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Fisco. L’Italia delle due velocità: dipendenti e pensionati tirano la carretta

Il paradosso del sistema tributario: se dipendenti e pensionati versano il 90% dell’Irpef, le società faticano a pareggiare i conti del gettito.

L’architettura fiscale italiana somiglia sempre più a una piramide rovesciata. Gli ultimi dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze dipingono un quadro inequivocabile: la spina dorsale dello Stato è costituita dal lavoro dipendente e dalle pensioni. Mentre il dibattito politico si infiamma sulla riforma delle aliquote, i numeri del 2025 svelano una realtà dove il prelievo fiscale è polarizzato e la lotta all’evasione, pur segnando successi storici, fatica a riequilibrare il peso tra le diverse categorie.

Nonostante le narrazioni sulla pressione fiscale diffusa, l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) continua a pesare in modo schiacciante su una sola fetta della popolazione. Dei circa 230 miliardi di euro di gettito complessivo previsto per l’anno in corso, circa il 90% proviene dalle buste paga dei lavoratori dipendenti e dagli assegni dei pensionati.

Questo dato non riflette solo la numerosità di queste categorie, ma anche l’efficienza del sistema di ritenuta alla fonte, che rende il loro contributo “certo” e quasi immune dall’evasione. Al contrario, il mondo del lavoro autonomo e delle ditte individuali, pur in crescita, mostra ancora una propensione all’evasione che, in alcuni segmenti, supera la soglia critica del 60%.

Ma cosa succede quando lo sguardo si sposta sulle grandi organizzazioni? Le società di capitali non pagano l’Irpef, ma contribuiscono tramite l’Ires. Nel 2025, il gettito derivante da questa imposta ha mostrato segnali di vigore, attestandosi in una forbice tra i 55 e i 60 miliardi di euro.

Si tratta di un incremento significativo, spinto soprattutto dai “super-profitti” dei settori bancario ed energetico. Tuttavia, il divario resta netto: per ogni euro versato dalle società, i cittadini (come persone fisiche) ne versano quattro. Una sproporzione che alimenta il dibattito sulla giustizia fiscale, specialmente considerando i complessi meccanismi di elusione internazionale utilizzati dalle multinazionali per spostare la base imponibile verso giurisdizioni più miti.

L’ombra lunga dell’evasione continua a sottrarre alle casse dello Stato tra gli 80 e i 90 miliardi di euro ogni anno. Nonostante ciò, il 2024 e il 2025 hanno segnato un punto di svolta tecnologico: grazie alla digitalizzazione dei pagamenti e a controlli incrociati sempre più sofisticati, l’Agenzia delle Entrate ha recuperato oltre 30 miliardi di euro di “nero”.

Il recupero dell’evasione (miliardi di €):

Anno Recupero da attività di controllo
2023 ~24,7
2024 ~28,2
2025 (stima) >30,0

Il nodo resta politico e sociale. Può un Paese avanzato basare il proprio welfare (sanità, istruzione e trasporti) quasi esclusivamente sulla tassazione del lavoro dipendente? La sfida per i prossimi anni non sarà solo abbassare le tasse, ma allargare la base imponibile, portando alla luce quel sommerso che oggi permette a una parte del Paese di godere di servizi pagati da altri.

Senza un riequilibrio strutturale, il rischio è che il “patto sociale” tra Stato e cittadino continui a incrinarsi, lasciando a dipendenti e pensionati l’onere quasi esclusivo di mantenere acceso il motore dell’Italia.

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