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Lo schioppo a vento dell’orologiaio ampezzano Bartolomeo Girardoni, tanto odiato da Napoleone

Nell’Europa del ‘700, armata di fucili ad avancarica a canna liscia di grosso calibro con accensione a pietra, Bartolomeo Girardoni (in taluni testi anche Gilardoni, Girandoni o Gilardini) orologiaio ed inventore ampezzano (nato il 30 maggio del 1744 o nel 1706 secondo lo scrittore Ezio Malatesta e morto a Panzing, un sobborgo di Vienna il 21 marzo 1799) intuisce le potenzialità dell’aria compressa e dà vita all’audace progetto del cosiddetto “Schioppo a vento”. Un geniale ed originale fucile a ripetizione costruito in due versioni, quella militare calibro 10,5 mm e quella civile in 13 mm. Il principio di funzionamento, peraltro già conosciuto sin dal III secolo a.C. da Klesibos di Alessandria e successivamente studiato anche da Leonardo da Vinci, è lo stesso di quello in uso ancor oggi nelle moderne armi sportive a gas. L’aria compressa era caricata alla pressione di 200 atmosfere in apposite bombole intercambiabili ricoperte di cuoio e avvitate, che facevano anche da calcio al fucile. La versione militare denominata Repetierwindbüchse M 1780 era lunga 122 cm e pesava 4,5 Kg. ed era dotata di due bombole cariche pronte all’uso, fornite con una borsa in cuoio contenente accessori per la ricarica dell’aria e per la fusione delle palle in piombo. Il caricatore conteneva 20 palle ed era costituito da un tubo affiancato alla canna ottagonale, in acciaio brunito a 12 rigature. Per sparare era sufficiente armare il cane e premere il grilletto, si azionava così una valvola che liberava un getto d’aria capace di spingere la palla ad una gittata utile di 110 metri. Questo almeno per i primi dieci colpi, dopodiché la pressione del serbatoio diminuiva e conseguentemente anche la potenza del proiettile e la gittata calavano. Dopo lo sparo, era sufficiente far scorrere trasversalmente l’otturatore ed una nuova palla si posizionava in canna pronta al fuoco. Al fucile Girardoni va riconosciuto il primato di esser stata la prima arma ad aria compressa in dotazione ad un esercito. Fucili che avevano l’indubbio vantaggio di essere silenziosi, e soprattutto non rivelavano la posizione del tiratore con fiamme e fumo e non oscuravano la visuale nei campi di battaglia come quelli ad avancarica. L’invenzione, secondo il Malatesta, venne presentata all’imperatrice Maria Teresa nel 1730, mentre, secondo la ricostruzione e la bibliografia del Museo delle Regole di Cortina d’Ampezzo, che conserva un esemplare civile dell’arma, il Girardoni diede il via alla produzione di un migliaio di fucili ad aria compressa a partire dal 1780 fino al 1787. I singolari fucili, apprezzati per essere “senza rumore, senza fumo e con poco rinculo”, ricevettero il battesimo di fuoco nella guerra alla Turchia del 1788. Nel 1789 l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo ne ordinò l’adozione e l’anno dopo nel 1790 Leopoldo II succedutogli, istituì gli Jaeger, il corpo di tiratori scelti Tirolesi dotati del fucile Girardoni. Ma nel 1801, il nuovo imperatore Francesco II dismise il fucile Girardoni ritenendolo eccessivamente delicato per l’uso militare. L’arma, infatti, era piuttosto complessa e macchinosa, lenta nella ricarica dei serbatoi ed aveva una portata utile ridotta. La leggenda racconta che la fine dell’arma fu decretata anche per la dichiarazione di Napoleone, che minacciò di far impiccare i soldati austriaci sorpresi a far uso di quell’arma “sleale”. Ed è sempre la leggenda che riferisce dell’ira di Napoleone colpito ad un piede da una palla silenziosa di un fucile Girardoni durante i combattimenti della II campagna contro l’Austria a Ratisbona nel 1809. Oggi un esemplare del Girardoni militare è conservato al Museo storico nazionale di artiglieria di Torino, mentre alcune versioni civili a canna corta, sono custodite a Castel Sant’Angelo in Roma, nei Musei delle armi di Londra e Pietroburgo e al Museo d’arte e di storia di Vienna.
Roberto De Nart

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