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Giornalismo al buio: ecco perché oggi la TV e la stampa si fermano

Contratto scaduto da 10 anni, stipendi in calo e 500 milioni di fondi pubblici: i numeri di una crisi di dignità

Oggi, venerdì 27 marzo 2026, l’informazione italiana incrocia le braccia. È la seconda giornata di un pacchetto di cinque scioperi proclamati dalla FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), che vede un’adesione massiccia nelle redazioni dei telegiornali Rai, Mediaset, Sky e La7, oltre che nei quotidiani e nelle agenzie di stampa.

Non è solo una protesta di categoria, ma il grido d’allarme di un settore che denuncia un paradosso insostenibile: mentre lo Stato continua a erogare massicci contributi pubblici all’editoria, i lavoratori vedono i propri diritti e salari erosi da un decennio di immobilismo.

1. Il record negativo: 10 anni senza contratto

I giornalisti italiani rappresentano oggi l’unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia con un contratto nazionale (Fieg-Fnsi) scaduto dal 1° aprile 2016. In dieci anni il mondo della comunicazione è stato stravolto dalla rivoluzione digitale e dall’intelligenza artificiale, ma le regole che tutelano chi scrive e produce informazione sono rimaste ferme a un’epoca pre-pandemica.

2. Stipendi: una perdita del 20% del potere d’acquisto

Il dato economico è impietoso. A causa del mancato rinnovo e dell’impennata inflattiva degli ultimi anni, il valore reale degli stipendi dei giornalisti è diminuito di circa il 20%.

  • Carichi di lavoro: A fronte di redazioni “fantasma” (svuotate da prepensionamenti e blocchi del turnover), ai giornalisti rimasti viene chiesta una produttività multipiattaforma (TV, web, social) h24.

  • Il precariato: Mentre i dipendenti vedono i minimi tabellari fermi, il lavoro autonomo è scivolato verso forme di “sfruttamento legalizzato”, con collaboratori pagati pochi euro a pezzo o a servizio video.

3. Il paradosso dei contributi pubblici

Il punto più critico della protesta riguarda la gestione delle risorse pubbliche. Secondo i dati sindacali e i bilanci del Dipartimento per l’Editoria:

  • 500 milioni di euro: È la stima complessiva dei fondi che, tra contributi diretti, crediti d’imposta (per carta, energia, digitale) e incentivi ai prepensionamenti, lo Stato ha riversato nelle casse delle aziende editoriali negli ultimi anni.

  • Investimenti mancanti: La critica della FNSI agli editori (Fieg) è netta: queste risorse milionarie sono state utilizzate per “far quadrare i bilanci” e finanziare le uscite del personale, anziché essere investite nel rinnovo contrattuale o nel potenziamento della qualità professionale.

“Il contratto non è un privilegio, ma la prima garanzia di libertà per i cittadini. Senza una retribuzione dignitosa e tutele certe, il giornalismo soccombe ai ricatti economici, minando le basi della democrazia.”
Sintesi del comunicato sindacale FNSI

Oggi le edizioni dei telegiornali saranno ridotte o assenti, sostituite da un breve comunicato sindacale. Il “silenzio” dei video e delle rotative è l’unico modo rimasto per far sentire una voce che, da dieci anni, resta inascoltata ai tavoli delle trattative.

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