Belluno sempre alle prese con tagli di bilancio e nuove emergenze.
Ad entrare nel vivo della materia del convegno è stato il presidente dell’Ordine degli ingegneri Piergianni Da Rold. Che dopo aver illustrato le modificazioni avvenute nel tempo a Belluno, delimitata a nord dalla ferrovia, che fino al 1866 terminava alle scuole Gabelli, e a sud dal Piave, ha detto: «Non sappiamo più costruire città. Abbiamo edifici di qualità, ma non abbiamo saputo creare gli spazi». Il professor Snozzi, chiamato ad intervenire dal moderatore Flavio Bona, ha insistito sull’esigenza di porre dei limiti alla crescita della città per salvare la campagna. «La crescita a dismisura verso la campagna è uno dei mali attuali –  ha detto l’architetto svizzero – Così facendo, consumiamo tutte le risorse a chi verrà dopo di noi. E’ inutile costruire quartieri nuovi con indici bassi di edificabilità». Secondo l’idea che ha Snozzi della città «il centro storico sta in buon rapporto con la parte nuova, se quest’ultima riesce ad assumere una sua identità. E quindi devono crearsi agglomerati con caratteristiche diverse, quartieri ben riconoscibili, ad esempio caratterizzati dai centri scolastici, sportivi ecc. Più sono divisi per la loro identità e più i quartieri sono vicini».
Sull’architettura delle città e i suoi possibili interventi Snozzi ha preferito non pronunciarsi, non conoscendo a fondo Belluno. Però non si è lasciato sfuggire l’occasione per togliersi alcuni sassolini dalla scarpa ed irridere alle convenzioni. «Ho cominciato a creare quando ho dimenticato quello che avevo studiato all’università» ha detto Snozzi nello snocciolare una sorta di libello dal titolo “W la resistenza”. Dove la resistenza stava ad indicare l’opposizione degli architetti alle convenzioni della società e della politica. «L’architettura per sua natura è antiefficiente – sostiene Stozzi – mentre la società-politica ricerca la massima efficienza. L’architettura tende verso il permanente e non verso l’effimero. Ossia al contrario della società-politica. E dunque, un architetto non può che trovarsi in posizione di resistenza nei confronti della società». E ancora: «Quando penso all’uomo, penso allo sfruttato. Con l’architettura non fai la rivoluzione, ma la rivoluzione non basta per fare architettura: l’uomo ha bisogno di tutte e due. L’architettura non è sottomissione all’esistente. Ogni intervento presuppone una distruzione, distruggi con senno e con gioia. Per costruire una casa si distrugge il primo strato di umus, ovvero il più fertile».  Snozzi racconta compiaciuto della sua resistenza alle prescrizioni dettate dalla “Commissione delle bellezze naturali” del Canton Ticino nel 1972 quando egli era membro, ed incaricato al progetto delle residenze di Brissago, una cittadina vicino a Locarno in Svizzera. Ebbene, in quell’occasione, dopo aver analizzato minuziosamente tutte le indicazioni fornite dalla commissione, realizzò il suo progetto su presupposti esattamente opposti. Più che una resistenza, fu una rivoluzione. «Un progetto cosiddetto guerrilla, laddove dovevano essere tre blocchi, ne feci uno unico di 200 metri. La commissione non sopportava muraglioni spogli, e io li progettai. E se lì fosse nata una margherita, sarei andato a strapparla»!

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